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Il mattatore, L’impiegato, Le pillole d’Ercole, I baccanali di Tiberio, Un dollaro di fifa, Tu che ne dici?, Il mio amico Jekyll, Caccia al marito, Ferragosto in
bikini, Genitori in blue jeans, I piaceri dello scapolo, Il principe fusto, A noi piace freddo, Le olimpiadi dei mariti, Intrigo a Taormina, Un militare e mezzo, Anonima cocottes, Il corazziere, Le signore, Appuntamento a
Ischia, Un mandarino per Teo, Mariti in pericolo, I Teddy Boys della canzone, Madri pericolose, La donna di ghiaccio, Fontana di Trevi, La banda del buco, Le svedesi, Fra’ Manisco cerca guai: le ultime comiche (1960)
“Feci A noi piace freddo con Tognazzi, Vianello e Francis Blanche
e lì per lì mi sembrava un po’ strano far ridere sulla Resistenza, però il pubblico lo accettò. Man mano che ci si distaccava storicamente, si potevano vedere certi fenomeni con occhio meno coinvolto”
Steno
Con Il mattatore (feb 1960; 110 min.), diretto da Dino Risi, Vittorio Gassman perfeziona il proprio ruolo di comico camaleontico e istrionico, capace di
raggirare qualunque ingenuo e di dominare la scena senza fatica. Il suo personaggio, Gerardo Latini, è una diretta derivazione dal Peppe er Pantera de I soliti ignoti (Monicelli, 1958) e Audace colpo... (Loy, 1959), in quanto abile truffatore che vive di frodi architettate come fossero siparietti di avanspettacolo. Nel suo rapporto con l’altro sesso il mattatore somiglia più alla versione del personaggio presente nel film di Loy in quanto allergico al matrimonio e al lavoro fisso, quindi tutt’altro che sottomesso alla logica conformista che la donna, per quanto angelicata e fascinosa, porta sempre con sé. Infatti la bella Annalisa (Anna Maria Ferrero) tallona il protagonista senza riuscire a costringerlo al passo fatale; quando poi riesce a mettergli il cappio, lo fa solo grazie a una truffa simile a quelle inventate da Gerardo. Le radici ultime di questo personaggio, che segnerà profondamente tutta la carriera seguente di Gassman, vanno ricercate anche nell’archetipo del vitellone felliniano nel suo modello più cinico ovvero quello interpretato da Franco Fabrizi nel film del 1953. Infatti il rapporto con la fidanzata percepito come normalizzatore e l’allergia al lavoro si ritrovano praticamente identici nei due personaggi: la sequenza, da antologia, di Gerardo che semidistrugge un negozio di delicati manufatti di vetro nel tentativo riuscitissimo di non farsi assumere da commesso è eccezionale.
Il mattatore è un racconto episodico che inanella una serie di vicende lungo quasi un decennio. Gerardo racconta le proprie prodezze e peripezie a un malcapitato venditore/truffatore (Aldo Bufi Landi) a lui molto simile. Dapprima le piccole truffe in solitudine, poi quelle in duo con Chinotto (Peppino De Filippo) e con Elena (Dorian Gray), infine il matrimonio che pensava finto e che lo ha convinto a un’esistenza tradizionale. Nel breve brillante epilogo si succedono ben due colpi di scena: il venditore si qualifica dapprima come poliziotto e, dopo avere “arrestato” il protagonista, come suo compare: la scenetta aveva il solo fine di strapparlo alla moglie conformista e riportarlo “sulla strada”, alla sua vita di sempre.
Il racconto, pur tra alti e bassi tipico di un cinema costruito su singoli episodi autonomi, delinea con incisività l’universo dei bidonari come un mondo tipicamente maschile, creativo e avventuroso, al quale si contrappone
l’universo dei “regolari” fatto di individui anonimi, spesso brutti e grigi (splendida la figura dell’orribile ragioniere interpretato da Antonio Bandini, che vorrebbe sposare Annalisa) e di donne come la protagonista che,
pur facendo la soubrette, ambiscono a un’esistenza domestica convenzionale e ad essa cercano di ricondurre le loro “vittime” (era la regola nonché il punto di debolezza nel monicelliano I soliti ignoti).
Gassman/Gerardo, vulcanico e straripante, non può accettare una vita ripetitiva e anonima, rinchiusa entro i limiti di un appartamentino borghese di cattivo gusto, anche se con una bella moglie e il film riesce ancora a seguire
questo modello maschile di carattere dominante che appartiene agli anni cinquanta e che, progressivamente andrà sparendo nel nuovo decennio, segnato dalla forzata uguaglianza dei sessi. I bersagli dei truffatori toccano
tutti i simboli delle istituzioni più tradizionali: dai gioiellieri ai generali, dai preti agli industriali spregiudicati in uno scontro in cui l’avidità e il cinismo sono presente in significativa quantità in quasi tutti i
personaggi del racconto mentre le donne (si Annalisa, sia Elena)
non esitano a utilizzare in maniera spregiudicata la propria femminilità per ottenere quello che cercano dalla controparte (soldi, regali o impegni coniugali). Ne emerge un’Italia vitale e dinamica in cui, come sempre, i valori riconosciuti e la morale cattolica rimangono una patina superficiale alla quale ci si attiene per abitudine ma in cui non crede veramente nessuno.
Il film ottenne un grande successo.
Nino Manfredi, già comprimario di talento in numerosi film degli anni cinquanta, esordisce come protagonista principale nel mediocre L’impiegato
(gen 1960; 95 min.) di Gianni Puccini. Il film riprende il tema classico del lavoratore frustrato da un’esistenza quotidiana grigia e insignificante. Nando (Nino Manfredi) è un impiegato romano che tira avanti senza vere
ambizioni, in un contesto miserevole (“da film neorealistico” come viene detto ironicamente nel film); in casa lo molesta anche la presenza di un fastidioso opportunista (Andrea Checchi), corteggiatore della sorella vedova. Da
tutto questo l’uomo fugge attraverso la dimensione onirica, sognando di essere uno scrittore infatuato di una bella vamp (Anna Maria Ferrero), amica di alcuni gangster. Tutta questa ampia e invadente sezione, che vorrebbe
essere parodia dell’universo fumettistico, è disastrosa, avendo gli autori (la sceneggiatura è firmata anche da Elio Petri e dallo stesso Manfredi) dimenticato che il linguaggio filmico, fortemente realistico per sua natura,
mal tollera tutte le iperboli fumettistiche (problema che si ripropone ogni volta che ci tocca sorbirci i kolossal Usa che pretendono di illustrare i supereroi di carta), le annulla e le rende puerili e false. Metà film, pertanto, naufraga in queste sciocchezze mentre l’altra metà si dipana con Nando che corteggia una severa dirigente (Eleonora Rossi Drago) giunta da Milano a rimettere ordine negli uffici della capitale. Questa parte suona altrettanto fasulla e somiglia a un fumetto più realistico, con il nostro uomo senza qualità che cerca di accreditarsi presso la superdonna. Non a caso, dopo essere stato rifiutato, Nando inserirà quest’ultima nel suo universo onirico...
Forse gli autori volevano approfittare di questo strano canovaccio per inserire le consuete critiche al sistema sociopolitico liberalcapitalistico: vi sono infatti, qua e là, alcune frecciatine che peraltro rimangono sullo
sfondo in quanto sommerse dalle stupidaggini oniriche che rimangono prevalenti. Anche l’idea che l’individuo medio italiano viva un’esistenza priva di valori, dalla quale deve cercare di riscattarsi in qualche modo, è un’idea
scema e tutt’altro che rivoluzionaria. Ognuno vive l’esistenza che è capace di crearsi, al di là del lavoro di routine che si è costretti a sopportare. Quella di Nando appare insulsa perché il personaggio stesso è
insulso, privo di qualunque interesse e di qualunque iniziativa... Ciononostante il film ottenne buoni incassi.
La seconda interpretazione di Nino Manfredi di quell’anno, Le pillole d’Ercole
(set.1960; 100 min.), è tra le ultime pellicole “disimpegnate” dell’attore laziale; seguirà Crimen (1960; vedi) e, a partire dall’anno seguente, quasi tutte le sue commedie (come quelle di Sordi, Gassman e Tognazzi)
avranno un taglio sociopolitico più esplicito e spesso “didascalico” (si vedano Il carabiniere a cavallo, Gli anni ruggenti, La parmigiana... ). Le pillole d’Ercole, opera prima di Luciano Salce, traspone in
immagini una fortunata commedia francese di Paul Bilhaud e Maurice Hennequin Les Dragées d’Hercule (1904). In essa un integerrimo dottore Nino Pasqui (Nino Manfredi) diviene oggetto di una beffa da parte di alcuni suoi colleghi che gli somministrano, di nascosto, una pillola afrodisiaca. L’uomo si sfoga su una disponibile americana il cui marito, però, si presenta a casa del rivale dichiarandosi pronto a rendergli pan per focaccia. Il disperato Nino adotta il vecchio trucco di assoldare una mantenuta (Jeanne Valerie che fa il verso a Brigitte Bardot), accompagnata dalla terribile madre (Andreina Pagnani) e di farla passare per sua moglie. Nella elegante cornice delle terme di Salsomaggiore inizia un interminabile girotondo fatto di equivoci (ci sono anche un allupato Vittorio De Sica e la sua accompagnatrice Annie Gorassini), alcuni divertenti, altri prevedibili e tirati per le lunghe fino all’immancabile chiarimento nel lieto finale. Al culmine del caos Nino risulta avere una moglie (in realtà la mantenuta), un’amante (in realtà la moglie Sylva Koscina) e un’anziana donna, ben poco piacente, che si dichiara molestata dal dottore (annebbiato dal solito afrodisiaco)...
