Cuori solitari, Madame Royale e Il generale dorme in piedi

Cuori solitari, La supertestimone, Venga a prendere il caffè da noi, Splendori e miserie di madame Royale, Stanza 17-17 palazzo delle tasse e Il generale dorme in piedi: Tognazzi tra passioni erotiche e ricatti politici (1970-72)

                Leoni: “All’alloggio n°1 ci mettiamo i comunisti... al n°2
                gli anarchici, al n° 3 i cattolici di sinistra con i repubblicani,
                tanto quelli sono pochi, ci stanno”
                Beltrami:”E i neofascisti dove li mettiamo?”
                Leoni:”Sveglia... “
                Dialogo da Il generale dorme in piedi

Franco Giraldi prende spunto dalla poetica di Antonioni e di Bergman e firma il modesto Cuori solitari (gen 1970, 125 min.) che si segnala per il carattere insolito del racconto e per l’ottima interpretazione degli attori.
Stefano (Ugo Tognazzi) è costantemente alla ricerca di nuove avventure amorose; è un facoltoso commerciante (di moquette) il cui unico interesse sembra essere quello di trovare nuove prede sessuali. Per farlo non esita a mettere in gioco anche Giovanna, la bella e riluttante moglie (Senta Berger) la quale non sembra provare alcun desiderio erotico al di fuori (ed anche all’interno) del suo matrimonio. L’insistente Stefano coinvolge la moglie in una serie di incontri con coppie disponibili, incontri che si concludono sempre con un nulla di fatto fino alla nottata trascorsa nella lussuosa e aristocratica villa di Diego e Manuela, una coppia di amici di lunga data (Silvano Tranquilli ed Elena Persiani): nell’incanto del luogo settecentesco, inondato dalla musica di Mozart (Il flauto magico) ovvero in un contesto pienamente bergmaniano (che rimanda apertamente a L’ora del lupo, 1968), Giovanna cede al corteggiatore mentre Stefano si scopre insofferente e geloso: il tradimento (peraltro concordato) della moglie lo ferisce nel profondo.
La pellicola è molto lenta e ripetitiva nel condurre la sua prevedibile narrazione e si salva solo grazie alla perfetta aderenza degli interpreti a questi caratteri (un po’ letterari) relativi a una borghesia svuotata e ottusa, paga del proprio benessere materiale e incapace di trovare qualunque reale soddisfazione nella quotidianità. Non a caso, come nei film della tetralogia dell’alienazione di Antonioni, non ci sono bambini o figli in queste esistenze monocordi mentre l’ottusità della coppia protagonista viene sottolineata dalla ordinaria mediocrità della loro villetta in riva al lago di Como, soprattutto se confrontata con la superba abitazione di Diego. L’insensibilità di Stefano alle bellezze artistiche che incrocia in quella sede (la musica di Mozart e l’op 111 di Beethoven eseguita dal padrone di casa) illumina fino in fondo il ritratto di questo borghese limitato, interamente prigioniero nell’universo della sensualità (un po’ Papageno, un  po’ Don Giovanni) mentre Giovanna, restia ad avventure di modesto valore umano, rimane abbagliata dalla bellezza della villa e delle musiche in quella nottata bergmaniana in cui si scopre essere una sorta di Pamina alla ricerca del suo Tamino (appunto Diego). Lo sconcerto di Stefano consiste proprio in questo: nell’essersi confrontato con un personaggio a lui superiore in tutto (probabilmente anche a livello sessuale, secondo la testimonianza di Manuela) ed averlo proposto a sua moglie la quale, d’ora in poi, avrà in mente quel differente modello maschile.
