La nipote Sabella, I prepotenti e Assi della ribalta

La nipote Sabella, Mia nonna poliziotto, Tempi duri per i vampiri, I prepotenti, Prepotenti più di prima, Caravan Petrol, Marinai donne e guai, Fantasmi e ladri, Noi siamo due evasi, Promesse di marinaio, Roulette e roulotte, Rascel marine, Non perdiamo la testa, Guardatele ma non toccatele, Tipi da spiaggia, la Pica sul pacifico, La sceriffa, Assi alla ribalta: Ugo Tognazzi, Tina Pica, Renato Rascel e Nino Taranto (1958-59)

                In quel periodo Totò crea un tale successo del cinema
                 comico che si cercano un po’ tutti, anche Tognazzi
                che, devo dire, era stato piuttosto dimenticato”
                Ugo Tognazz
                i

Il grande successo arriso a Nonna Sabella (Risi, 1957) induce i produttori a realizzare una seconda puntata che viene affidata a Giorgio Bianchi. La nipote Sabella (nov 1958; 90 min.), pur ottenendo un successo assai ridotto, soprattutto se confrontato con la pellicola precedente, non sfigura affatto ed anzi possiamo dire che si tratta di operina di pari valore, dotata delle stesse qualità e difetti.
Il cast, immutato, dà vita a un’acre contesa relativamente a un terreno di proprietà di Sabella (Tina Pica) e della sorella Carmelina (Dolores Palumbo), ora coniugata con Emilio (Peppino de Filippo): alcuni petrolieri americani credono che il terreno celi un ricco giacimento petrolifero. La cosa non potrebbe che apportare felicità se non fosse per un bizzarro testamento che impone che la reale proprietà del terreno sia nulla se non nasce una discendente femmina di Sabella. Si scatena allora una lotta senza quartiere tra la coppia attempata e quella giovanissima del nipote Raffaele e di Lucia (Renato Salvatori e Sylva Koscina): mentre le due donne rimangono in disparte, più o meno sottomesse (la Koscina molto meno, segno evidente dei tempi che stanno mutando verso la pretesa parità) ai relativi mariti, questi ultimi si affrontano senza lesinare i colpi bassi e le allusioni pesanti alle difficoltà relative all’età di Emilio, inidonea alla procreazione. Deciso a giocare tutte le carte Emilio, consigliato da un perfido strozzino, si trasferisce in città e ritorna qualche mese dopo con una bambina (segretamente) adottata. La battaglia sembra vinta. Seguono altri colpi di scena (il petrolio che dapprima non c’è e poi c’è) che riporteranno la pace e il benessere in famiglia.
La pellicola possiede un buon ritmo e trovate umoristiche non ordinarie che tengono viva l’attenzione dello spettatore. Gli attori sono tutti perfettamente a proprio agio e anche il contesto paesano della finta Pollena (in realtà Sacrofano), aggiunge il colore necessario alla brillante vicenda. In essa, come già detto, prevale la centralità della famiglia concepita come “fortezza” economica oltre che affettiva dove anche la giovane Lucia si adatta senza troppo discutere ai progetti lavorativi del marito ingegnere (il trasferimento in Venezuela), comprendendo che la sua funzione è quella di supportare l’impresa dell’uomo a cui si è legata e di renderla più agevole e non certo quella di discuterla su basi paritarie (i soldi, se arriveranno, saranno conseguenza del titolo di studio del marito...). Le due coppie, per quanto imparentate (vivono addirittura sotto lo stesso tetto) non esitano a scontrarsi e a combattersi, anche con carte truccate pur di acchiappare un benessere inatteso e insperato. Sono gli equilibri sociali di un mondo antico, destinato a venire sconvolti nel decennio successivo.

Un discreto successo arrise anche al mediocre Mia nonna poliziotto (set. 1958; 95 min.), diretto da Steno, in cui il ruolo principale è affidato a una sbiadita Tina Pica, più adatta a ruoli di comprimaria.
