L'arbitro, Il domestico e Il gatto mammone

L’arbitro, Il domestico, San Pasquale Baylonne, Bello come un arcangelo, Il fidanzamento, Il cav. Costante Nicosia ovvero Dracula in Brianza e Il gatto mammone: le ossessioni di Lando Buzzanca

              Carosio: “Lo Cascio fugge qua e là, come una gazzella impazzita...”
              nel finale de L’arbitro

              “La destra garantisce valori che mi sono cari: ordine, famiglia, merito.
              Non ho mai sopportato il Sessantotto. Una sbornia collettiva,
              l’ignoranza al potere”
              L. Buzzanca

Dopo Il presidente del Borgorosso Football Club Luigi Filippo D’Amico torna al mondo del pallone con il modesto L’arbitro (feb. 1974; 110 min.) in cui si narrano le peripezie dell’apparentemente inflessibile Carmelo Lo Cascio (un brillante Lando Buzzanca), figura vagamente ispirata al popolare Concetto Lo Bello.
L’arbitro di Buzzanca è un uomo che vive esclusivamente per la propria carriera e subordina ad essa ogni altro evento della propria esistenza: è insomma un vero fanatico in cui la ferrea disciplina si ispira anche al passato fascista (non a caso il padre era un noto gerarca). Così l’attività sessuale a casa Lo Cascio è rigidamente contingentata (motivo delle perpetue doglianze della moglie Gabriella Pallotta), le amicizie attentamente selezionate e le piccole magagne fisiche abilmente nascoste. Poi accade che l’uomo non riesca a resistere al fascino della giornalista Joan Collins con la quale finisce con l’intraprendere una regolare relazione extraconiugale e non riesca a sottrarsi ad un accordo commerciale con un equivoco affarista. Nel rocambolesco e frettoloso finale Carmelo lascia l’amante e rompe platealmente l’accordo commerciale proprio durante la festa d’inaugurazione (si trattava di costruire un lussuoso albergo), presenti tutte le autorità locali. Nel divertente finale, ormai assorbito da una quieta follia, dimentica di dare il fischio finale di una partita e viene portato via di peso dai poliziotti...
Il soggetto è interessante ma è stato realizzato in maniera scialba e ripetitiva. Le figure intorno al protagonista sono tutte opache e non riescono a vivacizzare un soggetto originale ma privo di un reale sviluppo. La pellicola si fa notare per altri motivi: l’ambientazione ad Acireale, la presenza di veri personaggi dell’universo calcistico (Rivera, Mazzola, Pizzul) e soprattutto per il contrasto esistente tra la rigida visione disciplinata e pratriarcale, meridionale insomma, del protagonista e un universo (soprattutto nordista) che si muove in altre direzioni. Così Carmelo deve adattarsi alle feste di una borghesia libertaria che si gingilla con le nuove promiscuità sessuali, un’amante che passa il tempo con hippy e drogati mezzi nudi e, dulcis in fundo, con l’incredibile figlio Saro (dotato di barba, capelli lunghi e occhiali tondi, lo si vedrà solo nelle ultime sequenze), un’icona del ’68 che passa le proprie giornate asserragliato nella sua camera e la cui principale attività è quella di sfottere il padre e la sua anacronsitica visione del mondo, tra riferimenti alla iconografia fascista e sonore pernacchie che Carmelo tenta disperatamente di nascondere ad amici e conoscenti. D’altronde l’attività sportiva, con la sua simbologia di disciplina e sopraffazione, era in quegli anni un luogo caro alla destra conservatrice.
L’arbitro, pur offrendo pochi motivi di reale umorismo, risulta interessante soprattutto per la sua fotografia di un’Italia spaccata a metà sia a livello geografico (un nord più sensibile alla modernità e un sud più fedele alla Tradizione), sia a livello generazionale intorno alla rivoluzione dei costumi e al femminismo introdotto dalla rivoluzione dei costumi del ’68. Non a caso le mogli del sud, pur cercando una propria via al piacere, non ne fanno mai una questione pubblica e tanto meno mettono in discussione l’istituzione matrimoniale e la fedeltà sessuale che implica. Nel complesso il film offre un preciso specchio dei tempi ma certamente non è un capolavoro cinematografico.
Gli incassi furono modesti.
Molto più interessante risulta il successivo Il domestico (ott 1974; 105 min.) in cui D’Amico, sempre avvalendosi dell’ottimo Buzzanca, si esercita nel classico film storico a episodi.