Il film è inoltre modellato sui personaggio del tetro incubo bergmaniano di due anni prima. Giovanna è la donna quieta e materna, perfino fisicamente simile alla Liv Ullman de L’ora del lupo: ella sopporta e cerca di condividere i fantasmi che assediano il marito, fantasmi circoscritti, nel caso italiano, al semplice, divorante desiderio sessuale. Gli incontri pongono la coppia a contatto con figure indistinte e quasi spettrali che giungono al culmine nel visionario finale in cui, a sorpresa, le parti si rovesciano: la donna accantona la propria natura rassicurante, percepisce il fascino del contesto erotico-musicale e “cede” agli spettri, immergendosi nell’incanto di un’oscura totalità mentre l’uomo si ritrova beffato, incapace di godere la programmata trasgressione con la Papagena di turno e costretto a confrontarsi con il proprio irrisolto e frustrato desiderio di possesso. La dimensione aristocratica di Tamino/Pamina (Diego-Giovanna) si differenzia in modo radicale dalla dimensione angusta e materiale di Papageno/Papagena (Stefano-Manuela)
Giraldi cerca di inserire, in questa parabola esistenziale, anche qualche elemento di attualità politica: le riunioni contro la legge del divorzio che sta per essere approvata e le contestazioni di frange di giovani progressisti che se la prendono con preti e con ricchi borghesi, colpevoli di volere “frenare” il “rinnovamento” sociale. Il regista appare poco convinto e le figure poste in gioco, da entrambe le parti, appaiono modeste macchiette. Rimane all’attivo del racconto la consueta rappresentazione ingiuriosa della borghesia italiana, ricca e pigra, incolta e ipocrita ovvero una classe dirigente che non sembra meritare il proprio ruolo direttivo del contesto sociale. Su questo punto il film riprende la visione scioccamente critica e di fatto filosocialista del cinema di Antonioni: una trasformazione di questa classe sociale annoiata e vuota, secondo l’autore, sembra potere arrivare solo da fuori, da una nuova generazione anche se poi quei giovani ingenui e contestatori, per quanto dotati di una differente vitalità, risultano, in definitiva, prigionieri di una serie di slogan senza valore.
Gli incassi furono discreti.
Un anno dopo Giraldi gira una seconda commedia con Tognazzi, affiancato questa volta da Monica Vitti: La supertestimone (mar. 1971; 105 min.). Abbandonati i toni semidrammatici del film precedente, Giraldi tenta la commedia nera con esiti modesti.
Il pittoresco protettore Marino (Ugo Tognazzi) viene accusato da Isolina, una maestra timida e piena di complessi (Monica Vitti), di essere l’assassino di Tiziana, sua compagna nonché prostituta. Invano l’uomo si era preparato un solido alibi: Isolina è certa di averlo visto sul luogo del delitto. In realtà si è confusa (l’ha visto, ma non la sera del delitto) e attanagliata dal rimorso cerca di alleviare in ogni modo la detenzione di Marino (scagionato ma trattenuto in carcere, a Procida, con accuse minori). Tra i due si stabilisce un prevedibile legame sentimentale che porterà, in breve tempo, Isolina a reinterpretare il ruolo di Tiziana. Nel finale, del tutto scontato, Marino la minaccia apertamente: o obbedisce o rischia di fare la fine dell’altra...
La bravura dei due interpreti salva questa commedia stiracchiata e monocorde. Di fatto il film si risolve in un racconto carcerario che dipinge la triste esistenza dei detenuti, tra noia, tentazioni omosessuali e piccoli traffici (anche con le guardie). Qualche mese prima dell’apocalittico Detenuto in attesa di giudizio, il film di Giraldi offre un quadro più equilibrato della difficile esistenza al di là delle sbarre. D’altro canto il film appare prigioniero di stereotipi poco interessanti: il magnaccia furbastro e cinico, la maestrina ingenua e un po’ scema, il secondino (Orazio Orlando) pronto ad approfittarne. L’intreccio banale non aiuta questa rappresentazione di maschere che pare svolgersi lontano dalla vita reale, in un quadro di figure - prostitute, magnaccia, giudici rassegnati e guardie indulgenti - che potrebbero appartenere anche all’Italia di due decenni prima.
Gli incassi furono buoni.