A Roma Alberto Lionello deve sposare Lyla Rocco ma l’arrivo della terribile nonna (Tina Pica) è causa di guai a ripetizione. Alla donna viene rubato un medaglione di nessun valore che, però, contiene la foto del defunto marito. Da quel momento la nonna si scatena, mette in croce il simpatico commissario Luigi Pavese, mette sottosopra l’albergo che la ospita, insegue le piste più improbabili, finisce a casa di una coppia di modesti seduttori (Tognazzi e Vianello) che  fanno credere a un esercito di teenager di avere come ospite Marlon Brando (Tognazzi lo imita nella versione Sayonara) e soprattutto si scontra con la coppia Riva-Billi (uno dei due è l’autore del furto). Dopo avere causato il rinvio per due volte della cerimonia nuziale, la nonna recupera il maltolto e si giunge all’immancabile lieto fine.
Il film procede come una pellicola a episodi, nessuno dei quali, purtroppo, si fa ricordare per originalità o reale divertimento. Rimane da notare la centralità del matrimonio che risulta essere ancora un evento fondamentale nella vita sociale anche se ormai insidiato da turbe di ragazzine vocianti,  pronte a tutto pur di essere ammesse al cospetto del loro Marlon: si intuisce, in prospettiva, che famiglia, prole e fedeltà coniugale stanno per divenire bei ricordi di un passato antico; gli anni sessanta sono alle porte.
Sempre Steno si cimenta nella parodia del cinema Hammer con il mediocre Tempi duri per i vampiri (set. 1959; 95 min.). Nella penisola aveva appena riscosso un notevole successo Dracula il vampiro (Fisher, 1958) e si decise di mettere in piedi, in fretta e furia, una versione comica arruolando addirittura Christopher Lee e affiancandogli l’impacciato Renato Rascel. L’esito è questo sbiadito e prevedibile filmetto in cui né si ride, né si sorride come ebbe modo di verificare il pubblico che, infatti, decretò il netto fiasco commerciale dell’impresa.
In un castello di Portofino (le cui immagini aeree sono tra le poche cose interessanti), da poco trasformato in albergo di lusso, si ritrovano lo zio Dracula/Christopher Lee e il nipote Rascel, un tempo barone proprietario dell’immobile, ora semplice facchino. Il primo trasmette al secondo i propri poteri e questi, di notte, se ne approfitta per “sedurre” le bellezze locali (tra cui Sylva Koscina); poi, quando queste ultime, di giorno, richiedono smaniose il bis, lui torna ad essere un ignaro e candido facchino. Tutto si aggiusterà per il meglio...
L’andamento sonnacchioso del raccontino è interrotto unicamente dal carattere esplicito ed aggressivo del “turbamento” femminile che trasforma le discinte fanciulle in sfrontate gatte in calore sotto gli occhi sconvolti dei loro fidanzati o spasimanti. Da non dimenticare, infine, le scoppiettanti musiche di Trovajoli, degne di miglior causa.

Mario Amendola riunisce l’insolita coppia Fabrizi-Taranto per il modesto I prepotenti (lug. 1958, 90 min.), pellicola basata su un canovaccio stereotipato.
Aldo Fabrizi è un orgoglioso commerciante romano mentre Nino Taranto interpreta il ruolo di un notabile napoletano, presuntuoso e ambiguo. Il film, ambientato per lo più a Napoli, offre una infinita serie di duetti comici dei due capofamiglia, divisi su tutto e appoggiati dalle rispettive consorti Ave Ninchi e Clara Bindi; ciononostante i loro figli - Wandisa Guida e Luca Ronconi (futuro celebre regista teatrale) - si amano. Liete nozze concludono il fiacco raccontino.
Non è tanto lo schema narrativo antiquato (quello di Romeo e Giulietta) a deludere: ciò che realmente annoia è il contributo basilare dei due mattatori che non legano, posseggono entrambi un ritmo lento, situazioni prevedibili e battute senza mordente (anche il ricorso ai consueti diverbi basati sui ben noti, differenti caratteri campanilistici, romano e napoletano, non funziona). A riprova del fatto che il problema non riguarda la narrazione, basti ricordare che l’anno successivo praticamente lo stesso soggetto troverà una felice realizzazione nel film I tartassati (Steno, 1959), in cui un brillante e dinamico Totò sostituisce Nino Taranto, stabilendo con le lentezze di Fabrizi una perfetta sintonia complementare.