Sasà (L. Buzzanca) è un domestico convinto del proprio ruolo (almeno quanto l’arbitro Lo Cascio lo era del suo) il quale vive sulla propria pelle i radicali cambiamenti storici che scuotono l’Italia dai giorni della fuga (set. 1943) del governo Badoglio verso il sud fino all’epoca dell’affarismo democristiano dei primi anni settanta. Sasà, dopo essere stato al servizio di fascisti, nazisti e americani si ritrova a lavorare presso un celebre produttore cinematografico (si allude a Dino De Laurentis) la cui bella moglie (Femi Benussi nel ruolo della Mangano) è impegnata a recitare il ruolo della mondina (Riso amaro) in un contesto in cui pretese artistiche neorealiste e cialtroneria si confondono. Nel ruolo di De Santis c’è Luciano Salce. Nel tono bonariamente umoristico con cui il regista descrive il presunto cinema dell’impegno sociale si nota una netta presa di posizione conservatrice che si accentua nel divertente episodio ambientato tra la nobiltà nera di Roma nel fatale 1958. L’anziano aristocratico (Antonio Faà di Bruno) ha come unico diversivo quello delle case chiuse: quando sopraggiunge la notizia delle loro messa fuori legge (legge Merlin) l’uomo muore dal dispiacere. Il domestico segue con devozione le peripezie del padrone (che inganna la famiglia sulle sue uscite pomeridiane) e assiste alla sua dipartita che segnala il vero passaggio dall’Italia della tradizione patriarcale a quella del centrosinistra (di Moro e Fanfani) e di quel libertarismo che porterà, in pochi anni, ai disordini e alle illusioni del ’68.
Il “nuovo mondo” viene illustrato nei seguenti tre episodi: Sasà a servizio di una coppia modernista ove ciascun singolo coniuge nasconde all’altro una relazione omosessuale; poi alle dipendenze di Rita, una ex prostituta (Martine Brochard) ora gran signora, che approfitta del valente domestico mentre il marito (Antonio Foà) segue con passione fanatica il primo sbarco sulla luna (lug. 1969). Nel finale Sasà viene incarcerato (ma sopporta “l’incidente” con la solita zelante disciplina, senza tentare di discolparsi) in quanto prestanome del suo padrone.
L’epoca del disordine modernista è descritta con bonario distacco e evidente disapprovazione; se a questo si aggiunge che quello sbarco sulla luna, emblema stesso dei tempi nuovi ai quali tanto si appassiona l’industriale maneggione, forse è solo una frode e una messa inscena (laddove la moglie Rita continua a perseguire forme di piacere immediato e tradizionale), abbiamo il quadro completo di un’epoca (quella successiva alla legge Merlin) di false verità, divertenti e variopinte se si vuole ma basate su fantasiosi capricci e astrazioni intellettuali (l’ugualitarismo illuminista).
Modesto e stravagante è l’ultimo tassello di questa trilogia nonchè l’ultimo film di Fedele D’Amico ovvero San Pasquale Baylonne protettore delle donne (feb 1976; 110 min.) che risulta uno strano incrocio di tradizioni filmiche differenti, pensato a tavolino da Castellano e Pipolo (sceneggiatori).
In un arretrato paesino della Ciociaria una sorta di mago guaritore detto femminaro (Lando Buzzanca) consacratosi a San Pasquale, vive in una grotta e risolve tutti i problemi del nutrito manipolo di contadinotte: c’è l’assatanata (Stella Carnacina), quella che ha il marito in Germania (Gabriella Giorgelli), l’innamorata, quella che ha bisogno di farsi ingravidare ecc. Il parroco (Lionel Stander) gli ha dichiarato guerra e ha assunto un amico (Memmo Carotenuto) che, travestito da Belzebù, cerca di spaventare il mago. Inoltre ci sono i carabinieri che si avvalgono del femminaro per risolvere piccoli furti. Insomma una serie di microepisodi ripresi ora dal recente filone boccaccesco pasoliniano, ora addirittura dalla commedia degli anni cinquanta (Pane amore e fantasia, La strada; perfino la serie di Don Camillo) soprattutto per quanto riguarda il lungo duello che contrappone il protagonista ad un altro stegone di strada (Gianni Cavina).
Il film scorre innocuo, privo di qualunque relazione col presente storico, a tratti divertente, a tratti ripetitivo e scontato. Rimane al suo attivo la visione di un universo rurale semplice in cui valgono ancora le differenze tipiche di un contesto patriarcale, senza il quale l’attività del “mago” sarebbe impensabile.