Il film appare lievemente anacronistico: le schermaglie amorose della coppia protagonista, il personaggio del militare (V. De Sica) sempre alla ricerca di nuove conquiste, gli scontri tra “uomini d’onore” che minacciano
duelli, la cornice termale rievocano un gusto narrativo tipico di inizio secolo, di fatto ripreso dal testo teatrale del 1904. Anche certe verbosità e alcune inutili scene di agnizione rimandano al passato mentre lo sguardo
assatanato di Nino che, sotto l’effetto delle pillole, vede le donne mezze nude fa parte del nuovo orizzonte erotico della commedia degli anni sessanta e anticipa il Manfredi di Vedo nudo (Risi, 1969; vedi). Nell’insieme un film abbastanza scolastico e prudente: Salce saprà fare molto meglio già a partire dal suo secondo film (Il federale, 1961).
Il lavoro ottenne un buon successo commerciale.
Il 1960, anno cerniera tra il “vecchio” e il “nuovo” mondo, offre ancora numerosi esempi di commedie all’italiana del tutto spensierate e legate al mito del maschio
italico perennemente a caccia di avventure erotiche. Si tratta di una visione conservatrice che andrà gradualmente dileguando durante il decennio o comunque ad essa verrà sempre più affiancata una visione problematica che
tenderà a rendere desueta la figura del playboy scanzonato. Di lì a poco Tognazzi, Gassman, Sordi e Manfredi inizieranno a dar voce a tematiche storico-politiche che, fingendo di parlare del passato cercheranno invece di
spostare l’asse politico italiano a sinistra, in perfetta sintonia con quel centrosinistra per il quale lavoravano alacremente Aldo Moro e Amintore Fanfani. I baccanali di Tiberio
(gen. 1960; 90 min.) di Simonelli è una modesta parodia dei peplum e offre un Ugo Tognazzi in coppia con Walter Chiari in una delle sue ultime interpretazioni puramente farsesche. La visione rimane quella consueta con le figure femminili tutte ridotte a elementi ornamentali.
Incorniciato da un prologo e da un epilogo ambientati in epoca moderna, il film racconta le disavventure di due tipi ordinari alla corte di Tiberio (un brillante Tino Buazzelli) il cui braccio destro (Aroldo Tieri) ha
organizzato un complicato stratagemma per uccidere l’imperatore e i suoi cortigiani durante un baccanale. Ci penseranno le ballerine guidate da Abbe Lane le quali, patriote britanniche che lottano per l’indipendenza da Roma,
sono pronte a uccidere il tiranno. Il complotto fallisce e Abbe Lane scopre addirittura di essere figlia dell’imperatore... La trama è quasi inesistente e le battute sono poco umoristiche; mentre i due protagonisti si
perdono nei soliti stereotipi furbeschi e galanti, rimangono nella memoria il divertente Buazzelli, tiranno sorridente e implacabile e Tiberio Murgia nel doppio ruolo di una inflessibile guardia antica e moderna (la cornice
moderna è più gustosa del racconto ”antico”). Gli incassi furono buoni. Nel successivo Un dollaro di fifa
(ago 160; 90 min.) il medesimo cast, sempre diretto da Simonelli, tenta una parodia del western con esiti disastrosi. La coppia comica è male assortita poiché Tognazzi e Chiari appaiono troppo simili e privi di una dialettica di un qualche interesse. Contro di loro Aroldo Tieri e Mario Carotenuto sono incolori (manca purtroppo Buazzelli) mentre le numerose figure femminili (Dominique Bosquero, Helene Chanel) si limitano a ruoli decorativi. La vicenda riguarda il solito scambio di persone (i protagonisti, dediti a spettacoli di magia, vengono scambiati per temibili pistoleri... ) e si snoda senza estro.
Ciononostante il film ottenne un successo commerciale superiore ai Baccanali di Tiberio.
Altrettanto scadente risulta essere Tu che ne dici? (mar. 1960; 90 min.), opera seconda di Silvio Amadio, in cui si torna alla classica coppia Tognazzi-Vianello.
La trama è inesistente: una coppia di poveracci, dediti a piccole ruberie, si impadronisce del bottino di un gangster (Fred Buscaglione); questi, con la sua banda di criminali da operetta, inizia allora a inseguire i ladri
ma viene continuamente beffato. Il racconto si riduce a una serie di microepisodi farseschi, sostanzialmente autonomi, in cui non si diverte nessuno. Le mimiche esagerate (da avanspettacolo), le situazioni puerili e i dialoghi
ricchi soprattutto di freddure vanificano la buona volontà di Vianello e Tognazzi. Molti i numeri musicali e da ballo in cui risalta Helene Chanel. Il film riscosse incassi modesti.
La coppia Tognazzi-Vianello ottiene invece un discreto risultato sotto la guida di Marino Girolami ne Il mio amico Jekyll
(apr. 1960; 100 min.), parodia del celebre romanzo di Stevenson, incentrata sul solo versante erotico. Il prof. Jekyll (R. Vianello), brutto e sfortunato con le donne, invidia il prof.Giacinto (Ugo Tognazzi), bello,
composto e sempre a circondato da decine di belle signore (insegna in una scuola di rieducazione per ex prostitute... ). Il professore lo fa rapire e, di notte, “entra” nel suo corpo, trasformandolo in un satiro sguaiato. Così
Giacinto diviene una figura schizofrenica: moralista di giorno e corteggiatore libidinoso dopo il tramonto. Le sue vittime principali sono la fidanzata (Abbe Lane) e una delle “allieve” (Helene Chanel). Le situazioni sono
condotte con mano sicura e spesso risultano realmente divertenti grazie al talento di Tognazzi e di tutti gli interpreti. Sarà Arguzio (un ottimo Carlo Croccolo), detective trasformista, a scoprire il sotterfugio e a salvare
Giacinto, finito sul cornicione di un edificio con una delle sue vittime.
Questa rilettura erotica del mito di Jekyll si adatta ai tempi nuovi: le due facce di Giacinto interpretano i due mondi a confronto ovvero quello del decennio appena
trascorso e in via di estinzione e quello scatenato e privo di inibizioni del decennio in arrivo. Le donne vengono abilmente descritte dal regista come perfettamente a proprio agio nell’uno e nell’altro dei due mondi: in
particolare la fidanzata di Giacinto, modesta e quieta di giorno, accoglie la svolta sensuale (notturna) del partner come una liberazione fino a quando non scopre che Giacinto/Hyde è pronto a sfogare la propria libido su
qualunque femmina disponibile. Mentre nella mentalità maschile un incolmabile abisso separa lo studioso riservato dal playboy nottambulo (non a caso nel film si tratta di due differenti personaggi), rendendo impossibile la
convivenza dei due caratteri nella medesima persona, in quella femminile, ove tutto è teatro, si può facilmente passare da atteggiamenti quieti e materni a posture erotiche e disinibite; in fondo quello che sempre e solo
vogliono è essere accettate dalla cultura maschile rimanendo all’interno degli stereotipi di volta in volta prevalenti. La parodia non ebbe successo. Andò meglio, al botteghino, il successivo Caccia al marito
(ago 1960; 95 min.), classico film vacanziero in cui Girolami si avvale di un cast corale perfettamente calibrato Quattro impiegate dei grandi magazzini - Valeria Fabrizi, Sandra Mondaini, Lorella De Luca e Ingrid Simon -
annoiate dai loro grigi fidanzati (Carlo Delle Piane, Enio Girolami, Raffaele Pisu e Raimondo Vianello) vanno in un grande hotel di Viareggio con la speranza di trovare un marito ricco e magari anche bello. La sensuale Fabrizi
accalappia Mario Carotenuto, industriale nordico che finirà però sul lastrico; l’ingenua De Luca finisce vittima di un raggiro da parte di un finto conte nonché complice di un furto; la Mondaini cerca di sedurre prima un
ingegnere, poi Walter Chiari in persona senza riuscirvi e cosi via. Alla fine alcune torneranno ai loro fidanzati romani, nessuna diventa ricca ma tutte appaiono felici poiché hanno finalmente trovato un marito. La pellicola
scorrevole e a tratti realmente umoristica, si allinea alla visione conservatrice del decennio ormai passato e descrive eserciti di donne giovani e meno, piacenti e non, tutte alla disperata ricerca di un marito e di un
matrimonio benedetto da tanti figli. Nessuna di loro sente la nostalgia del lavoro da commesse e della presunta indipendenza che esso comporta. La figura femminile appare dominata da un unico desiderio: quello di essere al
centro di una famiglia possibilmente numerosa e ricca, ma in mancanza di meglio va bene anche il fidanzato studente e l’impiegato di basso livello. In parallelo le figure maschili ambiscono ad avere compagne piacevoli, sensuali
come pure sicure di volere dedicarsi esclusivamente al mondo domestico della futura famiglia. E tutto ciò suona ancora, in questo 1960, come naturale ed ovvio. Semplicemente dieci anni dopo - passati i successi travolgenti de Il
tigre, Il laureato e di Easy Rider(solo per citare tre possibili esempi di film che disegnano modelli femminili radicalmente differenti) - un film come Caccia al marito sarebbe stato impossibile da concepire e da proporre al pubblico, italiano e non.