Rimane all’attivo l’ennesima conferma della centralità assoluta del matrimonio nell’universo sociale dell’Italia degli anni cinquanta.
Sebbene il film non riscuote un particolare successo, viene girata una seconda puntata, con la regia affidata al più abile Mario Mattoli il cui esito è tuttavia parimenti deludente.
Prepotenti più di prima (feb.1959, 85 min.) ripete, fino all’esasperazione, gli schemi stucchevoli del modello: ora l’argomento del contendere è il domicilio degli sposi che Nino Taranto vuole a Napoli e Fabrizi a Roma. La coppia finirà con l’andare a vivere a Milano.
Anche questa pellicola non ottiene incassi significativi.
Amendola si ispira a una simpatica canzone di Carosone per Caravan petrol (dic. 1959, 90 min.), tediosa farsa che racconta le peripezie di una coppia di napoletani in Irat (storpiatura finalizzata a non offendere l’Iraq e la sua classe politica).
Il barbiere Ciro (Nino Taranto), un poveraccio angustiato da mogli, suocere e futuri generi, eredità un vasto terreno in Irat e, con l’aiutante Alfonso (Pietro De Vico), si precipita nel paese arabo sperando di divenire rapidamente ricco. Purtroppo però il clima politico è pessimo: ogni due o tre settimane i ribelli di Fazell prendono il potere, mettono tutti in galera (compresa la coppia protagonista) e fucilano chi capita; poi vengono sconfitti e torna il potere legittimo, tollerante e amico dei due napoletani. Si va avanti così, sulle montagne russe, fino alla fine del film, in un contesto farsesco che stanca presto.
Girato con pochissimi mezzi (praticamente tutto in interni, per lo più angusti) vorrebbe esaltare l’uomo qualunque e la sua estraneità ai fanatismi politici che rendono l’esistenza tanto travagliata (ovvio il riferimento alle furbizie italiche dove si è passati rapidamente dagli entusiasmi fascisti alle simpatie socialcomuniste), costringendola a forzate adesioni ideologiche. Ciononostante la modestia di dialoghi e situazioni annoia presto. Anche il tentativo di confrontare il matriarcato incipiente napoletano (il protagonista oppresso da un piccolo esercito di donne) al patriarcato “selvaggio” di matrice araba (rapidamente i nostri eroi si circondano di decine di disponibili odalische) è accennato timidamente e non viene sviluppato in maniera originale.
L’unico pregio del film, che non riscosse alcun successo, consiste nell’esibizione (posta esattamente al centro del racconto) dell’orchestra di Renato Carosone che interpreta la canzone del titolo.

Marinai donne e guai (ott. 1958, 90 min.) è una farsa di Simonelli il quale è tra i primi ad affidare a Ugo Tognazzi un ruolo di protagonista.
A Barcellona quattro marinai in licenza (tra cui svetta Maurizio Arena) sono perseguitati dal loro superiore Campana (Tognazzi) che ha deciso di rovinare loro la festa. Mentre i giovani cercano di abbordare tutte le ragazze possibili (tra cui si notano Abbe Lane, Lauretta Masiero e Rossella Como) l’ufficiale li insegue da un capo all’altro della città spagnola. Finirà in una grande rissa grazie alla quale i marinai sventano il piano criminoso di alcuni contrabbandieri. Anziché puniti, finiranno per passare da eroi.
Il soggetto è inconsistente, le parti umoristiche non divertono e la città spagnola è ritratta in maniera svogliata. La pellicola delude da tutti i punti di vista e certamente non valorizza, per ora, la nuova stella comica.
Ciononostante il film ottenne un notevole successo commerciale.
