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Malizia, Peccato veniale, La sbandata, Sessomatto, Virilità, La governante, La ragazzina, Blue Jeans, Le dolci zie, La minorenne, Quella età maliziosa, Peccati di
gioventù, Innocenza e turbamento, Cugini carnali, Di mamma non ce n’è una sola, Nipoti miei diletti, La cugina, La cameriera, Calore in provincia, La nipote, L’infermiera, La cognatina, L’amica di mia madre, Peccati in
famiglia, Grazie... nonna, La moglie vergine, Attenti! Arrivano le collegiali, L’insegnante, La liceale, La novizia, Occhio alla vedova, L’ingenua, Quella provincia maliziosa, L’infermiera di mio padre, Il vizio di famiglia, La
supplente, La nuora giovane, La commessa, Una vergine in famiglia, La collegiale, La bolognese, Amore mio spogliati che poi ti spiego, La verginella, Lezioni
private e Lezioni di violoncello: fantasie maschili negli anni del femminismo (1973-75)
Dopo il trittico d’esordio, segnato da una forte contestazione politica di sinistra (Grazie zia, Cuore di mamma, Uccidi il vitello grasso) e dopo un paio di film di transizione (Un’anguilla e
Roba da ricchi), Samperi approda a una visione antitetica a quella degli esordi con il trionfo di Malizia (mar. 1973, 95 min.), un inatteso enorme successo commerciale che rende il film l’indiscusso iniziatore del
cosiddetto filone dell’erotismo all’italiana. Dagli spazi aperti dei primi film, in cui si sbandieravano convinzioni radicali e antisistema (anche se solo Grazie zia venne salutato da un positivo riscontro di critica e pubblico mentre gli altri due furono dei flop commerciali) si passa al chiuso della dimensione rigorosamente domestica di Malizia;
dagli anni brucianti del ’68 si passa a quelli del centrismo conservatore della fine degli anni cinquanta, dal nord progressista si scende nella Sicilia tradizionale di Acireale: insomma assistiamo a un vero e proprio
rovesciamento ideologico appena mitigato dalla simpatia con sui l’autore guarda all’ascesa sociale della protagonista. In casa del vedovo Ignazio (un bravissimo Turi Ferro) e dei suoi tre figli giunge la bella cameriera
Angela (Laura Antonelli nel suo ruolo più importante e riuscito della sua carriera) che, in breve tempo, “seduce” con la sua semplicità ed efficienza, sia il padrone di casa, sia i due figli maggiori. In particolare
l’adolescente Nino (Alessandro Momo) è profondamente turbato dalla naturale sensualità di Angela e inizia con lei un gioco morboso di pretese e ricatti, in un crescendo drammatico che sfocia nella celebre sequenza finale
dell’amplesso quando Angela, sconvolta dalla dialettica servo-padrone di cui è stata vittima fino a quel momento, rovescia la situazione e obbliga il ragazzo a un risolutivo rapporto sessuale. Nell’epilogo - le nozze di Ignazio
e Angela - un ambiguo bacio di circostanza tra figliastro e matrigna chiude la vicenda in una sorta di finale aperto. Samperi abbandona le velleità rivoluzionarie del suo primo cinema e racconta invece le più audaci ed
esplicite fantasie sessuali maschili in una dimensione domestica che riesce a potenziarle e a esprimerle in maniera radicale. Possiamo dire che la forza dirompente del film consiste nell’avere creato figure femminili - Angela
innanzitutto ma anche la vedova Ines (Angela Luce) e la giovanissima Luciana (Tina Aumont) - che sono del tutto inverosimili in quanto semplici proiezioni di quel desiderio. In tal senso nasce con Malizia un cinema fortemente maschilista e uno spettacolo che, in qualche modo, “discrimina” e allontana il pubblico femminile. Questo cinema erotico costituisce l’altra faccia del giallo argentiano: entrambi sono reazioni violente e stizzite di fronte a un universo reale in cui il femminismo e l’ugualitarismo smanioso e artefatto sembrano egemoni, limitando fortemente la prevalenza tradizionale dell’universo maschile. Non a caso sia il thriller all’italiana, sia la commedia erotica di Samperi e dei suoi innumerevoli imitatori (da Martino a Laurenti, da Carnimeo a Tarantini, non a caso in precedenza autori di imitazioni argentiane) possiedono una evidente cifra onirica e sono un naturale sfogo rispetto ad una situazione politica che viene percepita come oppressiva. Inutile dire che oggi (2021) un film come Malizia sarebbe addirittura inconcepibile: nessun autore odierno avrebbe il coraggio di sfidare il soffocante politically correct per narrare l’attrazione sessuale tra un ragazzo (un minorenne, come tale escluso oggi da questo genere di narrazioni per pretese preoccupazioni “pedofile”) e una serva timorosa prima e compiacente poi. Infatti in questa visione è sottintesa la natura servile della donna e il suo manovrare nell’ombra attraverso la semplice sottomissione sessuale. Non a caso l’anziana e a suo modo saggia madre (Lilla Brignone) di Ignazio ricorda al figlio che con le serve si fanno i propri comodi (esistono anche per questo, osa dire) ma non le si sposa poiché appartengono ad una classe sociale inferiore. La visione della nonna di Nino nel suo arcaismo rappresenta una concezione di estrema destra alla quale il figlio sfugge accettando di sposarla: è in questo dettaglio che si può notare il blando progressismo samperiano che dipinge un’Italia che, alla fine degli anni cinquanta (siamo durante il secondo governo Segni), comincia a guardare con simpatia alla sinistra socialista in un cammino che porterà al primo governo Moro (1963) con il Psi. Il rapporto servo-padrone rimane; tuttavia Angela, capace di manovrare con sottile abilità il desiderio di Nino, riesce a rendersi indispensabile e a rovesciare, almeno in parte, il rapporto carnefice-vittima che l’ha vista soccombente per quasi tutto il film.