Alberto Lattuada trascrive in immagini il romanzo La spartizione (1964) di Piero Chiara in Venga a prendere il caffè da noi (set 1970; 100 min.), uno dei massimi successi commerciali della stagione 1970-71.
Emerenziano Paronzini (un ottimo Ugo Tognazzi) è un modesto ragioniere, impiegato dello stato, il quale, giunto ai quarant’anni, decide che è il momento di sposarsi, al fine di migliorare radicalmente la propria posizione economica. Prese di mitra le tre sorelle Tettamanzi (Francesca Romana Coluzzi, Angela Goodwin e Milena Vukotic) ricche e sole, bruttine e avanti con gli anni sposa la più anziana e si stabilisce nella loro lussuosa proprietà. Diviene rapidamente l’amante di tutte e tre, dimostrando un appetito sessuale fuori dal comune; le sorelle accettano tranquillamente l’inconsueto menage e finiscono con lo stroncare il malcapitato. Al culmine di una nottata di eccessi erotici un ictus stronca il povero Emerenziano; le tre sorelle lo porteranno in giro per Luino su una sedia a rotelle, come un loro personale trofeo.
Il romanzo di Chiara (presente nel film in un ruolo secondario) era ambientato in epoca fascista e ciò giustificava il clima arcaico-patriarcale del racconto e l’indiscussa, esibita supremazia maschile - elemento chiave del rapporto Paronzini/sorelle - della quale lo scrittore si fa poi beffe concludendo il racconto con la morte del virile ma esausto protagonista. Lattuada traspone meccanicamente la vicenda all’attualità, in una Luino fredda, autunnale e spenta, approdando a risultati anacronistici e complessivamente modesti. I personaggi, con le loro idiosincrasie e la loro mentalità antiquata, appaiono stravaganti in quel contesto, divenendo figure senza tempo, un po’ insulse e troppo prevedibili. La bravura di Tognazzi e delle tre sorelle rende il film godibilissimo senza riuscire a renderlo convincente e realmente interessante, anche a causa della ripetitività di situazioni e dialoghi. L’umorismo è assai poco brillante e trova l’unico esito simpatico nella figuretta della bella, giovanissima cameriera (Valentine; era un’anziana nel romanzo) che, stupefatta e divertita, annota con precisione su un calendario tutte le prestazione del padrone di casa.
Il colpo d’ala del film è certamente il finale, assai differente da quello del testo letterario. Anziché morire, Emerenziano resta bloccato su una sedia a rotelle e le sorelle possono esibirlo per le vie di Luino: il rapporto servo-padrone si è rovesciato e il presunto padrone si è trasformato in una povera vittima, fagocitata dalla bramosia sensuale delle tre donne. Questa conclusione è perfettamente adeguata al clima sociale e politico degli anni sessanta: la donna da appendice passiva del maschio, “prigioniera” negli obblighi dello schema familiare, è diventata protagonista amorale e libertaria, capace di attrarre la propria vittima tra le sue spire e di sfruttarla fino al suo decadimento fisico. Il tutto finisce con l’illustrare il tramonto di un’epoca rigidamente patriarcale e al passaggio verso un’epoca paritaria in cui la donna finisce per prevalere nell’ambito familiare. Le tre sorelle hanno, a modo loro, instaurato una sorta di “libera comune” all’interno della loro villa, lontano da occhi indiscreti, in cui il soddisfacimento del proprio piacere e la connessa ricerca della felicità hanno dissolto tutte le vecchie regole di un contesto superato dalla rivoluzione sessuale del decennio appena terminato. D’altronde nello strano museo del padre (deceduto) delle tre donne figurava un mostruoso fiore-vagina che anticipava perfettamente la storia del povero Emerenziano, il quale credeva di avere tutto in pugno e che invece è finito vittima della propria smania di possesso e di controllo. In alcuni dialoghi, tra l’altro, egli esprime con chiarezza una certa perplessità riguardo alla quantità di energie necessarie per mantenere vivo l’interesse sessuale delle sue partner, incominciando a intuire che, mentre lui si sta consumando, le donne invece rifioriscono, senza dovere attingere a particolare risorse proprie.