Un’altra mediocre farsa, firmata da Simonelli, è Fantasmi e ladri (feb. 1959, 95 min.) in cui il ruolo protagonista passa a Tina Pica mentre Tognazzi svolge un ruolo meno centrale, ma pur sempre decisivo.
Annunziata (T. Pica), appassionata lettrice di gialli, critica il giovane nipote Riccardo (Raffaele Pisu), di professione investigatore privato, per la modestia dei suoi clienti. Quest’ultimo si vendica mettendo in scena, in una villa semiabbandonata, una classica situazione da film gotico con eleganti fantasmi e omicidi a ripetizione, affidando il tutto a una compagnia di rivista (ci sono Tognazzi, Mario Riva ed altri). Annunziata, chiamata a risolvere i presunti misteri della villa, scopre rapidamente l’inganno e si imbatte anche in un piccolo gruppo di ladri reali che prontamente assicura alla giustizia.
L’ambientazione originale e lo schema narrativo ben congegnato avrebbe potuto dar vita a un buon film; invece gli attori non riescono a strappare una risata a causa di battute prevedibili, reazioni eccessivamente puerili e tediose prolissità (la parte finale è quasi totalmente monopolizzata dalle lunghe, faticose e per nulla divertenti peregrinazioni di un pesante sarcofago egizio).
Il film fu un fiasco commerciale.
Il successivo Noi siamo due evasi (1959, 95 mi.), sempre di Simonelli, non si differenzia dai precedenti quanto a qualità; in esso tuttavia vanno notate due novità: il sostanziale esordio della coppia Tognazzi-Vianello e la partecipazione di Magalì Noel.
Vianello aveva partecipato, finora, ai film di Tognazzi con semplici comparsate; ora invece la coppia, ben nota da tempo al grande pubblico per il varietà televisivo Un due tre, decide di caratterizzarsi in tal senso anche in ambito filmico. Dopo il famoso episodio (lo sketch della sedia che prendeva in giro un poco disponibile presidente Gronchi, 25 giugno 1959), che condusse al licenziamento di Vianello e Tognazzi dalla Rai, questi ultimi optarono con decisione per una carriera anzitutto cinematografica (oltre che, ovviamente, nel teatro di rivista).
Questo esordio filmico, sul tema classico dello scambio di persona e dei carcerati in fuga è, tuttavia, scadente. La coppia cerca di imitare movenze e situazioni tipiche del duo Totò-Peppino senza successo: le battute sono fiacche, i comprimari opachi e le situazioni condotte in maniera prevedibile cosicché la naturale simpatia dei due comici non riesce a salvare l’operazione.
La vicenda, senza importanza, riguarda due impiegati che vengono rapiti e sostituiti a due carcerati da un gruppo di malavitosi che si avvale della collaborazione della fascinosa soubrette Magalì Noel (che ripete il suo celebre ruolo sostenuto in Rififì, Dassin, 1956). Dal carcere riusciranno a fuggire e, credendosi inseguiti, si cimentano in una serie di canoniche trasformazioni volte a depistare gli inseguitori. L’unica sequenza azzeccata è quella del loro arresto in cui si comportano da turisti inconsapevoli durante le tipiche pratiche di identificazione poliziesca. Anche la figura della futura suocera (Titina De Filippo) di Vianello, una presunta aristocratica tedesca dai modi militareschi, non supera il banale stereotipo.
Il film ebbe comunque un notevole successo commerciale.

Nel solco di Marinai, donne e guai si pone Promesse di marinaio (nov. 1958, 90 min.) seconda commedia umoristica di ambientazione militare (dopo Classe di ferro, 1957, in cui compariva già Renato Salvatori) di Turi Vasile.