Alla fine dei quel 1973 uscirà il magnifico Amarcord che somiglia molto a Malizia: anche Fellini, disgustato dalla violenza politica e dalla transizione di un mondo sociale che abbandona i vecchi equilibri
patriarcali per nuove, pretese egualitarie, si rifugia nel ricordo e in un universo lontano (quello della Rimini fascista) in cui la dimensione di un erotismo totalmente maschile, vivo e gratificante, era centrale. Possiamo
anzi dire che le tre figure femminili di quel film - Gradisca, la tabaccaia e la volpina - discendono in maniera forse inconsapevole da quelle del film di Samperi, ovvero da Angela, dalla vedova Ines e da Luciana. Sono le
tipologie di una sessualità ora animalesca (nelle due figure femminili secondarie), ora angelicata (in quelle principali; non a caso la cameriera si chiama Angela) che occupano gran parte delle fantasie sessuali maschili mentre
non è casuale che di vero amore non si parla mai in Malizia come pure in Amarcord trattandosi di proiezioni fantastiche, meramente maschili. La dolcezza della fotografia di Storaro e la simpatica, disarmante
cantabilità del tema musicale di Fred Bongusto, teso quest’ultimo a rafforzare l’elemento umoristico finalizzato a smorzare le tensioni erotiche, rendono Malizia un oggetto ancor più seducente: il suo grande successo dimostra che, mentre nel mondo reale si metteva in scena una improbabile parificazione dei sessi, quella profonda distinzione permaneva intatta nell’inconscio degli Italiani che ne trovavamo piacevole riconferma sia in Malizia,
sia in tutti i film che, per quasi un decennio, riproporranno la medesima visione erotico-domestica. Per dare un’idea dell’enorme successo del film basti ricordare che la pellicola rimase in cartellone ininterrottamente per
sei mesi (da aprile a settembre) nel centralissimo cinema Corso (2000 posti) di Milano. Di fronte alla entusiastica accoglienza del pubblico appare scontata la decisione di Samperi di replicare con Peccato veniale
(gen 1974; 90 min.): il cast è quasi identico come pure lo schema narrativo; gli attori sono sempre all’altezza del compito anche se l’insieme appare, per quanto gradevole nell’insieme, artefatto e meccanico. Intorno alla
metà degli anni cinquanta a Marina di Pietrasanta, in Versilia, il giovanissimo Sandro (Alessandro Momo) vive in un’elegante residenza con i genitori (Lilla Brignone e Tino Carraro), il fratello Renzo (Orazio Orlando) e sua
moglie Laura (Laura Antonelli). Il ragazzo passa le giornate in spiaggia con la bella cognata e, in certo modo, le fa la guardia poiché durante la settimana suo fratello lavora a Milano e rientra solo nei weekend. Il legame da
distaccato e generico diviene gradualmente più stretto: Sandro, nella fase di scoperta del sesso, viene sempre più attratto da Laura e, come il protagonista di Malizia, tenta approcci maldestri; di fronte al ragionevole rifiuto della cognata minaccia addirittura il suicidio e ottiene un rapporto sessuale completo anche se, si intuisce, solo per una volta. Nel breve epilogo la famiglia si riunisce soddisfatta: gli equilibri psicologici sono nuovamente saldi, anche grazie a quel “peccato veniale”; Renzo che, da sempre, si vantava di capire le donne con una semplice occhiata è quello che ha compreso di meno ciò che è successo. D’altronde Orazio Orlando, dai tempi di Indagine (Petri, 1970), è abituato a interpretare ruoli da “fesso”, venati di umorismo.
La replica funziona solo in parte poiché quello che realmente manca al cuore del racconto - il progressivo allacciarsi della relazione sessuale tra l’adolescente e la trentenne - è una motivazione plausibile per entrambi
gli attori della vicenda. Il sottile legame servo-padrone che innervava tutta Malizia e che diventava l’essenza stessa del racconto ovvero il sottinteso ricatto del giovane benestante che si approfittava della serva la quale, avendo ambizioni di scalata sociale, non poteva negarsi e lo faceva abbastanza di malavoglia (con l’eccezione dell’esplosivo finale) viene ora a mancare poiché i protagonisti della vicenda appartengono tutti alla medesima classe sociale. Ci sono anche delle servette che appaiono brevemente, ma hanno una funzione del tutto marginale: Sandro neppure le considera. Quindi l’intera dinamica dell’improbabile avvicinamento tra i due appare forzato e poco naturale: la donna non ha alcun interesse realistico a cedere al giovanissimo spasimante, né quest’ultimo appare dotato del carisma necessario a giustificare gli eventi. La regia ricorre al ricatto disperato per rendere possibile il trasgressivo finale, ma è tutta la vicenda, fin dai suoi inizi, ad apparire artificiosa e, in definitiva, essa viene resa credibile solo dalla bravura della Antonelli nel delineare questo personaggio di borghese annoiata e un po’ capricciosa, fedele al marito ma anche pronta ad approfittare delle circostanze per un qualche diversivo che le renda interessanti le giornate passate sostanzialmente in solitudine nella residenza dei suoceri.
Va detto che il modello segreto di Malizia e Peccato veniale è Quell’estate del ’42 (Mulligan, 1971), film di notevole valore artistico (probabilmente il capolavoro di Mulligan), tra l’altro premiato con un inatteso successo commerciale (però non in Italia), in cui si narra della infatuazione di una adolescente (Gary Grimes) per una trentenne (Jennifer O’Neill) la quale, allorché viene a sapere della morte del marito sul fronte europeo, sconvolta cede per una volta alle richieste del giovane per poi ripartire immediatamente, il giorno successivo all’evento (la vicenda si sviluppa in un luogo di vacanza del New England). In Malizia questa
derivazione era abilmente mascherata dall’avere calato il racconto nel già citato contesto fortemente classista mentre in Peccato veniale essa è più evidente: la terribile notizia della morte del coniuge viene sostituita con quella del minacciato suicidio al fine di rendere plausibile il finale erotico.
Tutto intorno ai due protagonisti si dipana una ambientazione estiva che appare irrisolta e a tratti addirittura scadente. Gli autori hanno inventato una serie di macchiette balneari che funzionano poco (il bagnino Lino
Toffolo) o per nulla (l’intervento farsesco di Lino Banfi, la figura felliniana dell’atletico casanova locale, forse memore del fratello playboy del giovane protagonista di Amarcord). Un poco migliori risultano le
figure dei genitori, anche perché affidati ad attori del calibro di Tino Carraro (spassosi i suoi tentativi di far fuori un noioso cane domestico come pure la sua disperazione nella presunta scoperta di una tendenza omosessuale
nel figlio Sandro, espedienti narrativi oggi inconcepibili nel grigiore ottuso del pensiero unico di matrice massonico-femminista) e Lilla Brignone. Nel complesso il film ribadisce la visione di una famiglia
tradizionale con le figure femminili dolcemente asservite - in un modo (standosene a casa in attesa) o in un altro (cedendo ai ricatti maschili) - al benessere del maschio, figure che, estranee all’universo produttivo e attente
esclusivamente al mantenimento della loro bellezza, raggiungono per tale via la loro felicità. Siamo, di fatti, nel cuore dei conservatori anni cinquanta. Non a caso l’unica figura femminile di donna in carriera (Dominique
Boschero), viene illuminata come una perdente: è una donna sola, che ha perso l’occasione di sposare Renzo (che infatti le ha preferito la più docile Laura) e che ora si deve accontentare di un ruolo di amante (la vediamo due
volte a cena con Renzo). Anche Peccato veniale ottiene un vero trionfo commerciale. Il terzo pannello della trilogia, La sbandata
(dic. 1974, 90 min.) peggiora il secondo, tenta di replicare lo schema narrativo di Malizia ma possiede più difetti che qualità. Dopo due decenni, l’emigrato Salvatore (Domenico Modugno) rientra nel suo paesino
siciliano (situato nelle vicinanze di Catania) portando con sé una notevole disponibilità di denaro. Lo ospitano, temporaneamente, il fratello Raffaele (Pippo Franco), la cognata Rosa (Luciana Paluzzi) e la loro figlia
Mariuccia (Eleonora Giorgi). Tutti e tre vedono nel nuovo arrivato la gallina dalle uova d’oro e iniziano a sfruttarlo: prima gli fanno comprare un appartamento sito sopra al loro; poi rinnovano il mobilio e infine fanno
acquistare allo zio d’America anche la dote per Mariuccia che si sta per sposare con un maestro di scuola. Salvatore si incapriccia della nipote e, col tacito assenso dei familiari, ottiene anche qualche modesto compenso
sessuale per i suoi sforzi. Quando però l’uomo esige un rapporto totale è Rosa a sacrificarsi per accontentare l’”americano”. Avendo compreso di essere stato sfruttato a dovere, Salvatore prepara un pesante scherzo per il