Si noti che la figura dell’antipatico Emerenziano è quella di uno spietato cacciatore di dote: in nessun momento egli mostra la minima partecipazione emotiva nei suoi rapporti erotico-domestici; egli in realtà intende lo sforzo sessuale con queste donne bruttine (ognuna di esse, tuttavia, possiede qualcosa di bello, sufficiente ad eccitare la sua fantasia) finalizzato semplicemente al loro controllo, tramite il costante soddisfacimento del loro desiderio (infatti una delle cognate, “sazia” di Emerenziano, lascia prontamente un amante disonesto, che aveva delle pretese matrimoniali insincere). Infatti l’incantevole domestica, sostanzialmente disponibile, non viene degnata di attenzioni da parte di Emerenziano in quanto povera e ininfluente nell’economa domestica della villa. Il protagonista segue il proprio brutale disegno relativo al semplice rafforzamento della propria autorità familiare ma lo sforzo si rivela eccessivo e ne consegue una disfatta che, a questo punto, può essere letta anche come simbolica della svolta implicita nel ’68 e nelle sue nuove libertà sessuali. L’uomo perde il controllo sulla donna e, di conseguenza, sul tessuto sociale complessivo, finendo succube del suo stesso harem.

Nello stesso mese esce un altro film completamente incentrato sulla bravura di Tognazzi che ottiene, invece, un totale insuccesso commerciale ovvero Splendori e miserie di madame Royale (set.1970; 100 min.) di Vittorio Caprioli, sceneggiato dal regista con Enrico Medioli (già coatore de La caduta degli dei e abituale collaboratore di Visconti) e Bernardino Zapponi.
Si tratta del primo film italiano che affronta di petto la questione omosessuale, proponendo una vicenda interamente ambientata in quel contesto e uno dei primi al mondo, coevo dell’altrettanto esplicito Festa per il compleanno del caro amico Harold (The Boys in the Band, Friedkin, mar 1970) uscito in Italia un mese dopo il film di Caprioli e salutato da un flop commerciale perfino superiore.
Alessio (Ugo Tognazzi) è un omosessuale che di giorno fa il corniciaio in un ambiente ambiguo (cerca di smerciare un falso Campigli) e di notte frequenta gli ambienti gay del Colosseo; inoltre spesso invita decine di amici per feste en travesti durante le quali interpreta la figura “regale” di madame Royale. I problemi sorgono allorché la figlia adottiva Mimmina (Jenny Tamburi) rischia di morire durante un aborto clandestino. Un subdolo commissario (Maurice Ronet) lo avvicina e lo costringe a divenire suo confidente, in cambio di piccoli favori relativi al destino giudiziario di Mimmina. Quest’ultima poi le sbaglia tutte: fugge dal riformatorio aiutata da alcune ragazze “facili” e finisce nella tratta delle bianche da cui, ancora una volta, la salvano Alessio e il commissario. Nel frattempo la malavita ha preso di mira il traditore Alessio anche perché il commissario sembra fare di tutto per mandarlo a morte sicura, dichiarando ai quattro venti il suo essere un delatore (è questo uno dei punti deboli del racconto, di totale inverosimiglianza, racconto già abbastanza farraginoso per le troppe peripezie che capitano a Mimmina, vero motore del racconto). Ed infatti nel lugubre, ispirato finale, Alessio viene ammazzato.
L’universo poliziesco è certamente fonte di giustizia (Mimmina viene salvata da un orribile destino) ma è anche un luogo di brutale repressione (si veda la bella sequenza in cui il dialogo tra Alessio e il commissario è accompagnato, sullo sfondo, da un violento pestaggio in un ufficio della questura) mentre la polizia appare impegnata su troppi fronti (ci sono anche allusioni al contesto politico e  alle frequenti esplosioni di matrice terroristica).