Il buon riscontro commerciale spinge Girolami a replicare subito con Ferragosto in bikini
(dic. 1960; 90 min.) impiegando un cast praticamente identico (Lauretta Masiero sostituisce Sandra Mondaini) mentre Viareggio viene sostituita da Fregene. Il racconto viene ristretto a una sola giornata (appunto Ferragosto)
durante la quale la folla di personaggi, principali e secondari, interagiscono intrecciando una polifonia di affetti e di ambizioni che tuttavia genera una tela confusa e sfilacciata in cui l’umorismo poco riuscito di numerose
vicende si alterna con tonalità patetiche e perfino drammatiche di altre, queste ultime trattate secondo stereotipi tediosi. Il brio del film precedente è perduto e all’attivo di questo rimangono solo la bellezza provocante di
Valeria Fabrizi, la rabbia del marito geloso Raimondo Vianello e il brio del ladruncolo Carlo Delle Piane. Tutto il resto è replica stanca con Mario Carotenuto ancora imprenditore in rovina, Walter Chiari predicatore luterano
poco divertente e Enio Girolami bagnino corteggiato dalle tardone. Interessante invece la figura dell’ex soldato tedesco che ritrova l’amante romana dei giorni del conflitto: sebbene la pagina sia girata in maniera oltremodo
mielosa, va detto che si tratta di uno dei rarissimi casi in cui un ex soldato della Wermacht (occupante nei giorni della guerra civile) viene dipinto con umanità, in sottintesa polemica con lo stereotipo del soldato nazista
crudele e senza cuore, tipico del cinema resistenziale di marca socialista; anche in questi dettagli si evidenzia il carattere conservatore e antimodernista del cinema di Marino Girolami. D’altronde durante questo ferragosto la
compagine femminile al completo utilizza esclusivamente la propria sensualità per ottenere dal maschio predominante favori e benessere, secondo schemi comportamentali di antica tradizione. La ferrea regola dello scambio che
governa da secoli il mondo civile viene mostrata senza falsi pudori, moralismi ideologici e ridicole opzioni ugualitarie: la splendida Valeria Fabrizi invita i suoi innumerevoli corteggiatori a farsi avanti solo se dotati di un
consistente conto in banca... Rispetto a Caccia al marito gli incassi furono minori.
Genitori in blue jeans (feb.1960; 105 min.) di Mastrocinque, è uno dei tanti esempi di film umoristico e corale in cui tutte le figure maschili, interpretate da Franco Fabrizi, Ugo Tognazzi, Mario Carotenuto e Peppino De Filippo, sembrano vivere esclusivamente per trovare nuove amanti, giovani e a volte giovanissime (Tognazzi corteggia Helene Chanel, compagna di liceo di sua figlia Kathia Caro). Le mogli tacciono e spesso acconsentono pur di non perdere gli amati coniugi mentre le amanti (vedi Scilla Gabel) vengono spesso cedute al conoscente in cambio di favori.
Non può mancare la gita a Parigi, percepita sempre come capitale della lussuria mentre a ravvivare lo scenario c’è l’amico estroverso (Alberto Talegalli) che organizza burle efficaci (nel finale si finge addirittura morto
per infarto, interrompendo lo spogliarello di Lynn Shaw). Feste, avventure galanti e sotterfugi macchinosi: nessuno stereotipo manca in questa sorta di ricapitolazione della commedia del decennio precedente mentre il
riferimento a Peccatori in blue jeans (Carné, 1958), notevole successo d’oltralpe, è del tutto strumentale poiché il tono rimane sempre allegro rispetto a quello tragico del film francese mentre di blue jeans non c’è ombra nell’abbigliamento sempre serioso degli stagionati protagonisti.
Si parla molto di separazioni legali e di matrimoni in Messico, le due scappatoie dell’epoca all’istituzione matrimoniale allora indissolubile, ma alla fine quasi nessuno vi fa ricorso: l’inquietudine modernista rimane solo
in superficie, il corteggiamento della minorenne da parte di Tognazzi si risolve in un nulla di fatto e le abitudini tradizionali alla fine prevalgono. Il film riscosse un buon successo.
Un’ossessione erotica simile sostiene I piaceri dello scapolo (feb.1960; 90 min.) di Giulio Petroni, divertente commedia in cui una coppia di amici (i fratelli
Carotenuto) decide di dotarsi di un appartamentino per facilitare gli incontri con donnine compiacenti. Memmo Carotenuto, funzionario comunale, si ritrova corteggiato da Gina Rovere presunta moglie (in realtà una prostituta
assoldata per l’occasione) del costruttore Andrea Checchi la cui vera moglie Sylva Koscina invece corteggia Mario Carotenuto con una motivazione segreta ovvero quella di distruggere un quadro compromettente (un nudo maschile)
di cui è autrice, quadro che si trova appunto nel famoso appartamentino. Se a questo fitto intreccio si aggiungono Marisa Merlini, eterna fidanzata di Mario Carotenuto la quale scopre presto la nuova abitazione e vi si
installa, credendola destinata alle loro future nozze e una simpatica, esitante coppia giovanile (lei è Graziella Granata) imparentata con la Merlini, coppia anch’essa interessata a utilizzare il luogo proibito, si capisce che
la situazione è esplosiva. Petroni sa condurre la vicenda con abilità, in un graduale crescendo di equivoci e malintesi che riesce a tenere lo spettatore sulla corda fino al gran finale rossiniano con praticamente tutti i
personaggi entro le mura del famoso luogo peccaminoso, in una conclusione caotica e farsesca. Il modello dell’opera buffa settecentesca fa capolino qua e là nella conduzione di una vicenda che allinea duetti, terzetti,
quartetti e scene di insieme tutti basati sul malinteso e sulla beffa. Nell’epilogo i due amici, che di fatto non hanno combinato niente, si ritrovano entrambi sposati e perfettamente “addomesticati” l’uno dalla Merlini e
l’altro da Anna Campori, vedova bruttina ma ottima cuoca la quale, nelle vesti di proprietaria dell’appartamentino, ha partecipato all’ameno girotondo con modeste pretese erotiche messo in scena dai fratelli Carotenuto. Si
tratta insomma di una commedia conservatrice e cauta, perfettamente inscritta nella logica degli anni cinquanta. Il matrimonio è l’ambizione di tutte le figure femminili del racconto (con l’ovvia eccezione della prostituta),
matrimonio che viene percepito dalle figure maschili come la fine della giovinezza e della libertà. Ecco dunque i tentativi di protrarre questa fase spensierata attraverso improbabili avventure erotiche che, alla fine, si
riducono alla frequentazione
di una prostituta quotidianamente disponibile in strada. Falliti gli espedienti avventurosi, l’unica soluzione possibile sembra essere quindi l’unione stabile anche con donne non dotate di enorme attrattiva erotica. D’altronde anche la coppia giovanile, descritta come superficialmente “affetta” da un certo modernismo rock (evidente nei gusti musicali), di fronte al gesto definitivo e insolito (per l’epoca) di un rapporto prematrimoniale completo, esita lungamente e poi lascia perdere.
La pellicola non ebbe successo.
Anche Il principe fusto
(mar.1960, 90 min.), pellicola totalmente incentrata sulla figura di Maurizio Arena (per l’occasione anche regista), non ottenne incassi significativi.
La vicenda, alquanto scontata soprattutto dopo il recente, a suo modo insuperabile Conte Max (Camerini, 1957 con Sordi), riguarda il trasteverino Ettore (M Arena) fidanzato con Angela (Lorella De Luca) che si fa passare addirittura per principe al fine di sedurre Susan (Michele Girardon) ricca e ingenua americana. Il tutto per una banale scommessa con un esponente della cerchia aristocratica romana che assiste, divertito, all’esperimento (insomma il medesimo contesto del successivo e più fortunato Una poltrona per due,
Landis 1983). Equivoci e complicazioni si sprecano e giungono al proprio apice con la pubblicazione sui giornali della foto del falso principe e della bella ereditiera. Angela va su tutte le furie, Susan scopre la mascherata e
tutto finisce nel nulla: i chiarimenti sono all’insegna della cordialità, dopo di che ognuno torna nel proprio ambiente naturale. Il divertimento è modesto, Maurizio Arena si muove in maniera ordinaria, credibile come
popolano ma impacciato e a tratti quasi imbarazzante nel ruolo principesco mentre l’ambientazione borgatara prelude a quella di Accattone (Pasolini, 1961) anche se i toni ovviamente sono molto differenti mentre la cerchia nobiliare si compone di macchiette inverosimili. Non mancano gli immancabili riferimenti ironici a La dolce vita. La mancanza di figure di contorno significative (si pensi a De Sica nel conte
Max) contribuisce a rendere il film poco incisivo. La visione sociale è ancora saldamente patriarcale con le fanciulle tese sempre e solo a compiacere i loro partner, siano residenti a Trastevere o si fregino di titoli
nobiliari, poco cambia.