giorno delle nozze, facendo distribuire migliaia di volantini anonimi che definiscono la nipote una puttana. I parenti, maestro di scuola compreso, tuttavia digeriscono anche questa offesa pur di potere continuare a contare
sulle finanze dell’ultimo arrivato il quale sembra avere ormai accesso libero alle grazie di cognata e nipote. Il racconto riprende lo schema di Malizia in una Sicilia bigotta all’aperto e lussuriosa nel buio delle
stanze da letto e in cui ogni arma è accettabile per ottenere un po’ di benessere. Le figure femminili sono nuovamente semplici proiezioni del desiderio e di una misoginia tutta maschile la quale si rifugia in un universo
fantastico tanto più significativo quanto più marginalizzato da una realtà grigia in cui prevale un minaccioso femminismo. Così Mariuccia, come la serva Angela, capisce che deve cedere almeno provvisoriamente allo zio per
potere ottenere ciò che desidera. Il problema del nuovo film è che la replica è rozza e troppo inverosimile. Gli attori non posseggono la convinzione di quelli di Malizia, e la Giorgi è assai lontana dalle seducenti
ambiguità della Antonelli (semmai qui risalta la bravissima Paluzzi, l’unica realmente intrigante dell’intero cast). Modugno è un protagonista fracassone e noioso, che ripete sempre gli stessi gesti e gli stessi discorsi mentre
il suo stato di semiclausura nella abitazione delle belle parenti nonché la fissazione su di loro quasi fossero le uniche donne rimaste sulla terra, appare del tutto inverosimile, avendo l’intera animata Catania (che vediamo in
alcune sequenze) a portata di mano. Anche le sequenze di seduzione non posseggono la suggestione di quelle dei film precedenti e spesso si trasformano in aperte risse, con tanto di spintoni e sberle... Anche tutti i comprimari
sono stucchevoli e si esauriscono nei partecipanti del club locale che annovera i benestanti, tutti rigorosamente maschi, del paese. e dove ci si annoia giocando a carte e ripetendo inutili pettegolezzi. Lo stesso Samperi
non doveva essere del tutto soddisfatto dell’opera dalla quale, per motivi poco chiari, tolse la firma della regia (che sappiamo fu curata da lui) per affibbiarla al suo collaboratore Alfredo Malfatti (di fatto autore di
quest’unica regia...) Il film ottenne comunque un buon successo commerciale.
Il trionfo della Antonelli in Malizia induce Dino Risi a riprendere lo schema del film a episodi per costruire, intorno alla nuova star, Sessomatto
(dic. 1973, 110 min.) un simpatico film “erotico” che da un alto riprende l’efficace Vedo nudo (Risi, 1969 - vedi) e il meno riuscito Noi donne siamo fatte così (Risi, 1971 - vedi), dall’altro tiene conto del deludente Sex (1972) di Woody Allen, peraltro uscito (nel marzo 1973 - vedi) in sordina in Italia. Accanto a una straordinaria Antonelli c’è un altrettanto superbo Giancarlo Giannini, anch’egli sulla cresta dell’onda dopo Mimi metallurgico (Wertmuller, 1972).
Come nel cinema di Samperi, Risi mette in scena figure femminili che sono semplici proiezioni del desiderio maschile, sostanzialmente irrelate con il panorama sociale coevo, in cui prevaleva la furia femminista ed
egualitaria ovvero il provocatorio dileguarsi del fascino femminile. Il taglio in fondo non è troppo differente da quello del film (12 episodi) con la Vitti di due anni prima in cui tuttavia mancavano estro e umorismo, anche
perché l’attrice, da sola, non riusciva a reggere l’intera operazione. Al contrario in questi 9 episodi la coppia Antonelli-Giannini appare formidabile, nonché animata da un prepotente trasformismo, spesso esilarante. In tutti
gli episodi la figura maschile appare dominata da pulsioni erotiche travolgenti mentre la figura femminile appare completamente disponibile a soddisfare, di volta in volta, le esigenze, anche le più stravaganti, del partner
maschile. L’attrice di Pola riesca a dar corpo a tutte le figure, da quelle provocanti a quelle materne e patetiche, dell’immaginario maschile (dalla signora altera e a suo modo remissiva, alla moglie civetta che fa impazzire
un ospite, dalla madre di dodici figli contenta di essere picchiata e presa con violenza dal marito zotico alla suorina pronta a fare lo spogliarello per motivi “sanitari”) con una tale bravura da rendere la sua interpreazione
da sola un motivo per guardare il film. Meno riusciti e tirati per le lunghe appaiono invece i due episodi estremi ovvero quello del gerontofilo che amoreggia con Paola Borboni e dell’immigrato che si innamora di un travestito
(Alberto Lionello) che scoprirà essere suo fratello. Eccezionale la colonna sonora di Trovajoli, musicista capace come nessun altro di fondere sonorità brillanti, esotiche, cantilene, voci parlanti, sospiri e risolini. In
questo cinema la donna si esaurisce completamente nella propria sessualità: la usa in maniera fintamente remissiva per ottenere ciò che vuole (ma solo in ambito domestico) dal fidanzato/marito. Ed è ancora quella la sua arma
allorché vuole vendicarsi di un mafioso importante, avanti con gli anni, che la desidera dopo avergli ammazzato il marito: la donna accetterà di sposarlo ma solo per ucciderlo attraverso una lunga maratona erotica. Il film
fu un trionfo commerciale a riconferma del fatto che il pubblico italiano continuava ad apprezzare pellicole che mettevano in scena il rapporto maschio-femmina che era prevalente negli anni cinquanta e che, per certi aspetti,
potremmo definire “nostalgiche”.
Tra le prime imitazioni di Malizia c’è Virilità
(gen 1974, 90 min.) di Paolo Cavara in cui si riutilizza l’ambientazione siciliana, la centralità di Turi Ferro e uno schema narrativo sostanzialmente identico. In un paesino del messinese (Forza d’Agrò) il vedovo
benestante Vito (un ottimo Turi Ferro) si è risposato con Cettina, una sua bella e giovane dipendente (un’imbambolata Agostina Belli). Al suo rientro da Londra Roberto (un opaco Marc Porel), figli di Vito, si trova di fronte al
fatto compiuto. Tra il giovane, che porta nel paesino un certo modernismo hippy di marca anglosassone, e la matrigna scocca subito la scintilla erotica e in seguito, mentre Vito è impegnato in una processione religiosa, anche
un vero e proprio rapporto carnale. Il padre scopre tutto subito ma è combattuto: in paese si è diffusa la diceria che Roberto è gay (offesa che a ritroso colpisce anche lui, per la radicata convinzione meridionale del
carattere ereditario di ogni comportamento o tendenza), la qual cosa è per il capofamiglia ancora più orribile delle corna. Nel grottesco finale l’uomo invita tutta la cittadinanza a vedere la coppia che, in stile Zabriskie Point,
amoreggia all’aperto, in una gola rupestre. L’uomo finirà emarginato tra i cornuti del paese, ma almeno l’onore del figlio (e della famiglia) è salvo mentre per il suo spera molto nella sconfitta del divorzio nel prossimo
referendum (mag. 1974), evento che annullerebbe il suo secondo matrimonio, retrocedendo Cettina a concubina... La pellicola segue quasi completamente lo schema di Malizia: l’uomo anziano sposato con una giovane che è
insidiata dal figliastro secondo la regola naturale per cui il simile attrae il simile e scarta il diverso. La narrazione però, sul versante erotico zoppica molto: Porel e la Belli recitano in maniera spaesata e modesta e i
loro personaggi risultano privi di qualunque verosimiglianza, abissalmente lontani dalle brillanti interpretazioni di Laura Antonelli e Alessandro Momo; inoltre la presunta carica erotica che li “travolge” non è minimamente
documentata da un Cavara incapace di valorizzare le grazie di Agostina Belli. Resta all’attivo del film la stupenda recitazione di Turi Ferro che, da solo, regge tutto il film (da antologia la sequenza in cui, frastornato e
sbalordito, scopre, in una volta sola, che il figlio non solo non è gay ma sta amoreggiando con Cettina) mentre
i comprimari del paese, ossessivi e noiosi nel rivendicare il loro arcaico maschilismo, risultano presto ridondanti e tediosi. Certo il regista spiega, a tratti, il fondamento di questa devozione nei confronti della virilità maschile intesa come l’unica capace di generare discendenza (che si spera rigorosamente maschile) e continuità familiare: di fatto l’adorazione per la virilità diviene una sorta di esorcismo nei confronti della transitorietà dell’esistenza e della morte come conclusione senza appello di un ceppo familiare. In tal senso l’essere più inutile e sbeffeggiato è l’omosessuale inteso come figura non solo marginale ma anche anomala e dannosa in quanto incapace di realizzare la continuità familiare che viene intesa solo come ereditarietà (parola che torna come un mantra nel film).