Bello come un arcangelo (dic. 1974; 95 min.) di Alfredo Giannetti è un film mediocre che, tuttavia, possiede, numerosi elementi di interesse.
A Tropea Lando Buzzanca, memore del fortunato personaggio di Homo eroticus (Vicario, 1971), è un piazzista imbroglione che si intrufola nella ricca proprietà di Orazio Orlando, un avvocato pieno di complessi che attende con ansia la morte della tirannica madre (Paola Borboni) per potere finalmente diventare padrone delle proprie ricche tenute. In casa si aggirano tre belle ragazze - Stella Carnacina figlia dell’avvocato e le due domestiche Erika Blanc e Clarisse Monaco - che diverrano tutte amanti del piazzista avventuriero (un po’ come accadeva al Tognazzi di Venga a prendere il caffè da noi, Lattuada, 1970). Il film si trascina stancamente tra amplessi girati in modo scialbo (la componente erotica non è realmente valorizzata da Giannetti) e interminabili dialoghi della coppia maschile che progetta differenti modi per sbarazzarsi della vecchia. Alla fine la Borboni muore per un banale spavento, l’avvocato impazzisce e, a sorpresa, Stella Carnacina liquida in malo modo Buzzanca, divenendo la padrona.
La vicenda è senza interesse mentre una serie di situazioni sono decisamente curiose ed emblematiche dei rivoluzionari anni settanta. C’è un avvocato che si reca in chiesa dove prega intensamente affinchè la madre muoia, c’è un prete volgare e trafficone che passa le giornate sul campanile, senza mutande, a osservare col binocolo la bella Clarisse Monaco seminuda, c’è un piazzista che vive alla giornata, si sposta di paese in paese alla ricerca di avventure (come in un roadmovie americano) e che nel finale riprende le sue cose e riparte (con Erika Blanc) senza lamentarsi troppo di essere stato strumentalizzato dalla furba ragazzina; insomma c’è quel contesto nichilista tipico del periodo dove sessualità libera, “morte di Dio”, indifferenza per qualunque valore radicato e vagabondaggi senza meta offrono un cocktail a suo modo irripetibile. La ricerca del piacere immediato e certo sembra essere l’unica reale bussola di questi personaggi disincantati. Se a questo si unisce il fascino di un cast tutto perfettamente a proprio agio e le belle imagini di Tropea, tra antiche chiese e squarci marini, si comprende come il dozzinale film di Giannetti, privo di idee narrative originali, contenga elementi che lo rendono comunque piacevole e curioso.
Gli incassi furono discreti.