A noi piace freddo (lug 1960, 105 min.) di Steno è una divertente parodia non solo del celebre, recente film di Billy Wilder (A qualcuno piace caldo),
ma soprattutto del nascente filone storico-resistenziale che annoverava già alcuni titoli rilevanti come Il generale Della Rovere e Tutti a casa. Steno offre una ricostruzione della Roma del 1944 di tutto
rispetto, con militari tedeschi e agenti inglesi che parlano nella loro lingua madre (sottotitolata), all’interno della quale inserisce il quartetto di protagonisti ovvero due borsari neri, una soubrette e un aristocratico sul
punto di sposarsi, che danno voce non solo alla consueta commedia umoristica ma soprattutto illustrano l’ottica paziente e pacifista della vasta area grigia di gente comune che aspettava con ansia la fine del conflitto. Ugo
(Ugo Tognazzi) e Titozzi (Peppino de Filippo) sono due abili borsari neri che trasportano a domicilio ingenti quantità di cibi “proibiti”: il loro unico obiettivo è servire i loro facoltosi clienti e far soldi. Una soubrette
fanatica e un po’ scervellata (Yvonne Furneaux) scambia Ugo per un coraggioso partigiano incaricato di uccidere il comandante delle SS a Roma (uno spassoso Francis Blanche), amoreggia con lui, lo segue ovunque e finisce per
compromettere tutti i suoi traffici. Per sfuggire alla cattura Ugo dovrà travestirsi da sposa nella elegante residenza del barone Raimondo (Raimondo Vianello) e recitare l’intera cerimonia nuziale sotto gli occhi disgustati del
“marito” e quelli ammirati del comandante tedesco. Nell’ultima parte del film, ambientato in un ospedale, tutti i personaggi danno vita
un folle girotondo farsesco che culmina in una pernacchia rivolta da Titozzi al Fuhrer (in collegamento telefonico). Nel finale, ovviamente lieto, arrivano a Roma gli yankees, i tedeschi fuggono e Titozzi diventa un eroe della Resistenza...
Il cuore pulsante della simpatica commedia è affidato al travolgente Francis Blanche, un attore francese che fa una splendida caricatura dell’ottusità teutonica (la ripeterà numerose volta, ad esempio nel ricco tedesco che
“acquista” la torre Eiffel ne Le più belle truffe del mondo, Chabrol 1964). L’attore è talmente bravo da rendere perfino simpatico il suo personaggio come pure i suoi sottoposti, descritti come una compagine di
subnormali. Perfettamente a proprio agio anche la classica coppia Tognazzi-Vianello che, nella sequenza del falso matrimonio, offre un brano da antologia. La parte finale è più prevedibile e ripetitiva. Ciononostante il senso
compiuto del racconto è fermamente conservatore e costituisce uno degli ultimi esempi di cinema che si permette di dissentire da un’esaltazione acritica della resistenza e dei suoi falsi eroi. I nostri borsari vogliono solo
procurare buone cibarie a chi può permettersele, temono i tedeschi e sono consapevoli (viene detto) che prima o poi quegli invasori dovranno andarsene; inoltre essi sono allergici a tutte le forme di violenza e comprendono che,
per quella via, di fronte a un nemico armato, crudele e prevalente, non otterranno niente. E’ insomma l’ottica attendista, quella cara alla resistenza liberale, monarchica e democristiana, la linea politica abbracciata da Steno
e perfettamente illustrata da questo simpatico film. Di lì a poco, tuttavia, Ugo Tognazzi, come pure Sordi, Manfredi e Gassman, traslocheranno nel più blasonato cinema d’autore e daranno vita a quel cinema storico-resistenziale
che accompagnerà sostenendolo l’avvento al potere del centrosinistra di Moro (1963). Il film riscosse un buon successo commerciale.
L’abile regista Giorgio Bianchi delude con Le olimpiadi dei mariti
(ott. 1960; 90 min.) un film vacanziero al contrario, affidato al quartetto Tognazzi-Vianello-Delia Scala-Sandra Mondaini. Anziché illustrare le peripezie amorose sulle spiagge, tra bikini, bagnini e ombrelloni ovvero in un contesto dotato di un naturale fascino, il film inizia con la partenza delle mogli per il mare e continua raccontando invece i tentativi dei mariti - un giornalista e un fotografo presso un giornale minore - di sedurre le tante straniere che gironzolano nella Roma delle Olimpiadi. In realtà della capitale non si vede quasi nulla e il film finisce per essere tutto ambientato in interni desolati in cui la coppia di protagonisti ospita, suo malgrado, una piccola folla di turisti tedeschi con l’ambizione tutt’altro che nascosta di portarsi a letto le ragazze più disponibili. Per contrattempi vari le mogli rientrano a casa e scoprono le intenzioni fedifraghe dei mariti i quali cercano di giustificarsi inventandosi un presunto scoop intorno al fatto che Hitler è ancora vivo ed è imparentato con i tedeschi in questione. Di equivoco in equivoco si giunge al farsesco finale in cui compare addirittura il leader nazista...
Il film non riesce a divertire in quanto si basa su interminabili duetti, terzetti e quartetti estremamente scontati: le mogli prima aggressive, poi credulone di fronte ai mariti disposti a inventare assurdità enormi pur di
abbagliare e sviare le inferocite consorti. In un simpatico ruolo di contorno c’è Gino Cervi, direttore del giornale. Il film stanca presto ed infatti non ottenne alcun successo commerciale. Esso ribadisce tuttavia
l’immagine di un’Italia ancora
patriarcale, con i mariti tranquilli riguardo alla fedeltà delle mogli , due casalinghe sempliciotte e senza pretese e pronti a tradirle con qualunque bella fanciulla disponibile. Mentre questi ultimi sembrano vivere nel mondo reale, dove trovano più di un’occasione di “svago”, le seconde vengono descritte come animali domestici, interessate soprattutto all’ordine dei loro appartamenti e in qualche modo rassegnate a dovere subire qualche torto.
Decisamente migliore risulta il successivo Femmine di lusso o Intrigo a Taormina
(dic. 1960; 95 min.) in cui Bianchi confeziona un classico film balneare ove questioni serie e umoristiche vengono miscelate con efficacia. Tuttavia il risultato finale è prevedibile: figure e situazioni danno luogo a schermaglie amorose che si risolvono tutte in maniera moralistica.
Ci sono due coppie - Gabriele Ferzetti/Belinda Lee e Ivan Desny/Caprice Chantal - che sembrano decise, per stanchezza, interesse o attrazione amorosa, a scambiarsi le mogli; c’è un ricco armatore (Gino Cervi), sul cui
panfilo si svolge larga parte del film, preoccupato per l’eccessiva timidezza con le donne del figlio (Ugo Tognazzi), di cui, terrorizzato, sospetta tendenza omosessuali; c’è un fotografo di moda (Walter Chiari) che,
perseguitato da una fidanzata appiccicosa (Elke Sommer), corteggia una modella (Sylva Koscina) che invece si accompagna a un nobile locale (Massimo Serato); quest’ultimo le fa credere di essere un ladro di gioielli... Lo
scambio tra coppie non ci sarà, il presunto gay si rivela persona “sana” e tutte le trasgressioni si rivelano innocui scherzi. Il film, dotato di un notevole cast e di scenari magnifici, non riesce a intrattenere a causa
della eccessiva prevedibilità di dialoghi e sviluppi narrativi. In ogni caso la visione rimane ancorata ai tradizionali anni cinquanta, con tutte le figure femminili impegnate, in maniera esclusiva, nella ricerca del marito
migliore Gli incassi furono buoni.
Nel 1960 compaiono alcune delle ultime interpretazione di Renato Rascel come protagonista. Ne Un militare e mezzo
(mar. 1960; 110 min.), diretto da Steno, forma un’insolita coppia con Aldo Fabrizi e gli esiti sono discreti. La vicenda è realmente esile: Nicola Carletti (Rascel) si ritrova a dover assolvere gli obblighi di leva a
cinquanta anni e finisce sotto le grinfie dell’arcigno maresciallo Rossi (Aldo Fabrizi). Dopo litigi e schermaglie tra i due si stabilisce una certa, simpatica intesa che si conclude con l’ottenimento dell’esonero per Nicola,
caldeggiato dal maresciallo. Nel frattempo Nicola ne ha combinate di tutti i colori per riuscire a tenere testa a una serie di impegni lavorativi, del tutto incompatibili con la quotidianità di una recluta, contestando, in
maniera bonaria ma spesso arguta, tutte le regole della vita militare. Completano il racconto due inutili storie amorose incentrate sulle figlie (Virna Lisi e Vicky Ludovisi; c’è anche un giovanissimo Terence Hill) dei due
protagonisti. L’unica ragion d’essere del raccontino rimane la serie di duetti comici dei simpatici Rascel e Fabrizi; certo alcuni di questi risultano troppo lunghi e spesso ripetitivi; ciononostante il film documenta con un
certo brio questa strana coppia comica e non si lascia sfuggire l’occasione per lanciare qualche modesto strale antimilitarista seppur sempre in ossequio all’alleanza con la superpotenza Usa, rappresentata in maniera più che
positiva da uno dei fidanzati delle due ragazze. Insomma gli italiani elogiano la vita civile e il commercio (Carletti è un rappresentante di medicine) e sembrano voler dire che le cose militari è meglio lasciarle ai fusti
d’oltreoceano... La pellicola ottenne un buon successo.