Virilità mostra un universo di valori che tiene ancora duro negli anni del femminismo e della rivoluzione hippy, descritti come eventi stravaganti e incomprensibili dalla comunità messinese. Il mondo di oggi (2021) fatica molto a capire dialoghi e credenze di un popolo che guarda con disprezzo a tutte le libertà sessuali alternative (soprattutto ricopre di beffarde e colorite imprecazioni l’universo omosessuale) alla sacra centralità della famiglia e, quando le ammette, le concepisce come semplice diversivo del maschio “cacciatore” e comunque sempre ammogliato e con figli. La stessa moda delle adozioni, ancora quasi inesistente negli anni settanta, è un fatto inconcepibile per questo universo patriarcale, percepito semmai come il desiderio di mettersi un estraneo in casa per motivi affettivi poco chiari, in genere relativi alla eventuale sterilità di una coppia sposata, insomma una sorta di resa di fronte a un capriccio della natura.
Il giovane Roberto, pur con la sua recitazione incolore, esprime l’estraneità totale di chi ha passato numerosi anni su un altro pianeta (la swinging London), ha sperimentato differenti libertà sessuali e ora guarda
con distacco e un po’ di alterigia alle antiche credenze siciliane nelle quali però finisce col ricadere allorché seduce la matrigna e fugge con lei, prigioniero di un amore tradizionale ed esclusivo.
Sulla carta il film ambisce ad essere anche più complesso di Malizia, volendo in qualche modo confrontare l’universo conservatore siciliano con le nuove idee nordiche che si stanno affermando anche nell’Italia del nord:
in tal senso l’opera non si esaurisce in una semplice proiezione di fantasie maschili di carattere antifemminista ma anzi inserisce nel quadro proprio il peggiore nemico di quelle fantasie ovvero il modernismo hippy. Purtroppo
entrambi i versanti vengono dipinti con sommaria rozzezza al punto che sia gli amici londinesi di Roberto, dediti a una vita libera e nomade, sia la folla dei siciliani prevedibili fino alla nausea, risultano alla lunga un
fondale fastidioso e sfocato. Gli incassi furono buoni.
Ancora Catania e Turi Ferro sono al centro de La governante
(gen. 1974; 110min.), pellicola ambiziosa di Gianni Grimaldi il quale approfitta del filone erotico-domestico per inserirvi l’omonimo testo teatrale di Vitaliano Brancati, una commedia che risultò assai scabrosa e venne proibita nel 1952 e che in seguito (a partire dalla metà degli anni sessanta) trovò spazio anche sui palcoscenici italiani.
Nella abitazione del severo patriarca Leopoldo (Turi Ferro) giunge Catherine, una governante francese (Martine Brochard) che si dichiara moderna e calvinista. La donna diviene subito l’oggetto del desiderio del figlio del
capofamiglia Enrico (Pino Caruso), ormai stanco della bella moglie Elena (Paola Quattrini) e rifiutato dalla servetta ingenua Jana (Agostina Belli). La governante, che si allinea al rigore di Leopoldo, accusa di lesbismo la
povera Jana, riesce a farla cacciare e a sostituirla con una sua protetta con la quale intrattiene realmente un rapporto saffico. Scoperta da Leopoldo tenta il suicidio ma viene salvata da quest’ultimo (muore, invece, nel testo
teatrale). Il contesto narrativo è quello di Malizia: le tresche domestiche non si contano mentre la questione lesbica, centrale nel dramma di Brancati, passa in secondo piano. Purtroppo però Grimaldi non snellisce il
racconto e ci infligge, in questo contesto farsesco ed erotico, le lunghe discussioni prettamente teatrali del testo originario, facendo seguire ad una prima parte abbastanza snella e divertente una seconda logorroica e
pesante, del tutto anticinematografica. Il film appare pertanto eclettico e poco riuscito, anche se perfettamente recitato da tutti. E’ forse destino dei testi saffici quello di affondare in un mare di parole spesso
retoriche e sovrabbondanti. Anche il celebre film di Wyler, Quelle due (The Children’s Hour, 1961), il primo ad affrontare il tema ad Hollywood, dopo una prima parte incisiva, si trascinava in inutili pesantezze.
D’altronde anche questo lavoro derivava da un testo teatrale (La calunnia, 1934, di Lillian Hellman) La governante, tuttavia, nel solco di Malizia, ottiene un buon successo commerciale.
Circa un anno dopo Malizia si manifesta il caso Gloria Guida, una giovanissima che nel giro di due anni partecipa, spesso da protagonista assoluta, a ben otto pellicole. L’esordio avviene con
La ragazzina
(feb. 1975, 90 min.) con la regia di Mario Imperoli. La pellicola vive innanzitutto delle esibizioni erotiche della giovane attrice come pure dei suoi sguardi e della sua fresca, vitale presenza. La affianca l’altrettanto bella e affascinante Colette Descombes nel ruolo di fortunata rivale.
La pellicola, ambientata in una Lignano Sabbiadoro irriconoscibile, si limita a illustrare la lunga sequela di ammiratori e spasimanti che cercano di ottenere le grazie della illbata Monica (G. Guida). Vi riuscirà un
professore di storia dell’arte (il ricordo va ovviamente a La prima notte di quiete, Zurlini, 1972) che seduce l‘inesperta ragazzina per poi preferirgli la moglie (C. Descombes) del suo padrone di casa. Quest’ultimo
(Paolo Carlini) tenterà in ogni modo di possedere la protagonista, offrendogli anche cifre consistenti ma, come un gatto in calore, finirà sotto le ruote di un camion... Il film è mediocre, girato senza estro e popolato di
dialoghi spesso inascoltabili; vive solo delle grazie delle due citate protagoniste. Gli incassi furono modesti.