Gianni Grimaldi, abituale collaboratore di Lando Buzzanca dai tempi di Puro siccome un angelo... (1969; vedi), gira Il fidanzamento (feb. 1975; 95 min.) ispirandosi al romanzo (1956) di Goffredo Parise.
A Catania l’impiegato Luigi (Lando Buzzanca) è fidanzato da ben otto anni con Mirella (Martine Brochard) e ha ormai esasperato la donna e la sua famiglia. Con ossessiva puntualità l’uomo si reca ogni giorno a far visita alla fidanzata, con la quale pratica rapporti sessuali da anni, senza fissare mai la fatidica data. Con gli amici si vanta di dominare la situazione e pertanto di ottenere tutto ciò che desidera senza dovere, in cambio, prendere lacun impegno. La situazione è ormai assai tesa quando Mussia (Anna Proclemer), madre di Mirella, sorprende la coppia a letto; per sfuggire alla grave situazione Luigi decide di non frequentare più i futuri suoceri e poi addirittura di farsi trasferire a L’Aquila. La disperazione incombe su Mirella che invano cerca un sostituto. Dopo vari episodi in cui Luigi esplicita il proprio odioso carattere di ferreo opportunista, riesce a stabilirsi nella casa delle due donne (il padre di Mirella intanto è morto) sempre procrastinando la famosa data. Nel finale assistiamo a un breve epilogo matrimoniale la cui natura (onirica o reale) non è del tutto chiara.
Il film racconta la doppia ossessione di Luigi: piegare la fidanzata ad ogni forma di sottomissione sessuale senza doverle corrispondere nulla in cambio; non a caso l’uomo si vanta di non dovere spendere soldi con prostitute avendo avuto la fortuna di trovare la debole Mirella. Il film, come il romanzo (in cui però le età dei protagonisti è assai meno avanzata), gira completamente intorno a questa figura di mediocre ossessivo (quasi bunueliano) il cui unico obiettivo sembra essere quello di potere sfogarsi sessualmente in modo del tutto gratuito. Ogni altro orizzonte vitale (il passaggio alla dimensione familiare, progetti lavorativi ecc.) è del tutto assente e rende soprattutto il protagonista troppo monocromatico anche se Buzzanca e la Brochard riescono a delineare due figure convincenti anche se talmente modeste e ottuse da risultare molto presto stucchevoli; il primo, soprattutto, dà vita a un personaggio sfacciato e cinico abbastanza unico, orgoglioso delle proprie povere furbizie e destinato a una perenne solitudine in quanto isolato dagli stessi occasionali conoscenti che lo giudicano di un egoismo insopportabile.
La pellicola rispetta il testo letterario ma commette il grave errore di ambientare a metà degli anni settanta una serie di vicende tipiche di due decenni prima. Pertanto tutti gli eventi relativi al lungo fidanzamento, alle cautele relative ai conoscenti, alla necessità della donna di giungere illibata al matrimonio fino alla richiesta di certificati medici che attestino queste qualità delineano - eventi di un contesto rigidamente patriarcale - appaiono anacronistici o comunque eccessivi anche se calati in quel contesto siciliano. A metà degli anni settanta, tra tensioni libertarie, stragi e terrorismo, queste figure prigioniere del loro ambiente domestico sembrano creazioni astratte e teatrali. Il film, per quanto piacevole e a tratti umoristico, risulta dunque disconnesso dalla realtà del periodo; perciò sembra spesso girare a vuoto in modo artificioso, non lesinando anche una serie di momenti squisitamente letterari (si vedano le verbose e inutili disquisizioni sull’amore del protagonista).
Il successo fu discreto.