La pellicola inizia nel tono della commedia anche umoristica per poi scivolare, episodio dopo episodio, verso il dramma poliziesco in cui il protagonista, vaso di coccio tra vasi di ferro (la giustizia e la malavita), viene stritolato; ed è questa parabola umana, tenera e tragica al tempo stesso, a costituire il cuore pulsante del film e la sua carta vincente, al di là delle incongruenze narrative. Le attenzioni paterne di Alessio, non sufficientemente ricambiato dalla giovane Mimmina, piena di vita ma anche sciocca e incapace di comprendere i brutali meccanismi del suo ambiente, raccontano il dolore di un’esistenza che, al di là della propria inesausta ricerca del piacere sessuale, cerca anche affetti più lineari e stabili, difficili da coltivare nella propria condizione omosessuale. Sarà appunto questo desiderio di “normalità” a perdere Alessio e a portarlo a scelte imprudenti e pericolose che, infine, gli costeranno la vita.
Anche l’essenziale commento musicale di Fiorenzo Carpi offre linee melodiche assorte e meste, volte a rafforzare il tono crepuscolare e malinconico di un racconto in cui l’umorismo diffuso e i momenti anche farseschi dei raduni gay confliggono con il carattere marginale, circoscritto e succube del contesto omosessuale esaminato nel suo insieme. D’altronde il film inizia con la scoperta di un omosessuale ucciso in modo barbaro, evidente anticipazione del destino di morte del protagonista, evento che inscrive l’intero racconto sotto il segno dell’incertezza e del pericolo.
Memorabile, infine, risulta la sequenza ambientata nel cinema parrocchiale Giovane Trastevere (in via Settesoli) in cui si proietta uno dei tanti western dell’epoca: il sacerdote è impegnato ad oscurar,con modalità grottesche (inserendo una scopa nel fascio di luce del proiettore) le poche sequenze “erotiche” (semplici baci prolungati) e non si accorge, invece, che nei bagni c’è il prevedibile viavai omosessuale...
La perfetta interpretazione di Tognazzi, naturalmente effemminata senza eccessi volgari, lo imporrà quale attore della fortunata trilogia del Vizietto (Molinaro, 1978-85) e il film di Caprioli verrà, allora, riproposto (intorno al 1980), proprio sulla scia di quel successo planetario (non avrà successo neppure in questa riedizione). Un decennio è passato e il pubblico è ora maggiormente in sintonia con le tematiche omosessuali, anche se continua a preferirle (e premiarle) in contesti apertamente comici.

In mezzo a questa serie di film, tutti a loro modo pregevoli (cui vanno aggiunti gli ottimi esiti dei più drammatici La califfa e Questa specie d’amore di Bevilacqua, che verranno trattati altrove), Tognazzi partecipa allo scadente Stanza 17-17 palazzo delle tasse ufficio imposte (feb 1971; 85 min) di Michele Lupo, un caper movie in ritardo, che invano guarda ai noti modelli de I soliti ignoti (Monicelli, 1958) e 7 uomini d’oro (Vicario, 1965). Su questo tema lo stesso regista aveva fatto molto meglio in Colpo maestro al servizio di sua maestà britannica (1967)  e 7 volte 7 (1969; con Gastone Moschin e Lionel Stander) (vedi).
L’inflessibile impiegato dell’ufficio tasse Ugo La Strizza (Ugo Tognazzi) rifiuta ogni forma di regalo e di “accomodamento” da parte dei numerosi personaggi pesantemente indebitati con il fisco; li spinge, invece, a rapinare proprio il suo ufficio: dopo preparativi prolissi ed estenuanti, il colpo va a buon fine e il quintetto di ladri (Philippe Leroy, Franco Fabrizi, Lionel Stander, Gastone Moschin e Raymond Bussieres) si ritrova ospite nell’elegante motoscafo di Ugo che aveva pianificato tutto fin dall’inizio (colpo di scena largamente prevedibile) e insieme, come nel finale di Dillinger è morto, si dirigono verso l’ignoto.