Toni meno allegri attraversano Anonima cocottes
(ott. 1960; 105 min.) di Camillo Mastrocinque, in cui Rascel riprende il ruolo prediletto dell’impiegato onesto e povero, orgoglioso del proprio carattere anche se emarginato e deriso da una maggioranza cinica e spesso disonesta (si vedano Il cappotto,
Lattuada 1952 e Policarpo, Soldati, 1959). E’ in quei ruoli che Rascel ha saputo dare il meglio di sé ed anche questa volta il risultato è interessante, pur senza raggiungere i livelli delle opere precedenti. Il
racconto è diviso in due parti differenti ed anzi contrastanti. Nell prima il cassiere Paolo Robotti (Rascel), della banca fluviale, non accetta di farsi corrompere dalla signora Pfiffer (Sophie Desmarets) e dal suo capufficio
(Francis Blanche) i quali esigono che lui non si accorga di un enorme ammanco di denaro, causato dalle esigenze di un politico molto importante (si intuisce democristiano poiché si paventa la possibilità che l’opposizione
potrebbe avvalersi di un eventuale scandalo che farebbe addirittura cadere il governo). Messo alle strette, isolato da tutti, perfino dalla perfida suocera che vive con lui (il protagonista è vedovo) e che non vede l’ora di
liberarsene per appropriarsi del suo appartamentino, Paolo tenta il suicidio gettandosi nel Tevere. Sopravvissuto a questa esperienza decide di adeguarsi al sistema: divenuto amico di Jeanne, una prostituta di buon cuore (Anita
Ekberg), mette in piedi una casa di tolleranza attraverso la quale riuscirà a condizionare personaggi influenti fino a riuscire ad impadronirsi della banca dalla quale era stato cacciato. Infine Paolo sposa una fanciulla che
crede pura ed onesta per accorgersi in viaggio di nozze che è una prostituta come quelle della sua “casa”... Si ride poco in questo ritratto dolceamaro di un’Italia annebbiata dal benessere che ormai si profila come parte
integrante della nuova cultura di massa. Il possesso di frigorifero, televisione e automobile sono obiettivi per i quali la maggioranza è disposta a qualunque scorrettezza. Paolo Robotti rappresenta il galantuomo d’altri tempi,
insensibile alle lusinghe del nuovo consumismo. Quando poi reagisce violentemente al mondo che lo ha emarginato, lo fa per rabbia, per ottenere una vendetta che ritiene doverosa, rimanendo comunque disinteressato a quei beni di
consumo che ora può permettersi di comprare in quantità. L’umorismo di Rascel dunque inizia a piegarsi a uno scenario politico in cui la dirittura morale diviene un valore a se stante, assoluto, di fronte al quale anche la
cessione del potere all’opposizione comunista è possibile (in tal senso si esprime il simpatico protagonista). Anonima cocottes è un film di transizione in cui il vecchio semplice umorismo di natura conservatrice lascia il posto a una critica del contesto sociopolitico talmente radicale (si passa per un tentativo di suicidio e poi si approda a una guerra senza quartiere nei confronti del nemico corrotto, guerra che non esita a utilizzare la prostituzione) che finisce con il disinteressarsi delle ideologie complessive (liberalismo versus comunismo) e con il richiedere con forza una rigenerazione morale a qualunque costo. Inizia insomma ad emergere l’uso di questa tematica morale come incisiva arma di lotta politica che cerca di ridurre tutto a questioni di ruberie e ladrocinio, così da rendere meno importante l’eventuale passaggio da un governo liberale ad uno socialista, da una situazione di libertà (con le sue implicite diseguaglianze) a una di illibertà in cui il dogma dell’uguaglianza implica per forza leggi dispotiche. Questa nuova visione, impregnata di un moralismo spesso pretestuoso quando non ipocrita, segnerà il cinema italiano dei decenni a venire e diventerà l’arma principe di tangentopoli (1992-94), quando finalmente quel famoso rovesciamento politico, su base etica, diventerà possibile.
Il film ottenne incassi modesti. Nel successivo Il corazziere
(dic. 1960; 95 min.), sempre di Mastrocinque, l’intenzione politica si fa ancora più evidente e la pellicola adotta lo schema della carrellata storica tipico di numerosi film dell’epoca, animati da evidenti intenzioni di critica verso la parte conservatrice della nazione.
Negli anni del fascismo trionfante Urbano Marangoni (R. Rascel) è un batterista con il complesso del corazziere (lo era suo padre, ma lui è un tappetto... ). Il personaggio è un uomo ordinario e tranquillo, né fascista, né
antifascista. Comprende rapidamente però che se vuole ottenere qualcosa, in particolare la mano di Mirella (Claudia Mori), figlia di un fascista fanatico (l’ottimo Tino Buazzelli), deve adeguarsi al clima prevalente. Così
prende la tessera e si arruola. Viene spedito su tutti i fronti (dall’Etiopia alla Russia) e quando finalmente torna a Roma è il 25 luglio 1943: l’uomo si finge ultrafascista sempre per compiacere il futuro suocero il quale,
nel frattempo, come quasi tutti gli italiani dell’epoca, cambia opinione, nasconde i cimeli mussoliniani e si finge antifascista. Dopo alcuni divertenti malintesi, Urbano viene individuato dai servizi americani per il delicato
compito di fare la controfigura del re mentre questi fugge a Pescara. Nella esilarante sequenza al Quirinale ben tre SS lo sorvegliano e compreso di essere stati giocati, si suicidano (efficace caricatura della ben nota
ottusità germanica) per la vergogna mentre il nostro eroe riesce come sempre a squagliarsela in extremis. Nella conclusione Urbano appare dimenticato da tutti: questo uomo senza qualità, pur essendosi sforzato di servire tutti
i regimi, non viene ricordato da nessuno. Alla fine gli offriranno almeno un ruolo in uno spot pubblicitario, segno dei tempi nuovi... Il film è interessante e sostanzialmente riuscito. La satira degli Italiani, capaci di
adattarsi a qualunque regime e di simulare qualunque convinzione convenga a seconda delle epoche, è perfetta, grazie soprattutto allo straordinario personaggio del gerarca interpretato da Buazzelli. la visione di Mastrocinque e
Rascel è moderatamente scettica: il fascismo è stato una pagliacciata, la monarchia è fuggita sul campo ma anche gli uomini della repubblica appaiono poco convincenti, anche perché evidentemente asserviti al nuovo padrone
americano (si veda il divertente militare Usa che dà ordini in maniera irriguardosa a tutti i nuovi rappresentanti della futura politica repubblicana). La pellicola senza decantare le qualità di una presunta sinistra onesta e
seria (come accadrà nella maggioranza dei film storici di quegli anni) da contrapporre al passato regime, si limita a guardare con semplice disincanto alla società italiana di ogni epoca, capace di qualunque colpo di teatro per
sopravvivere o per inseguire il benessere, ma pur sempre rispettosa dei valori della vita umana per la quale sembra conservare un timore riverenziale a differenza del lugubre fanatismo che anima le schiere teutoniche. Insomma
attori sempre, ma con buon senso e senza esagerare. Gli incassi furono ancora modesti.