Tra i peggiori film di Buzzanca si colloca certamente Il cav. Costante Nicosia ovvero Dracula in Brianza (ago 1975; 100 min.) di Lucio Fulci, basato su una pessima sceneggiatura firmata tra gli altri da Pupi Avati e Bruno Corbucci.
Probabilmente nel solco del discreto successo della coppia di film satirici di Margheriti su Dracula e Frankenstein con Paul Morrissey dell’anno precedente, Fulci mette frettolosamente insieme un racconto frammentato in cui si ripete la consueta vicenda (1897) di Bram Stoker con il ricco industriale Nicosia (un sempre bravo Buzzanca) al posto di Jonathan Harker e un moderno vampiro che viaggia in aereo e gira di giorno con semplici occiali da sole (John Steiner). Tornato in Brianza (ma di Cantù e Monza, le città citate, non si vede nulla) comincia ad aggredire tutte le sue conoscenti, dalla moglie (una Sylva Koscina appannata) alle svariate amanti. Finisce con l’inaugurare una emeroteca interna alla fabbrica...
L’unico motivo per vedere questo film fiacco e banale è la vivace interpretazione del comico siciliano. Tutto intorno a lui un cast di tutto rispetto (ci sono anche Moria Orfei, Francesca Romana Coluzzi, Rossano Brazzi, Ciccio Ingrassia e perfino Ilona Staller) viene rovinato dalla inconcludenza degli episodi, completamente slegati gli uni dagli altri e dal macchiettismo opaco di tante situazioni (si pensi tra tutte al mediocre duetto tra Buzzanca e Ingrassia nel ruolo di un presunto mago siciliano). Anche i finali accenni a una forma di racconto simbolico relativo al ben noto parallelo tra vampirismo e capitale, ai danni degli sfruttati operai, è solo un espediente svogliato, privo di qualunque approfondimento, per chiudere lo sgangherato film,.
Gli incassi furono buoni.

Il gatto mammone (dic 1975; 95 min.) di Nanco Cicero somiglia a Il fidanzamento solo che anzichè l’astratta fissazione di un uomo gretto che vuole evitare il matrimonio, ora si parla della assai più comune e logica ambizione di un uomo del sud a divenire padre.
Ad Aci Reale il benestante Lollo (Lando Buzzanca), dopo sette anni di tentativi con la paziente e sottomessa moglie (Rossana Podestà) getta la spugna. Convinto di avere una moglie sterile (ma gli esami non vuole farli e si intuisce fin dall’inizio che quello sterile è lui), con il benestare di moglie e suocera, cerca una donna compiacente che gli dia un figlio. La trova nella magnifica Marietta (Gloria Guida), una giovane che era stata sedotta e abbandonata. Dopo settimane di estenuanti tentativi (per l’occasione l’uomo si sposta a Catania), Marietta gli dice chiaramente che quello incapace è certamente lui; la moglia allora trova, a sua volta, un compiacente donatore e finalmente la famiglia avrà il famoso figlio.
Gli attori sono tutti eccellenti, come pure l’ambientazione siciliana; quello che annoia, giunti a metà racconto, è l’evidente ripetitività e la pochezza di idee della sceneggiatura che cerca riempitivi in improbabili e stucchevoli scenette oniriche. Tra queste l’unica rilevante è quella della figura del padre di Lollo (sempre Buzzanca) che appare in formato gigante nei cieli siciliani per rimproverare il figlio incapace, un’idea che probabilmente ha suggerito a Woody Allen il suo piacevole Edipo relitto (New York Stories, 1989).
La vicenda certamente prende di mira il senso fortemente patriarcale della società siciliana, ma lo fa con occhio indulgente, facendo comprendere che l’ambizione di Lollo è più che fondata e che le donne possono perfino soggiacere al tradimento se motivato da una causa tanto importante. D’altronde la religione cattolica, sempre ben presente in questi film meridionali (c’è infatti l’immancabile processione), concede addirittura (su richiesta) l’annullamento del  matrimonio in casi simili.
Il cinema di Buzzanca si conferma fortemente conservatorre, un cinema in cui il “modernismo” del nord viene percepito com una forma di “esotismo” incomprensibile e capriccioso.

testo scritto nel giu. 2018