Tra Bari e Taranto i marinai di una motosilurante (tra cui Antonio Cifariello) passano le ore libere corteggiando ogni fanciulla carina che capiti a tiro, senza mai impegnarsi seriamente con loro, anzi scambiandosi le ragazze che sembrano stare al gioco. Si differenzia il rapporto amoroso che nasce tra il comandante Renato Salvatori e la direttrice di un negozio musicale Inge Schoener. Tra canzoni, baci, scazzottate e scherzi da caserma la pellicola scorre innocua e alquanto noiosa. I personaggi sono tutti generici mentre dialoghi e situazioni sono spesso puerili. Si salva solo l’attenzione paesaggistica (in immagini a colori) tra albe e tramonti nella bella Taranto di cui si valorizza il ben noto ponte girevole.
La pellicola riscosse un buon successo.
Altrettanto mediocre è il successivo Roulotte e roulette (ott. 1959; 90 min.) che mette in scena ancora un gruppo maschile la cui unica finalità è quella di collezionare conquiste femminili.
Durante le vacanze estive sulla riviera ligure (si vedono soprattutto Sanremo e Alassio) un quartetto male assortito (si distinguono Mario Carotenuto sposato con Marisa Merlini e Antonio Cifariello), insegue bellezze femminili sposate e non, giovani e meno giovani, italiane e straniere. Tra queste ultime si segnalano l’affascinante Abbe Lane che, oltre a cantare, tende una perfida trappola a Cifariello e la sentimentale Anne Tonietti, innamorata di quest’ultimo. Il film annoia: le battute non divertono, gli attori non sono convinti e le situazioni sono prevedibili. Di notevole c’è lo sguardo sui paesaggi italiani e sul mondo dei vacanzieri (il film è totalmente girato in esterni); si ricorda soprattutto la scena culminante ovvero l’imboscata che la crudele Abbe Lane tende al bel Cifariello il quale, per quanto attratto dalla ingenua Anne, non riesce a rinunciare alla avventura notturna con la focosa Abbe Lane. Così accetta un suo invito notturno e si ritrova a letto con lei nel buio di una camera d’albergo, buio che di colpo diviene luce abbagliante mostrando una folla di beffardi amici che ridono del malcapitato. Ne segue una toccante confessione: Cifariello ammette con la comprensiva Anne che il maschio, per quanto impegnato a livello sentimentale, non riesce a sottrarsi al desiderio erotico che lo anima in maniera quotidiana. E’ una sincera ed esaustiva  spiegazione del comportamento maschile come del carosello erotico che anima questa e centinaia di altre pellicole simili, spesso ambientate sulle spiagge italiane.
Il film, in un contesto di scarso valore, sottolinea con semplicità la radicale differenza tra i due sessi, tra i loro comportamenti che derivano da inclinazioni innate, dotate di una loro ineludibile necessità. Il mondo femminile sembra comprendere e stare al gioco (la moglie Merlini finge di non vedere i continui tradimenti del marito, considerandoli anch’essi come eventi impossibili da correggere) difendendo così i precari equilibri della coppia. In ogni caso ovunque si indagano e si ammettano le differenze e le diseguaglianze, là traspare uno sguardo realistico, rispettoso della Tradizione e alieno da astratte e libresche omologazioni ugualitarie di stampo illuministico.
Il film ottenne incassi molto modesti.

Dopo Rascel Fifì (1957), Guido Leoni dirige Rascel marine (dic. 1958, 90 min.), scadente satira pacifista dello scontro bellico nel Pacifico tra Americani e Giapponesi.
Una squadra di marines, guidata da Rascel, sbarca su un’isoletta del Pacifico per combattere il nemico. Invece, dopo qualche scaramuccia, fraternizza con esso e insieme, americani e giapponesi, amoreggiano con le belle figliole di un italiano emigrato (Mario Carotenuto). Non si ride e neppure si sorride mai in questa tediosa commediola, girata con stile amatoriale e in un contesto paesaggistico di rara banalità. Inutile anche cercarvi qualche messaggio sociale o politico: pur essendo il pacifismo un cavallo di battaglia dei socialcomunisti volta a salvaguardare l’Urss dalla superiorità angloamericana, nel caso di Rascel e compagni (c’è anche Paolo Ferrari) tutto si riduce a un generico “facciamo l’amore e non facciamo la guerra”.