Altrettanto modesti furono gli incassi del successivo, mediocre Blue Jeans
(feb 1975; 90 min.), sempre di Imperoli, in cui assistiamo al medesimo girotondo maschile intorno al corpo di Gloria Guida. Questa volta la giovane dismette gli abiti della verginella ingenua e indossa quelli della
prostituta minorenne, amica di teppisti spregiudicati. La ragazza viene affidata al padre legale (ma non biologico; Paolo Carlini) il quale, separato dalla moglie da oltre vent’anni, non sapeva neppure della esistenza di questa
“figlia”. Ovviamente anche lui resterà incantato dalla fascinosa Gloria, fino al punto di rompere con la propria bella convivente (Annie Edel). Il finale si tinge inutilmente di giallo con sparatoria e morti.
Queste pellicole con la nuova sexy star anticipano lo schema dei pornomovie laddove appare evidente che la loro unica ragion d’essere consiste nella esibizione delle grazie e delle contorsioni erotiche delle due protagoniste; tutto ciò che circonda quelle sequenze è girato in maniera generica e svogliata e costituisce una noiosa attesa della successiva sequenza erotica. Il carattere sfocato di personaggi e situazioni rende impossibile anche un commento serio degli eventi narrati: la risposta alle esigenze del desiderio maschile - desiderio, come si è detto, sempre più criminalizzato da parte di un contesto sociale libertario e “femminista” - è l‘unica ragion d’essere di queste pellicole. In fondo l’intera galassia del softcore e poi hardcore va
inteso come un sostituto nazionale delle case chiuse (liquidate nel 1958), sostituto che ha il pregio di raggiungere ogni angolo sperduto della nazione, anche questi piccoli paesi in cui la prostituzione non è presente.
Qualche mese dopo Imperoli propone un terzo film erotico, Le dolci zie
(ott.1975; 90 min.) in cui torna entro gli schemi del cinema di Samperi, raccontando in maniera goffa e tediosa le disavventure di un giovane che ha a disposizioni tre zie (Marisa Merlini, Pascale Petit, Femi Benussi) e una fidanzata. (Orchidea De Santis). Come sfondo c’è una stanca replica delle baruffe di Don Camillo e Peppone e si parla addirittura di “compromesso storico”...
La pellicola risulta mediocre da tutti i punti di vista e non ottiene incassi significativi. Unico evento inatteso è lo spogliarello di Marisa Merlini.
Silvio Amadio riprende Gloria Guida subito dopo La ragazzina e gira La minorenne (set. 1974; 90 min.) ovvero un’altra pellicola finalizzata a mostrare la
giovane attrice (che tuttavia aveva 19 anni) amoreggiare un po’ con tutti (Corrado Pani, Giacomo Rossi Stuart...). C’è anche una bella Rosemary Dexter che cerca di non essere da meno. La pellicola goffa e noiosa, come quelle
di Imperoli, anticipa l’alternanza tra tempi morti e momenti erotici del cinema porno. Un anno dopo Amadio firma il suo secondo film con la Guida, Quella età maliziosa
(feb. 1975; 90 min.), pellicola altrettanto inconcludente. Questa volta però il partner maschile è praticamente uno solo ovvero il giardiniere Napoleone (Nino Castelnuovo), reclutato da Anita Sanders, madre della Guida,
come uomo tuttofare nella sua villa all’isola d’Elba. Nel disperato tentativo di animare una vicenda senza interesse, Amadio inserisce un tentativo di stupro subito dalla protagonista da parte di uno squilibrato che viene
ucciso dalla ragazza. La madre anziché chiamare la polizia spedisce il cadavere in fondo al mare e caccia di casa l’incolpevole giardiniere... Anche questa scombinata pellicola, audace e innovativa solo nelle poche scene
erotiche, anticipa lo schema del film pornografico ovvero totale disinteresse per personaggi, psicologie e trama, esistenti solo come componenti di un contenitore creato in maniera svogliata al fine di offrire al suo pubblico
(comunque alquanto limitato) le tanto attese sequenze ad alto contenuto sessuale. Gli incassi furono ancora modesti. D’altronde questo cinema interessa solo un parte del pubblico maschile ovvero quello disinibito e deciso a
stimolare/soddisfare il proprio desiderio erotico attraverso il cinema. Qualche mese dopo esce Peccati di gioventù
(ott.1975; 90 min.), terza collaborazione tra Amadio e la Guida che riconferma i pochi pregi e molti difetti delle pellicole recedenti. Questo lavoro mostra tuttavia una maggiore cura nella costruzione della trama anche se, di fatto, l’impostazione narrativa appare ripresa dal recente, pregevole film inglese X, Y &Zi (Hutton, 1972).
Angela (G. Guida) odia visceralmente la matrigna (Dagmar Lassander), impostale dal padre (Silvano Tranquilli); tenta pertanto di screditarla in ogni modo. Scoperte le sue inclinazioni giovanili di tipo saffico la provoca
fino ad avere con lei un rapporto sessuale che documenta fotograficamente al fine di ricattarla. La donna, sconvolta, si suicida. La pellicola, per quanto complessivamente mediocre, si avvale almeno di una trama strutturata
e tradizionale con cui tener desta l’attenzione del pubblico anche nelle sequenze non erotiche. Gli incassi rimasero modesti: il grande pubblico evita questo genere di spettacoli.
Massimo Dallamano si inserisce nel solco di Malizia con un’opera che è probabilmente il suo lavoro peggiore ovvero Innocenza e turbamento
(mar. 1974, 90 min.): lo schema narrativo copia l’opera di Samperi e somiglia molto anche al recente Virilità. Il giovane seminarista Mimì (Roberto Cenci) rientra nella sontuosa casa paterna dove trova il genitore
Vincenzo (Vittorio Caprioli) con la nuova moglie Carmela (Edvige Fenech) dalla quale resta immediatamente soggiogato. La donna, esuberante e vagamente ninfomane, dopo avere spremuto per bene il marito, volge le proprie
attenzioni verso il ragazzino il quale, nel frattempo, è stato aizzato a dovere dal nonno Salvatore (Lionel Stander), accanito anticlericale e sfrontato erotomane. Quest’ultimo si fa un vanto di istruire Mimì ai piaceri del
sesso, soprattutto presso la disponibile locandiera Lola (Anna Maria Pescatori) di forme spropositate. Il film termina con il tanto atteso amplesso tra Mimì e Carmela. L’opera si trascina stancamente, popolata da macchiette
senza vita e da situazioni grossolane, trattate senza alcuna eleganza. Così il film non risulta né realmente umoristico e neppure interessante sul versante erotico dove la Fenech, dai toni insolitamente imperiosi, appare poco
convinta e poco convincente. Caprioli e il giovane Cenci annoiano mentre Lionel Stander si limita a ricopiare, in maniera opaca, il notevole personaggio che aveva disegnato in Per grazia ricevuta (1971; vedi), sotto la direzione di Nino Manfredi. La sgradevole figura di Lola guarda ad Amarcord (film che, si è detto, è stato influenzato da Malizia) e riunisce in una persona le celebri figure della tabaccaia e di Volpina.
Dallamano, regista di film d’azione, poco esperto di sottigliezze erotiche, cerca come può
di soddisfare i fantasmi del desiderio maschile in questo universo rurale, sempre situato in Sicilia (questa volta vicino Palermo), senza riuscire a infondere nelle figure femminili una vera sensualità. Infatti da un lato la sgraziata Lola, dall’altro i tratti quasi da virago della Fenech, danno vita a figure le quali più che attrarre le smanie virili sembrano di fatto deluderle.
Gli incassi furono discreti.