La debole sceneggiatura opta per il racconto umoristico, senza possedere le qualità necessarie a rendere divertente una vicenda tanto risaputa e logora. Trovajoli compone una colonna sonora chiaramente ispirata a quella grottesca e insuperabile di Indagine su un cittadino (Morricone). Dispiace soprattutto vedere un cast così importante sprecato in questa modesta operazione. Gli incassi furono comunque discreti.

Francesco Massaro esordisce alla regia con Il generale dorme in piedi (ott 1972; 100 min.), un film deludente e, al tempo stesso, curioso, segnato soprattutto dalla collaborazione alla sceneggiatura di Ugo Pirro.
Protagonista assoluto è il colonnello medico Umberto Leone (Ugo Tognazzi) il quale da tempo attende, invano, al promozione a generale. Decide allora di scrivere un libro autobiografico a fini ricattatori, libro di cui il film illustra (in flashback) i momenti salienti. Scopriamo quindi che Leone è un veterinario promosso chirurgo “sul campo”, quando durante l’ultima guerra si era trovato a dovere operare in condizioni di emergenza. Peraltro, in seguito non aveva mai conseguito la laurea in medicina, pur continuando ad esercitare la professione del chirurgo. Il racconto procede in maniera piatta e modesta (evidente la povertà del budget, inadeguato a rievocare scenari bellici in maniera accettabile), facendo affidamento sul solo talento di Tognazzi (Mariangela Melato, Stefano Satta Flores, Franco Fabrizi e Piero Scaccia sono impiegati in ruoli marginali e poco incisivi). Si giunge però all’esplosivo finale che, da solo, giustifica l’intera operazione. Leone racconta di come sia stato comandato a presidiare un campo di prigionia segreto, pronto a fronteggiare le conseguenze di un golpe finalizzato a estromettere dalla vita politica italiana comunisti e socialisti. Pirro e Massaro non precisano l’anno (non si comprende se il riferimento è al Piano Solo del 1964 o al Golpe Borghese del 1970); in ogni caso si tratta di uno sguardo insolito, a suo modo eclatante, gettato furtivamente dietro le quinte di un colpo di stato che, all’ultimo momento (dopo una attesa di giorni) viene annullato. Di fronte a questo scenario è interessante notare come i soldati e gli ufficiali siano pronti a operare in cieca sintonia con le gerarchie militari, privi di un seppur minimo atteggiamento critico e di qualunque iniziativa in difesa della democrazia repubblicana. Nella sequenza finale, “ricopiata” da quella di Indagine su un cittadino (sempre sceneggiato da Pirro), una commissione militare convince il colonnello Leone a stralciare tutti i passi scabrosi del suo memoriale in cambio della ambita promozione a generale. Si noti che, anche in questa situazione, la commissione esamina gli episodi più banali del testo evitando di soffermarsi troppo su quello, realmente clamoroso, relativo al golpe, episodio il cui eventuale svelamento avrebbe messo a soqquadro la discussione politica nella penisola.
Il film di Massaro è una commedia grottesca senza particolare grinta che, tra l’altro, si inserisce nel solco del cinema antimilitarista assai in voga in quel periodo (Mash di Altman, Comma 22 di Nichols) senza peraltro aggiungere nulla di nuovo; anche la trovata del titolo - Leone, quando dorme, si trasforma in una sorta di polemico anarcoide e spara a zero su tutte le più nobili istituzioni - è modesta e assai poco divertente. Il lavoro si lascia ricordare invece per il suddetto accenno, trattato in modo serissimo, al colpo di stato al fine di ricordare al pubblico italiano che la repubblica, soprattutto dopo la strage di piazza Fontana (dic. 1969), stava vivendo una fase delicatissima della sua storia.
Può anche essere che la pellicola contenga qualche velata minaccia nei confronti di alcuni settori militari (e quindi alcuni alti ufficiali ben definiti) coinvolti nelle manovre golpiste dell’estrema destra.
Gli incassi furono buoni.

testo scritto nell’apr. 2019