Un piccolo, piacevole film corale, Le signore (apr. 1960; 100 min.) è il sesto e ultimo film della breve carriera registica di Turi Vasile. Il parrucchiere
per signora René (Enrico Maria Salerno), finto gay per necessità, raccoglie nel suo negozio alcune signore della Roma bene; le mogli sono perennemente insoddisfatte mentre le amanti vantano il proprio ascendente sui mariti
delle altre. C’è l’aspirante attrice delusa (Bice Valori) che definisce il proprio ricco marito (Francesco Mulé) “un ippopotamo” e lo sottopone a svariate torture per ottenerne l’impossibile dimagrimento; c’è la giovane
seducente (Liana Orfei) sacrificata a un marito antropologo che passa la maggior parte del tempo sull’Himalaya alla ricerca di inutili manufatti; c’è infine l’amante esotica (Chelo Alonso) che se la spassa con il solito
industriale lombardo e che viene ricattata dalla presunta moglie (Irene Tunc) del suo partner che pretende una ingente somma per il suo silenzio. Le mogli insoddisfatte sembrano disponibili a qualche trasgressione adulterina
(Bice Valori con il sedicente attore Paolo Panelli, Liana Orfei con il giornalista Paolo Ferrari) ma la cosa sfuma presto mentre René, stressato da tutte queste donne seminude che deve coccolare nel suo atelier, alla fine non
resiste al fascino di un’attrice russa (Nadia Gray) e viene prontamente scoperto dalla moglie (Antonella Steni). Nell’Italia della Dolce vita (film più volte citato dai protagonisti) è sempre più difficile sottrarsi alle pulsioni erotiche: il perbenismo borghese rimane la regola da non trasgredire, a qualunque costo; ciononostante sempre più forte è la tentazione e l’idea che l’unica felicità, in definitiva, sia quella di abbandonarsi al proprio desiderio, quanto meno in maniera clandestina. Le signore di Vasile sono tutte sposate da tempo e quindi hanno già raggiunto il classico obiettivo primaria di qualunque giovane donna piacente di quell’epoca. Ora devono tirare avanti spesso con mariti brutti e insulsi (sessualmente parlando) anche se agiati e blasonati e dunque la ricerca di “dolci” varianti della propria grigia routine diviene quasi una necessità. Gli attori, tutti all’altezza del compito, riescono a rendere abbastanza credibili ed umane questa serie di figure tutt’altro che originali. Una certa tensione tra essere e dover essere, tra principio del piacere e di realtà attraversa quasi tutte le storie e anima le scelte, spesso avventurose, dei personaggi; soprattutto il personaggio del parrucchiere, diviso in maniera schizoide tra routine familiare (ben quattro figli e una moglie sospettosa), piacevole anche se impegnativa e un ambiente di lavoro intriso di sensualità: è proprio lui a confessare alla moglie di far fatica ad entrare ed uscire dal personaggio del falso gay, sciocco e innocuo (creato per tranquillizzare i mariti), ma al tempo stesso costantemente a contatto con donne seminude e, a loro modo, tentatrici. Ed è sempre lui, appunto, a rompere gli indugi gettare la maschera e a “cedere”. Non è un caso che il film contempli appunto il tradimento maschile, sempre considerato un peccato minore in una società ancora ad impianto patriarcale (si veda anche tutto episodio dell’industriale milanese) mentre le figure femminili, comunque, escono indenni dalle loro fantasie che rimangono tutte ad uno stato embrionale.
Nonostante il buon esito dell’insieme, gli incassi furono modesti.
A metà tra musicarello e commedia umoristica si colloca Appuntamento a Ischia
(ott 1960; 90 min.) di Mattoli che mette al centro della narrazione un altro di quei bambini terribili assai presenti nel cinema italiano degli anni cinquanta (si vedano, tra gli altri, Totò e Marcellino e L’uomo dai
calzoni corti, entrambi del 1958). La piccola Letizia (Maria Letizia Gazzoni) prova un’immediata antipatia per la futura matrigna Mercedes (Linda Christian) scelta dal padre Mimmo (Domenico Modugno), un famoso cantante
nonché vedovo. Avendo conosciuto per caso la simpatica studentessa di conservatorio Mirella (Antonella Lualdi), fidanzata con Paolo, uno spocchioso direttore d’orchestra (Paolo Ferrari), la bambina si ingegna per far conoscere
il padre e Mirella, sperando così di scongiurare le nozze programmate con Mercedes. Dapprima a Roma, poi a Ischia la pestifera e simpaticissima bambina, spalleggiata da un brillante Carlo Croccolo, ne combina una più di
Bertoldo e riesce nel proprio intento. Il film di Mattoli si colloca ancora sul versante conservatore del decennio precedente e lo fa in maniera addirittura doppia. Non solo l’avere posto al centro delle questioni amorose le
esigenze di una bambina esprime la corretta logica della Tradizione per cui il matrimonio è finalizzato sempre e comunque alla creazione di una famiglia naturale che metta al centro la nascita e l’educazione dei piccoli.
Mercedes, personaggio moderno e antipatico, esprime la logica nuova del matrimonio come capriccio affettivo di chi cerca, in sostanza, solo un po’ di compagnia e teme la solitudine. Ecco così che la donna progetta di chiudere
l’ingombrante Letizia in collegio mentre la prescelta Mirella odia i collegi e promette a Letizia tutte le attenzioni. Mimmo rimane un personaggio di buon senso, sinceramente attento al benessere della figlia, il quale cerca
appunto una nuova moglie che sia però anche madre per la piccola e non semplicemente una dama di compagnia per le serate uggiose. L’originale sottotrama, relativa all’insolito, coraggioso dibattito conflittuale tra musica
colta e popolare, esprime nuovamente una visione tradizionale del tutto lodevole. Il contrasto tra i due rivali, Mimmo e Paolo, si esplica anche su questo piano: il direttore d’orchestra, alle prese con la sesta sinfonia di
Caikovskij, si mostra oltremodo sprezzante nei confronti delle tradizionali canzoni di Modugno e anche di Mina (di cui assistiamo a due esibizioni da antologia tra cui l’eccezionale Una zebra a pois); ma questa volta i
“popolani” non incassano senza reagire: ricordano all’accademico che la sua musica è vecchia e soprattutto è stata scritta da un altro mentre lui si limita ad eseguirla laddove Mina e Modugno/Mimmo creano le loro canzoni che,
quasi sempre, non esistono prima e senza di loro. Insomma è il conflitto tra creazione ed esecuzione che viene posto all’attenzione del grande pubblico: la critica blasonata continua a difendere solo la “vecchia” musica del
passato e si permette di disprezzare quella nuova dei cantanti; tuttavia quando a Paolo viene chiesto di comporre qualcosa di nuovo, l’uomo, che a parole si è vantato di sapere inventare canzonette a volontà, si dimostra
incapace. Il cinema popolare di Mattoli sembra volersi togliere qualche sassolino dalle scarpe: stanco di una critica che, aprioristicamente, loda solo De Sica e Visconti, anche quando producono film poco riusciti o
addirittura sbagliati, mentre hanno sempre un tono di sufficienza nei confronti di queste briose e simpatiche commedie, tono di sufficienza che è legato anche a un pregiudizio politico relativo al fatto che solo nel cinema
d’autore la critica ritrova quel progressismo “illuminato” di stampo cripticamente matriarcale, che difende sempre a spada tratta, spesso in maniera ottusa ed acritica. Mattoli aveva ragione: le magnifiche canzoni di Modugno
e Mina continuiamo ad ascoltarle e ne abbiamo riconosciuto ormai il valore storico mentre le esecuzioni di Caikovskij o di Beethoven di tanti oscuri e meno oscuri direttori d’orchestra degli anni cinquanta ormai sono
dimenticate. I grandi direttori cambiano a seconda delle epoche, sono prodotti di consumo abbastanza interscambiabili, mentre una canzone riuscita varca intatta i decenni. Il film riscosse ottimi incassi, confermando il
favore del pubblico per questa cultura tradizionale (politica e musicale), Due mesi dopo Mattoli firma Un mandarino per Teo
(dic. 1960; 100 min.), trasposizione filmica della omonima commedia musicale di Garinei e Giovannini con musiche di Gorny Kramer, andata in scena con successo a Roma sempre nel 1960. Il cast è quasi lo stesso e il film soffre dei difetti tipici di tutte le trasposizioni da originali teatrali ovvero staticità, verbosità e mancanza di esterni reali, tutti difetti che rendono il testo, visto nel chiuso di una sala cinematografica, ridondante e faticoso.
La vicenda riguarda un poveraccio (Walter Chiari) che ha la possibilità di diventare miliardario schiacciando semplicemente un bottone. Quel gesto causerà la morte di uno sconosciuto cinese in Asia e la conseguente eredità
milionaria per Teo. Quest’ultimo accetta, poi viene assalito dal rimorso, ci ripensa e si trova a dovere fronteggiare nientemeno che il diavolo, mandante della subdola proposta. Aiutato da amici ed amiche (Sandra Mondaini, Ave
Ninchi) si salverà in extremis. L’Italia sta diventando un paese ricco e i temi del denaro e della connessa avidità diventano popolari. L’appello è ovviamente quello all’umanitarismo, all’altruismo, alla ricchezza come
tentazione satanica, immorale ed anche inutile (si veda il protagonista incapace di immaginare cosa farne di una cifra tanto imponente). L’insieme però risulta meccanico e marionettistico e pertanto stucchevole. Infatti il
pubblico disertò questa versione filmica della commedia musicale.