Scadente è anche Cugini carnali
(mar. 1974, 90 min.) di Sergio Martino che recluta un cast privo di attrattive o poco valorizzato e lo cala in una Lecce quasi invisibile mentre abbondano inutili acrobazie stilistiche (una mdp. frenetica nei suoi movimenti) e un fastidioso eccesso di primi e primissimi piani.
La vicenda non riserva sorprese: la disinibita cugina (Susan Player) irrompe in un contesto meridionale moralistico ed ovviamente ipocrita in cui tutti predicano bene e razzolano male. Il cugino (Alfredo Pea) stravede per
lei ma, prima dell’immancabile accoppiamento finale, numerosi saranno i diversivi ed anche le avventure della protagonista con amici e parenti del protagonista. Il contesto familiare si completa con il padre bacchettone
Riccardo Cucciolla, il nonno anticlericale e anarcoide Hugh Griffith e la cameriera Rosalba Neri (poco sfruttata). I personaggi sono macchiette senza vita e, di conseguenza, il film scorre oltremodo noioso. Gli incassi
furono comunque discreti.
Alfredo Giannetti tenta di sfruttare il filone erotico-domestico con il pessimo Di mamma non ce n’è una sola
(mar. 1974; 90 min.), racconto teatrale quasi interamente racchiuso nel perimetro della villa con parco del protagonista. Marcello (Lino Capolicchio) è un giovane disadattato che ha occhi solo per la sua bella mamma, la
contessa Elisabetta (Senta Berger). La spia nuda, si inserisce, indesiderato, nel suo letto e soprattutto snobba le numerose fidanzate (Isabelle Marchall, Sonia Petrovna) che cercano invano di sedurlo, spesso vestendosi e
truccandosi come la contessa. Dopo la morte della madre qualcosa sembra sbloccarsi nel protagonista... Le ripetitive esibizioni puerili di Marcello, figura insopportabile, rendono presto il film stucchevole in quanto
animato da un umorismo mediocre e da un erotismo dozzinale. Assai poco possono fare Lionel Stander e Vittorio Caprioli in due ruoli anch’essi macchiettistici e insensati. Il filone Malizia mette in scena giovani e
giovanissimi animati da sane pulsioni erotiche nei confronti di donne trentenni o anche quarantenni, spesso presenti a vario titolo in ambito domestico. Il film di Giannetti invece parla di un giovane che possiede movenze
infantili, fissato con l’affetto materno di carattere affettivo-preerotico e incapace di sfruttare le tante bellezze disponibili che lo circondano. Le sue fantasie sono solo sue e degli ideatori della mediocre pellicola (il
tema dell’incesto esigeva toni ben differenti come dimostrano il precedente Soffio al cuore e il futuro La luna) e pertanto non stupisce che il film passi del tutto inosservato.
Franco Rossetti si inserisce nel filone samperiano con Nipoti miei diletti
(apr.1974; 95 min.), pellicola ambientata in Toscana durante i sei mesi della guerra d’Etiopia (autunno 1935 - primavera 1936), in cui l’ottica conservatrice del filone viene radicalmente rovesciata e lascia il posto ad una visione femminile del mondo, progressista e antifascista. La tradizione patriarcale, di cui il fascismo costituisce una sorta di esagerazione e quasi di caricatura, viene apertamente disprezzata e sostituita da un elogio del matriarcato.
La ricca e capricciosa zia Elisabetta (una bravissima Adriana Asti) ospita quotidianamente nella sua sontuosa villa i tre nipoti, tutti accesi fascisti come peraltro quasi tutte le figure maschili del racconto. La donna si
finge mussoliniana mentre, in realtà, odia il dittatore romagnolo e, quando scopre che i tre nipoti si sono arruolati volontari per andare in Etiopia, entra in azione. Dopo avere studiato le moine della Garbo seduttrice, le
pone in atto con i tre giovanotti i quali rimangono stupefatti dal nuovo atteggiamento della zia, fino a quel momento del tutto asessuata. La zia simula un desiderio sessuale che non ha (è addirittura vergine) e, tuttavia,
trascina i tre giovani in una relazione continuativa entusiasmante (soprattutto per loro) e li convince così a ritirare il loro arruolamento volontario. I tre giovani, ciascuno dei quali ignaro del fatto di condividere la zia
con i fratelli, si divertono per mesi e si credono anche innamorati; quando la guerra finisce zia Elisabetta, che sta semplicemente usando la propria sensualità per sottomettere i giovani alla propria volontà, decide di
interrompere le incestuose relazioni. Inizia però la guerra di Spagna e i tre giovani, di nuovo, si offrono volontari: la donna, a un passo dalla follia, cerca di trattenerli all’ultimo, denudandosi alla stazione, di fronte a
una folla sconcertata. Il film funziona nella prima parte: la trama è a suo modo scioccante e originale nel suo proporre la contrapposizione netta tra l’universo femminile domestico-erotico e quello maschile agonistico e
sanguinario. La zia, all’inizio, non è oggetto del desiderio maschile (come in tutte i film ispirati a Malizia); in seguito si finge oggetto disponibile e desideroso solo per intrappolare gli amati nipoti, salvandoli dai
loro ottusi istinti che avrebbero potuto portarli alla morte in una guerra priva di vera necessità. Il sotterfugio funziona perfettamente e, in qualche modo, trova perfino la moderata approvazione del simpatico parroco (un
impareggiabile Luciano Salce), parroco allineato al regime per necessità, ma anch’egli disgustato dai suoi eccessi, come pure quella del simpatico anarchico locale (Renzo Palmer). Il rovesciamento della Tradizione funziona in
questo caso soprattutto perché mette in campo una guerra come quella abissina, inutile e voluta dal duce solo per forgiare gli Italiani a un militarismo che non è mai stato nelle loro corde. Così la strenua difesa del concetto
di autoconservazione e la preferenza data all’universo erotico-domestico trova una qualche ragion d’essere. Il problema è che giunto a metà il racconto si arena e non trova di meglio, nella conclusione stiracchiata, che
inventarsi stravaganti sottotrame spionistiche confuse e inverosimili (la breve apparizione di Romolo Valli) mentre la progressiva follia di Elisabetta e il finale roboante alla stazione appaiono solo marchingegni artificiosi
di una regia senza idee precise. In ogni caso il film è complessivamente piacevole, grazie anche all’ottimo cast, e incuriosisce fino alla fine. In ogni caso il pubblico che, in genere, accorre numeroso per i film
samperiani, anche per quelli decisamente brutti, questa volta non abbocca: percepisce che non si sta dando voce al semplice desiderio maschile, che inoltre mancano figure femminili di netto richiamo (la graziosa Adriana Asti
non è certo considerata un sex symbol) e che l’operazione suona vagamente propagandistica, animata da un antifascismo stereotipato e da una visione supponente e vagamente dispregiativa della sessualità maschile.