Ciononostante il film ottenne buoni incassi.

Mattoli firma una modestissima farsa con Non perdiamo la testa (apr. 1959, 90 min.), pellicola volta a valorizzare l’astro nascente di Ugo Tognazzi.
Un gruppo di aristocratiche benefattrici, guidate da una effervescente Franca Valeri (la cui interpretazione rimane l’unico pregio del film), prende sotto la propria ala protettiva lo sciocco Ugo Tognazzi, credendolo in punto di morte. Grandi feste al castello tra donne mature ancora piacenti e servette stuzzicanti (Daniela Rocca), scampagnate e spettacoli notturni cercano di “consolare” il morituro mentre uno scienziato pazzo (Gianrico Tedeschi) cerca di assicurarsi il suo teschio, attraverso una serie di attentati falliti. Completano il quadro un piccola banda di falsari dilettanti perseguitata dal commissario Aroldo Tieri.
Insomma un pasticcio insignificante e abbastanza puerile in cui non si ride mai e fa bene il simpatico Vianello, nella sua comparsata in chiusura, a rimproverare il partner per avere fatto un film senza di lui. Tognazzi appare ancora inadeguato a sostenere l’intero fardello di una farsa; se ci fosse stata la coppia tutta intera l’esito sarebbe stato probabilmente superiore.
Il film su un fiasco.
Mattoli, Tognazzi e Vianello insistono con l‘altrettanto mediocre Guardatele ma non toccatele (giu 1955, 90 min.). Rispetto a Marinai donne e guai (sempre con Tognazzi), al posto dei marinai ci sono ora degli avieri, le ragazze spagnole vengono sostituite da soldatesse americane mentre la sottotrama poliziesca lascia il posto al consueto spettacolo di varietà (più coerente con quanto precede) che conclude il raccontino.
Non si ride, né si sorride in questi siparietti d’avanspettacolo di modesta invenzione. Tognazzi, che si finge veneto, si sforza molto ma diverte poco; al contrario l’unico elemento realmente piacevole è costituito da Bice Valori, burbera moglie bolognese del protagonista, sempre pronta a scoprire le sue tresche e a punirlo in maniera spiritosa e pungente.
Come Mariani donne e guai, anche questo film fu un notevole successo commerciale.
Pertanto Mattoli non desiste e con il solo Tognazzi gira lo scadente Tipi da spiaggia (nov. 1959, 100 min.) ripetendo la solita formula.
Ora le ragazze sono accompagnatrici (tra cui Lauretta Masiero e Liana Orfei) di una ricca e capricciosa miliardaria americana (Christiane Martel) in cerca di marito a Taormina. Ugo Tognazzi ripete le sue modeste performance di trasformista e cerca invano di sedurre la donna nelle vesti di un barbone e di un corridore automobilistico mentre nello spettacolo imbastito in un lussuoso hotel imita Marlene Dietrich. Trama senza senso e gag tirate per le lunghe angustiano lo spettatore che riesce a divertirsi solo con la gustosa macchietta di Luciano Salce, dottore rumeno che corteggia a suo modo Tognazzi convinto che si tratti sia di uno sfrontato omosessuale.
Anche questa volta il successo è buono.

Ancora Tognazzi e Tina Pica animano (si fa per dire) la mediocre farsa La Pica sul Pacifico (apr 1959, 90 min.) diretta da Roberto Montero e vagamente ispirata al recente successo europeo de La diga sul Pacifico (Clement, 1957).
Su un’isola polinesiana si ritrovano un esploratore (U. Tognazzi), Jack, un evaso (Memmo Carotenuto) e Adelaide, la proprietaria dell’isola (Tina Pica) che giunge dall’Italia  per prenderne possesso, accompagnata da una bella nipote (Elke Sommer). Preannunciata dalla pessima fama di donna autoritaria, l’ereditiera si trova a dovere fronteggiare la popolazione locale che, diretta dalla coppia di italiani che si fingono indigeni, tenta differenti trucchi per convincere Adelaide ad andarsene. Inutilmente. Se ne andrà invece Jack, catturato dalle forze dell’ordine che lo inseguivano da mesi: a quel punto l’uomo affermerà di preferisce il carcere alla compagnia di Adelaide...