Tra le commedie umoristiche più riuscite si colloca anche Mariti in pericolo
(ott. 1960; 90 min.), opera terza di Mauro Morassi. L’intreccio è piuttosto prevedibile ma l’ottima scelta del cast rende il lavoro godibile e spesso molto divertente. A Spoleto Mario e Memmo Carotenuto (fratelli nella vita
ma non nel film) sono sposati, rispettivamente con Franca Valeri e Pupella Maggio. Il paesino è molto pettegolo e gli uomini sono terrorizzati all’idea di divenire cornuti. Quando la bella Silvana (Sylva Koscina), una squillo
di Milano con cui Mario si era intrattenuto, raggiunge Spoleto attratta dalle promesse stravaganti dell’uomo, i due protagonisti piombano nell’angoscia: da un lato vorrebbero approfittare della bella opportunità, dall’altro
temono troppo la vendetta delle mogli, pronte addirittura a chiedere separazione e alimenti. Inoltre Mario, turbato da alcune stranezze della consorte, inizia a sospettare che abbia un’amante; in realtà nasconde al marito la
presenza in città della madre/suocera con l’intento di farla accettare in casa da un Mario assai ostile all’idea. La contorta situazione genera malintesi in quantità fino al lieto fine che vede trionfare le mogli mentre
l’amante, indispettita per non avere ottenuto nulla (le erano state promesse appartamentini e auto... tra l’altro Mario e Memmo sono proprietari di un autosalone), se ne riparte per Milano. Il quadro complessivo del racconto
ribadisce la visione tradizionale del matrimonio: le amanti, per quanto belle e disponibili, rimangono un capriccio secondario, possibile quando vengono collocate in altre realtà rispetto a quella in cui i protagonisti vivono
ma ingombranti quando divengono elementi di turbamento della pace familiare. Il menage domestico viene descritto per quello che é: routine noiosa alla quale, però, non ci si può sottrarre. Pertanto le mogli assediano i mariti ma con garbo; così la Valeri impersona la donna colta e composta di origini nordiche, aliena da sceneggiate e pronta a ricorrere all’avvocato mentre Pupella Maggio rappresenta la donna passionale del sud, pronta a gesti improvvidi se non fosse consigliata da una spassosa Dolores Palumbo (domestica e amica) che la obbliga alla calma attraverso voti e fioretti, consapevole che per il benessere della coppia la moglie, ormai sfiorita e brontolona, debba accettare qualche peccatuccio maschile.
Mariti in pericolo dunque non offre nulla di nuovo: nei primi mesi del nuovo decennio ancora descrive un mondo patriarcale in cui le donne possono comunque farsi valere tramite minacce domestiche e piccoli ricatti, un mondo destinato a scomparire di lì a poco.
Gli incassi furono scarsi.
I Teddy Boys della canzone (lug. 1960, 90 min.) di Domenico Paolella è una simpatica commedia umoristica con ampi inserti musicali a cura di Teddy Reno e Mina. Per quanto leggera e scanzonata la pellicola prende in esame temi serissimi come quello della censura e del monopolio Rai, indicando soluzioni battagliere fantasiose che sarebbero divenute realtà alla fine degli anni settanta.
Stanchi di essere snobbati da una Rai burocratica e ottusa, guidata da un Mario Carotenuto attento soprattutto al fascino delle sue segretarie, Paolino (Paolo Panelli) e Teddy (Teddy Reno) decidono di mettersi in proprio.
Il primo ha scoperto come inserirsi sul canale Rai (all’epoca esisteva solo Rai Uno) e lo fa in maniera gustosa, prima inserendo immagini di modelle discinte a commento di un barboso programma sul corpo umano, poi azzerando i
programmi ufficiali per trasmettere esibizioni canore di Teddy, Mina e i loro amici. Ovviamente alla Rai si diffonde il panico, inizia lo scaricabarile mentre le eccellenze democristiane fanno pressione affinché si torni alla
normalità. Nel finale rassicurante la televisione pirata viene chiusa a patto che i cantanti che vi si esibivano trovino uno spazio in Rai. Paolella illustra il carattere clericale e polveroso della Rai ufficiale, ormai in
rotta di collisione con una gioventù che ha fatto proprio il verbo americano di Elvis Presley e Buddy Holly. La modernità preme alle porte e si manifesta nelle vesti di donne ammiccanti - quelle stesse che il direttore Rai
frequenta di nascosto dalla moglie - e di ritmi indiavolati. Ci vorranno ancora quasi due decenni prima che il monopolio televisivo venga infranto e il film anticipa questo desiderio relativo a canali di comunicazione non
ingessati da una erudizione antiquata e inutile. Certo questa modernità inserita nel tranquillo menage familiare di quegli anni provocherà una forte conflittualità tra i sessi: le future battaglie del divorzio e dell’aborto
sono già inscritte in questa ansia esibizionistica delle nuove generazioni. D’altronde se a questa vivacità giovanile il potere politico conservatore non sa contrapporre altro che programmi melensi e stucchevoli, la sconfitta è
già nelle cose. Gli incassi furono modesti. Paolella prosegue con il piacevole Madri pericolose
(ago 1960; 90 min.) in cui l’obiettivo matrimoniale rimane ancora l’agognato punto d’arrivo delle esistenze femminili, anche se qualche ragazza modernista comincia a farsi beffe dell’argomento. A Roma l’attenzione di un
gruppo di famiglie si concentra intorno a una grande festa di fidanzamento che si terrà a casa Improta, una famiglia altolocata. Tutte si preparano al grande evento durante il quale cercheranno di accalappiare un fidanzato
ricco e possibilmente giovane. Ci sono aristocratiche squattrinate (Delia Scala), modeste figlie (Diana Frank) di portinaie (Ave Ninchi) e (Giovanna Avena) di tipografi (Nando Bruno), che si procureranno falsi inviti. Tutte le
previsioni della vigilia verranno mortificate: la principale protagonista ovvero la contessina Improta (una Mina come sempre perfetta nelle alternate vesti di attrice e di cantante) la quale si presenta al fidanzato
designato addirittura già sposata con un musicista (Gabriele Tinti) dell’orchestra che la accompagna nelle sue esibizioni canore in un locale tutt’altro che “aristocratico”. E’ lei la “pecora nera” del gruppo nonché la
giovane ribelle che si prende gioco della visione matrimoniale prevalente nel decennio appena passato: non solo si sposa di nascosto con un poveraccio (che peraltro ha precise mire sul suo patrimonio) ma già programma un
altrettanto rapido divorzio messicano... Per il resto le coppie designate si mescolano e alcuni nobili (c’è perfino un re arabo) finiranno con l’accoppiarsi con popolane, in omaggio ai tempi nuovi. La spassosa commedia è
un’opera corale coordinata da un Riccardo Garrone in veste di Cicerone e diretta con brio. In essa si trovano perfino giocosi riferimenti a La dolce vita soprattutto nella figura del paparazzo Walter Santesso (lo stesso del capolavoro felliniano): tutto quello che gira intorno a lui e ai suoi piccoli furbeschi ricatti rimanda ai tempi nuovi in cui la bellezza femminile, lungi dall’essere la dote da portare all’altare, si sta trasformando in merce di scambio per piccoli traffici di natura erotica anche se le popolane di cui il fotografo vorrebbe servirsi (la figlia della portinaia) appaiono ancora troppo perbene e troppo legate alla visione familiare degli anni cinquanta. In questo miscuglio di posizioni differenti si coglie l’elemento di maggiore interesse del lavoro ovvero la sua capacità di illustrare una fase di importante transizione sociale.
La pellicola non ebbe successo.
Nel suo terzo film Antonio Racioppi tenta la commedia umoristico-sentimentale nel pessimo La donna di ghiaccio
(set. 1960; 90 min.). Vi si immagina una allegra brigata bloccata su una piccola isola ovvero una gelida scrittrice (Bella Darvi), il suo paziente corteggiatore (Renato Baldini), una cameriera disponibile e sciocchina (Lucia Banti), lo spasimante di quest’ultima (Aldo Bufi Landi), altri servitori (tra cui Maria Pia Casilio) e perfino degli evasi abbastanza innocui (tra cui Carlo Campanini).
Il racconto, lento e monocorde, illustra la lunga marcia di avvicinamento tra i due uomini, del tutto sconosciuti al resto della comitiva all’inizio della vicenda, e le rappresentanti del gentil sesso. I toni vorrebbero
esser leggeri ed umoristici ma il tutto si infrange sul carattere legnoso e prevedibile di tutti i personaggi. Lieto fine per chi resiste fino al termine delle manovre. Gli incassi furono scarsi.
Altrettanto scadente risulta Fontana di Trevi
(set.1960; 90 min.), ultima commedia del veterano Carlo Campogalliani la cui lunga carriera era iniziata negli anni del muto (a metà degli anni dieci) e terminerà l’anno successivo, con alcuni film di carattere storico-mitologico.
Il film, una coproduzione italospagnola, è ambientato nella prima parte intorno alla celebre fontana e nella seconda invece per le strade di Barcellona. I protagonisti Claudio Villa e Ruben Rojo amoreggiano con due ragazze
spagnole Elisabetta Velinska e Charo Maldonado e, da entrambe le parti, si fa il gioco dei travestimenti per cui i poveri si fingono ricchi e viceversa, ora per far colpo, ora per assicurarsi della sincerità amorosa della
controparte. Il film si trascina stancamente tra numeri musicali, balletti e corride mentre Mario Carotenuto e Carlo Croccolo cercano di portare un pizzico di umorismo, fingendosi mago e apprendista, esperti in questioni
sentimentali. Anche gli scenari turistici italiani e spagnoli appaiono dozzinali. Gli incassi furono scarsi.
Mario Amendola fa riferimento, almeno superficialmente, al filone de I soliti ignoti con il modesto ma piacevole La banda del buco (set. 1960; 85 min.).