Aldo Lado, autore di pregevoli thriller, si inserisce nel filone di Malizia senza mostrare un vero talento per l’erotismo domestico. Ispirandosi liberamente al romanzo omonimo (1965) di Ercole Patti gira
La cugina (lug. 1974; 95 min.), in cui assistiamo alla lunga tiritera di amore e odio tra due cugini. Fin da giovanissimi Enzo (un efficace Massimo Ranieri) e Agata (Dayle Haddon) mostrano una sintonia particolare;
fanno piccoli esperimenti sessuali da ragazzini e li continuano da ventenni senza però andare mai fino in fondo. In mezzo a loro (già da quando erano bambini) c’è il ricco e blasonato Ninì (Christian De Sica) che finirà con lo
sposare la bella Agata mentre Enzo si consola con la disponibile sorella del barone ovvero Lisa (Stefania Casini). Alla fine tuttavia, dopo che Agata si è presentata vergine alle nozze (siamo nella Palermo degli anni
cinquanta), Enzo e Agata consumano il loro primo (probabilmente di una lunga serie) rapporto sessuale quasi sotto gli occhi dell’ingenuo Ninì. La pellicola si snoda piacevole e inconcludente soprattutto grazie ad interpreti
tutti di buona qualità (ci sono anche Laura Betti e Francesca Romana Coluzzi, nel debole ruolo di una moglie ninfomane): l’argomento sono sempre e solo le schermaglie erotiche (tutte risolte in maniera piuttosto convenzionale)
dei due protagonisti, di volta in volta disturbate da questo o quell’altro pretendente. Il punto di vista rimane quello rigidamente maschile, con le figure femminili largamente piegate a compiacere i protagonisti in tutte le
loro velleità: punto culminante in tal senso rimane quello dell’orgetta della Coluzzi, episodio del tutto inverosimile che conferma il carattere sostanzialmente fantastico di questo come degli altri film del filone Malizia.
Le musiche di Morricone aggiungono poco mentre gli scenari palermitani sono ridotti a poche sequenze. Un film, insomma, lontano dai modelli di Samperi e che non lascia segni nella memoria per quanto girato con mano sicura da
Lado. Gli incassi furono buoni come quasi tutti quelli relativi alle prime imitazione di Malizia.
Roberto Montero offre una versione pauperistica di Malizia con La cameriera
(ott.1974, 85 min.). La pellicola, girata in Puglia (di cui si vede pochissimo, prevalendo interni del tutto anonimi), mette in scena la simpatica Daniela Giordano nel ruolo di una disinibita e poco vestita cameriera che fronteggia in modo brillante la coppia padronale, padre (Mario Colli) e figlio (Enzo Monteduro). Per animare il quadro, assai statico e noioso, viene inserita una coppia americana, madre (Carla Calò) e figlia (Anna Meida), venuta a controllare il lavoro di amministratore del capofamiglia. La trama è inesistente e si limita a mettere in scena una lunga sequela di accoppiamenti in cui le figure femminili sono, di fatto, le consuete, artificiose proiezioni del desiderio maschile. La ripetitività delle situazioni è solo parzialmente corretta da qualche battuta indovinata.
Il mediocre filmetto passò inosservato. Anche peggiore risulta Calore in provincia
(ago. 1975; 90 min.), sempre di Montero, in cui Ezio Monteduro, uomo senza qualità e aspirante mafioso, è conteso da tutte le donne (Valeria Fabrizi, Patrizia Gori, Rosemarie Lindt) del paese. La trama, relativa a un
terreno che un boss mafioso vuole strappare a un proprietario recalcitrante, è pretestuosa e scombinata e garantisce solo una cornice alle sequenze erotiche, anch’esse dozzinali.
La noia regna sovrana e, questa volta, non viene alleviata dalla simpatia di qualche interprete. Gli incassi furono molto modesti.
Nello Rossati interviene nel genere erotico con il modesto La nipote (nov. 1974; 90 min.), pellicola che ripercorre per l’ennesima volta alcune situazioni di Malizia.
Alla fine degli anni cinquanta, in una villa veneta isolata dal mondo, si consumano molteplici rapporti sessuali, quasi tutti di natura extraconiugale. Così Luigi (Daniele Vargas), il padrone di casa, amoreggia con la
bella cameriera (Orchidea De Santis) e con la nipote (Francesca Muzio). Sua moglie (Annie Edel) si intrattiene con un amico di famiglia e così via. La trama è inesistente e serve solo a motivare le sequenze erotiche, alcune
delle quali decisamente efficaci (sopratutto quelle che coinvolgono la bella Orchidea De Santis). Per il resto la pellicola affonda nella ripetitività ed anche l’espediente conclusivo con cui la nipote causa l’infarto del
padrone per prendere possesso dei suoi beni, è scontata e ridotta a poca cosa. Gli incassi furono comunque buoni poiché gli italiani gradivano questo filone che, con evidente sfrontatezza, metteva in scena i loro desideri
sessuali, accolti e interpretati da fanciulle belle e disponibili. Una volta usciti dalla rassicurante tranquillità delle sale li aspettava un universo assai differente, animato da un femminismo intransigente e deciso a
demolire quegli stereotipi. Va anche detto che questi modelli femminili assai accomodanti, che popolavano tutto il fiorente filone domestico-erotico degli anni settanta, trasmigheranno, senza troppe scosse, nelle trasmissioni
di intrattenimento delle televisioni private (sia in quelle berlusconiane, sia in altre minori, queste ultime decise a cavalcare la carta dell’erotismo domestico con ancora più decisione) degli anni ottanta, sancendo una
vittoria delle esigenze maschili che si protrarrà nei decenni seguenti. Il successivo L’infermiera (dic.1975, 90 min.) di Rossati è di nuovo un prodotto scadente cui arride un notevole successo commerciale. Le
componenti dell’intruglio sono le solite: una famiglia estesa e ossessionata da pratiche sessuali di vario genere, un capofamiglia (Mario Pisu) ricco e in fin di vita a causa di un infarto causato da eccessi sessuali,
un’infermiera spregiudicata (Ursula Andress), arruolata dai familiari rapaci che attendono con ansia la morte del congiunto, infermiera il cui compito è dare all’anziano il colpo disgrazia. Tutto intorno ci sono simpatici
ubriaconi (Lino Toffolo), cameriere sempre disponibili (Carla Romanelli), mogli frustrate (Luciana Paluzzi) e affaristi americani (Jack Palance). L’infermiera si comporta ispirandosi a Gianni Schicchi (Puccini, 1918): anziché
uccidere il capofamiglia lo guarisce e lo sposa, riuscendo a cacciare tutti i parenti serpenti. Alla fine erediterà tutto lei... Tutto è noiosamente prevedibile nel racconto che salta da una macchietta all’altra senza
riuscire a dare la minima consistenza a nessuno dei personaggi, soprattutto a quelli maschili. Unico motivo della visione sono le abbondanti nudità giocate da Rossati con buona sensibilità erotica, anche grazie ad un ottimo e
compiacente cast femminile. Sempre più questo cinema softcore si limita ad accontentare il desiderio maschile e a fare da apripista all’ondata hardcore che è ormai alle porte.
Bergonzelli firma il pessimo La cognatina
(gen 1975, 90 min), erotico di ambientazione agreste dove il nulla assoluto, relativo a trama e psicologie, si estende addirittura al reparto femminile: perfino le attrici (le sconosciute Karin Weill e Greta Vayan) appaiono scialbe e poco “interessanti”.
Giudizio simile vale per L’amica di mia madre
(feb.1975; 90 min.) di Mauro Ivaldi, in cui il diciassettenne Roberto Cenci cerca di ottenere i favori sessuali di Barbara Bouchet e Carmen Villani. Lo schema di Malizia viene ripetuto ossessivamente in contesti
privi di qualunque interesse; anche le poche sequenze erotiche sono scialbe.