Come larga parte delle prime opere interpretare da Tognazzi e dalla quasi totalità di quelle incentrate sulla Pica, il film non diverte mai, non propone né situazioni né gag notevoli e annoia soprattutto a causa dei numerosi riempitivi (danze e presunti rituali  locali) ambientati tra fondali di cartapesta.
La visione complessiva rimane quella dell’Italia patriarcale di inizio secolo, con le figure femminili molto ricercate per la loro avvenenza e quelle anziane emarginate in quanto prive di qualunque fascino. Il contesto esotico esalta questa vena tradizionale con le indigene che competono con le europee (Elke Sommer) nel manifestare la propria servizievole disponibilità ad accontentare qualunque capriccio maschile.
Il film riscosse incassi modesti.
Altrettanto irrilevante risulta La sceriffa (ago 1959; 90 min.) in cui Roberto Montero vorrebbe fare la caricatura del western.
In un paesino in cui spadroneggia la banda di Donovan (Tom Felleghy), l’energica sceriffa Carmela (Tina Pica), immigrata da Napoli, cerca invano di riportare la legalità. Vi riuscirà solo alleandosi con il bandito di buon cuore Colorado Joe (U. Tognazzi)...
Tra goffe sparatorie, scazzottate generiche, qualche canzone e dialoghi raccapriccianti la noia regna sovrana. L’unica cosa notevole è il bel villaggio western, cornice meritevole di ospitare personaggi e vicende più significative.
Si tratta dell’ennesimo fiasco commerciale di Tina Pica. Di fatto dopo questo film l’attrice interrompe la propria carriera cinematografica. D’altronde la storia del cinema ci ricorda che non sono quasi mai esistite attrici femminili dotate di un reale talento umoristico e capaci di sostenere, da sole, un intero film comico. Anche i futuri esempi di Monica Vitti e Mariangela Melato confermeranno ciò: soprattutto la Vitti, nei suoi pochi tentativi di proporsi come mattatrice unica (Modesty Blaise, Fai i n fretta a uccidermi..., Teresa la ladra, Qui comincia l’avventura), andrà incontro ai medesimi insuccessi della Pica: La più furba e dotata Melato eviterà questo errore e si appoggerà sempre ad attori di sicura comicità (Giancarlo Giannini, Ugo Tognazzi).

Ferdinaldo Baldi firma Assi alla ribalta (ago 1958, 70 min.), un’antologia di numeri di rivista che, in questo finale di decennio, appare abbastanza anacronistica (questo genere di pellicole aveva spopolato nei primi anni cinquanta). Il film, tenuto insieme da un pretesto narrativo grossolano e senza interesse, va ricordato poiché ha il merito di fissare in pellicola l’ottimo sketch di Nino Taranto Un milanese a cena (quasi 20 min.) in cui il comico, supportato da Anna Campori, è costretto a fingersi milanese (insieme a tutta la famiglia) per  compiacere un ospite che gli ha promesso un lavoro. Con simpatica verve i comici accentuano pregi e difetti di “terroni” e “polentoni”, contrapponendo senza cattiveria e con elegante ironia, dinamismo e lassismo, lavoro e ozio, risotto giallo e spaghetti al pomodoro, in un pezzo di teatro che può considerarsi un caposaldo del genere, più e più volte imitato nei decenni a seguire. Sessanta anni dopo poco è cambiato nel modo di vedersi di due grandi città situate però agli antipodi della cultura italiana a riprova del fatto che le Tradizioni rimangono intatte nel tempo, alla faccia di tutti i presuntuosi ed inutili riformismi, progressismi e illuminismi.
Gli altri numeri di rivista presenti nel lavoro, pur annoverando comici del calibro di Croccolo, Scotti, Tognazzi e Vianello, sono modesti.
La pellicola passò inosservata.

testo scritto nell’ott. 2020