A Roma un gruppo di simpatici truffatori, guidata da Morbidone (Elio Crovetto), sbarca il lunario con una serie di fantasiosi e quasi inoffensivi imbrogli. Il gruppo però medita di passare a operazioni in grande stile con
una vera e propria rapina a una banca. Allora entra in scena l’angelo custode (Claudio Villa) di Morbidone che si appiccica al malcapitato e non lo molla più. Ovviamente tutte le iniziative illegali del protagonista falliscono
e l’uomo, esasperato, decide di mettere la testa a posto per non dover più sopportare le romanzine del simpatico “extraterrestre”. Le trovate sono numerose (solo Morbidone sa che si tratta di un angelo; per gli altri si
tratta semplicemente di Angelo) ed alcune realmente incisive e simpatiche. Purtroppo il film si arena in maniera abbastanza disastrosa, nella seconda parte: esaurite le idee narrative si dà la parola al Claudio Villa cantante
che ci intrattiene con numerose esibizioni canore. Nel finale abbiamo un caso quasi unico di finale tragico trasformato abilmente in ottimistico: Morbidone muore (cade da un cornicione) ma si dichiara felice perché ormai è
certo di andare in paradiso... Questa fiaba moralista funziona bene all’inizio e possiede una cifra abbastanza originale. Il gruppo di miseri imbroglioncelli sembra esteriormente uscito da un film neorealista o desichiano (Miracolo
a Milano); ad uno sguardo più attento si scopre che i nostri eroi non vogliono lavorare per scelta e che praticano la loro ambigua arte senza esservi stati spinti dalle solite miserevoli condizioni di cui incolpare la gente
ricca e senza cuore. L’arrivo dell’angelo porta certamente un moralismo a tratti ridondante; tuttavia il vivace conflitto tra l’alieno zuccheroso e i cinici truffatori (le figure femminili non sono da meno e utilizzano le loro
ben note armi per raggirare i malcapitati corteggiatori) possiede una briosa vitalità e soprattutto riduce tutto a scelte individuali, senza tirare in ballo presunte colpe del sistema o della mancata generosità di ignobili
benestanti. Qui, in fondo, un po’ ignobili lo sono tutti, ricchi e poveri. In ogni caso Morbidone, sensibile e buono nell’animo, si lascia convincere da Angelo e come “ricompensa” ottiene una morte anticipata (tutti gli altri,
meno sensibili ai proclami di Angelo, continueranno serenamente a praticare le loro piccole truffe) in un finale che, a guardar bene, è sottilmente ironico. Il film non ottiene incassi significativi.
Gian Luigi Polidoro esordisce alla regia con Le svedesi
(nov.1960; 100 min.), pellicola di notevole interesse per la capacità di mettere a nudo l’abisso che separa la mentalità italiana e quella nordica. Tre ex vitelloni felliniani ovvero Franco Fabrizi, Franco Interlenghi e
Leopoldo Trieste, rigorosamente fedeli alle tipologie create dal maestro riminese, si avventurano a Stoccolma con la dozzinale idea di spassarsela con vichinghe alte, bionde e disponibili. Portano con loro un campionario di
indumenti femminili, soprattutto intimi, con l’idea di unire l’utile al dilettevole. Nella fredda capitale svedese si scontrano innanzitutto con una lingua incomprensibile che si frappone come un muro tra gli italiani e le
tante donne che sembrano circolare a frotte nella città. Queste ultime si rivelano decise, autoritarie, sicure di sé e prive di quegli scrupoli morali che, invece, sono tipici dei nostri eroi. Così il terzetto fa subito
conoscenza con almeno tre svedesi libere e disponibili e non comprende il modo di procedere della controparte. Le donne svedesi appaiono come quelle italiane dei futuri anni settanta ovvero libere, individualiste,
disinteressate al matrimonio, capaci di gestire un rapporto anche erotico solo per capriccio o per semplice passatempo mentre i vitelloni italiani credono che la loro disponibilità sia sinonimo di amore viscerale da coronare in
chiesa. Così soprattutto Leopoldo Trieste si innamora in maniera sciocca di una fanciulla capricciosa che si accompagna a un gruppo di spartani motociclisti, solo perché le si è concessa una sera. Fabrizi invece, sposato in
Italia, cerca la semplice avventura insistendo con una svedese in crisi matrimoniale laddove Interlenghi finisce in una sorta di piccola comunità evangelica, stringendo un’ambigua amicizia con una ragazza regolarmente
fidanzata, ragazza che non nasconde il proprio nuovo flirt al rispettosissimo partner. Insomma Polidoro ci mostra una realtà umana distante anni luce dalla ardente passionalità e dalle stringenti regole morali della
penisola. Il regista e i nostri emigrati non possono neanche lontanamente immaginare che quelle donne altere e sicure, capaci di usare il maschio come in genere il maschio usa la femmina ovvero per divertimenti transitori,
sarebbero divenute una realtà diffusissima anche da noi, solo un decennio più tardi. In ogni caso il terzetto rimane complessivamente frustrato e deluso dall’esperienza: erano andati per fare conquiste e, anziché nel ruolo
di predatori si erano ritrovati in quello delle prede. Cionostante, come nel finale de I vitelloni, Interlenghi è l’unico che decide di rimanere a Stoccolma (nel film di Fellini era l’unico che decideva di partire per
Roma in cerca di fortuna) e di approfondire quel mondo anche perché in Italia non lascia alcunché, né un lavoro, né degli affetti, né un qualche benessere economico. Due mondi incompatibili si confrontano: quello
conservatore italiano in cui al figura femminile si sottintende sottomessa e disponibile e quello nordico già femminista, con le donne capaci di imporre ai loro partner qualunque loro esigenza. Lo riprova la sottostoria
affidata a Mario Carotenuto, un italiano rimasto imprigionato a Stoccolma con una moglie che lo trascura platealmente mentre il rigido governo svedese gli ha sequestrato il passaporto per debiti e non gli consente di rientrare
in patria. Con i nuovi amici l’uomo finge soddisfazione e adesione al modernismo ma appena può ruba ai tre ingenui conoscenti il loro campionario, paga i debiti e “fugge” in Italia. Questi italiani così sicuri di sé e così
ostili al matriarcato potranno dettar legge nella penisola ancora per pochi anni; poi anche loro dovranno abbozzare e fingere di apprezzare le “novità illuminate e progressiste” che stanno per abbattersi sulla penisola.
Il film non ottenne incassi significativi.
Armando Tamburella firma il simpatico Fra’ Manisco cerca guai
(dic. 1960; 100 min.) nel quale uno scatenato Aldo Fabrizi impersona un esilarante frate manesco, chiaramente ispirato a Don Camillo. Nel 1860, in un paesino campano in cui spadroneggia il latifondista don Liborio (un
efficace Riccardo Garrone), arrivano fra’ Pacifico detto Manisco e il suo aiutante frate Leone (Carlo Croccolo), non a caso molto timoroso e poco sveglio. Lo scontro tra il frate e il possidente è immediato e viene poi
concentrandosi sulla questione delle nozze della figlia del signorotto ovvero Maria (Luisella Boni) la quale, destinata a una scialba figura dal padre, è invece innamorata dell’aitante Giulio (Maurizio Arena), ribelle
garibaldino e ciononostante in piena sintonia col frate. Ci sono, inoltre, malintesi ed equivoci incentrati sulla figura della madre segreta di Maria, donna Carmela (un’ottima Marisa Merlini), destinata da don Liborio a
rimanere nell’ombra a causa della sua storia personale tutt’altro che edificante (Maria infatti si ritiene orfana di madre). Dopo scontri fisici e non, tensioni tra garibaldini e borbonici e agnizioni melodrammatiche, tutto si
risolve per il meglio: don Liborio si scopre, in fondo, un buon diavolo e nel divertente finale viene addirittura cresimato da un trionfante Fra’ Pacifico. La pellicola è una favoletta leggera e prevedibile, in cui la
cornice storica è senza importanza (infatti vi si rovescia la ben nota verità fattuale con chierici e briganti alla don Liborio alleati contro l’invasione dei garibaldini senza Dio) mentre la vicenda ricalca le consuete trame
librettistiche del melodramma, con le giovani amorose ostacolate da padri insensibili nelle loro passioni per figure spesso equivoche ma affascinanti. La buona riuscita del film è nella qualità degli interpreti, tutti senza
eccezione (c’é anche Carlo Pisacane) in gran forma e capaci d dar vita a figure altrimenti usurate e bidimensionali. La centralità del matrimonio viene ribadita in ogni istante di un racconto in cui tutte le figure femminili si
preoccupano solo di convincere il loro partner a fare il grande passo. Anche le questioni politiche appaiono lontane e sfocate: di esse le donne, saggiamente, non si occupano: un padrone vale l’altro sembrano sottintendere
purché io possa coronare felicemente le mie tensioni affettive. Invano le figure maschili più insensibili (don Liborio e la sua cricca) cercano di veicolare l’unione matrimoniale per fini economici o di potere locale: nella
finzione filmica le donne ribelli hanno sempre ragione... Gli incassi furono modesti.
testo scritto nel febbraio 2022
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