Bruno Gaburro si inserisce nel filone con Peccati in famiglia
(mar. 1975; 90 min), racconto domestico situato nel piacentino (tra Rivergaro e Piacenza) in cui coniuga, in maniera spavalda, lo schema di Malizia con quello di Teorema (Pasolini, 1968). Il visitatore Milo
(un Michele Placido poco convinto) va a vivere nella sontuosa residenza dello zio, l’industriale Carlo (un ottimo Renzo Montagnani, vero asse portante di un racconto altrimenti ripetitivo), dotato di bella e trascurata moglie
(Juliette Meyniel), affascinante figlia (Jenny Tamburi) e piacevole servetta (Simonetta Stefanelli). In breve tempo il giovane intruso, con la sua aria da finto ingenuo, riesce a entrare nel letto delle tre donne e a creare una
situazione di competizione sessuale con lo zio che porterà quest’ultimo (sofferente di cuore) alla tomba. Nel finale il protagonista è divenuto padrone assoluto del campo: le tre donne ora lo vedono come il nuovo capofamiglia...
Gaburro riprende la sottile unione di ambizioni erotiche ed economiche di Malizia (la furba domestica che accontenta tutti per divenire la nuova padrona) e le trasforma in un vero e proprio disegno semicriminale in cui il visitatore misterioso di Pasolini, che tutti affascina, si trasforma in un bieco arrivista che sfrutta il proprio carisma per questioni puramente materialiste.
Il film avrebbe potuto essere un ottimo prodotto; invece i dialoghi e le situazioni sono ripetitive e banali e gli attori tutti (tranne Montagnani) appaiono incapaci di disegnare figure originali e credibili; gli squarci
urbani sono pochi e privi di interesse mentre anche le fantasie erotiche, per quanto in perfetta aderenza con il desiderio maschile, vengono realizzate senza fantasia e vera partecipazione, con immagini a tratti perfino goffe.
Il film riscosse comunque un discreto successo commerciale.
Un disastroso clone di Malizia è Grazie... nonna
(mar. 1975; 90 min.) il cui regista, il veterano Marino Girolami, ha preferito firmarsi con uno pseudonimo (Franco Martinelli). Al posto della Antonelli c’è un’altezzosa Fenech nel ruolo di una venezuelana vedova di un
italiano almeno settantenne la quale arriva a Pisa per conoscere la sua famiglia che, guarda caso, è composta, come quella del film di Samperi, ovvero padre (Enrico Simonetti), due figli (Giusva Fioravanti e Fabrizio Cardinali)
e una domestica (Valeria Fabrizi); c’è perfino l’amichetto coi capelli rossi (come in Malizia) del protagonista (Fioravanti), trasformato in amichetta. Tutti rimangono sedotti dalla nuova arrivata, la portano a cena e a
ballare, la esibiscono in tutte le salse e cercano invano di ottenere i suoi favori. Solo Fioravanti riuscirà a ottenere la sua disponibilità in quanto (come in Malizia) spaventata da un terribile temporale... La noia
regna sovrana, gli attori sono tutti opachi e poco convinti con l’eccezione della brava Valeria Fabrizi mentre alla Fenech poco si addice il ruolo della gran dama. L’umorismo non esiste, i dialoghi sono insulsi mentre
l’erotismo è quasi inesistente, ridotto alle immancabili nudità in vasca da bagno. L’unico elemento di interesse del film rimangono le riprese della piazza dei Miracoli e dei protagonisti sulla torre pendente.
Gli incassi furono scarsi. Altrettanto brutto è La moglie vergine (dic. 1975; 90 mi.) sempre di Girolami/Martinelli girato a Iseo sebbene i protagonisti si professino con orgoglio gente della Brianza... Tutto gira
intorno alle nozze andate in bianco di Ray Lovelack e Edvige Fenech. Presto tutto il paese viene a sapere delle difficoltà incontrate dal giovane. Lo zio, Renzo Montagnani, il cui principale hobby è amoreggiare con casalinghe
(Gabriella Giorgelli) e disponibili servette, è sconcertato mentre la suocera Carroll Baker strepita affinché il matrimonio venga annullato. Sarà proprio lei a sbloccare il baldo giovane dopo una nottata in un casino di
fortuna, durante l’immancabile tempesta (il modello Malizia rimane sempre sullo sfondo). Lo schema rimane quello domestico-erotico, ma ormai il genere sta prendendo il largo, abbandona il consueto schema morbosetto
che accostava adolescente e trentenne per situazioni più tradizionalmente erotiche quali le tresche familiari con cameriere e impiegate disponibili (sebbene sempre con un occhio attento alle numerose tipologie di ricompense)
secondo una logica tutta maschile. Il problema di questo film di Girolami è l’essersi incatenato a una situazione che si ripete identica più e più volte, al fine di giungere ai fatidici 90 minuti. Montagnani ripete la sua
consueta macchietta di perenne allupato mentre le occasioni per mostrare accoppiamenti si ripetono all’infinito in maniera però meccanica e finiscono per annoiare, nonostante la bellezza delle attrici. Va detto che alla scarsa
attitudine di Girolami per questo tipo di film si aggiungono i limiti censori e la paura dei sequestri giudiziari i quali non permettono alla regia di sbizzarrirsi troppo e di inoltrarsi in percorsi più esplicitamente erotici.
La “rivoluzione pornografica” arriverà solo alla fine del decennio, al culmine degli anni di piombo, come uno degli strumenti atti a deviare le energie giovanili dalla dimensione pubblica a quella del privato.
Il film ottenne incassi discreti.
Lo scombinato Attenti! Arrivano le collegiali (apr. 1975; 85 min.) di Giorgio Mille costituisce il punto di tangenza più accentuato tra softcore e futuro hardcore.
Un gruppo di ragazze disposte a tutte passa una breve vacanza in un albergo di Torvaianica riuscendo ad accoppiarsi con numerosi corteggiatori. Non manca qualche incontro lesbico. Il cast è costituito da attrici
sconosciute, con l’eccezione di Toni Ucci e Orchidea De Santis. A collegare le scialbe sequenze erotiche ci sono insensate sequenze di contorno. Come nei futuri film pornografici il desiderio sessuale tiene banco anche in
quanto unico argomento di conversazione. Questo cinema, anziché riscrivere la realtà seppure da uno specifico punto di vista (quello mutevole dell’autore), crea un universo fittizio in cui l’ossessione sessuale plasma ogni
evento al fine di creare un prodotto utile a soddisfare il desiderio del pubblico maschile. Nasce in questo modo una differente tipologia di filmati, nella loro essenza totalmente nuovi e privi di relazione con la storia del
cinema poiché in essi l’impalcatura generale non è costituita da un racconto differenziato di eventi più o meno realistico della durata non inferiore agli 80 minuti; al contrario l’unità tematica di questo nuovo genere si
organizza intorno alla scenetta sessuale (durata media intorno ai 10/15 min) dotata di una totale autonomia. Il prodotto complessivo riprende lo schema dell’ancora coevo (ma ormai al crepuscolo) avanspettacolo, allineando
un numero adeguato di questi siparietti indipendenti (sei o sette per film). Gli incassi furono scarsi.
Nando Cicero inventa il fortunato filone dell’erotismo scolastico con L’insegnante
(giu 1975; 95 min.), pellicola in realtà assolutamente mediocre in cui rifulge solitaria la bellezza di Edvige Fenech. Il regista si limita a ripetere lo schema narrativo di Malizia, sostituendo una professoressa
privata a una cameriera: in entrambi i casi si tratta di fanciulle ingenue e tranquille che vengono progressivamente trascinate nel perimetro del desiderio maschile al quale, in definitiva, si sottomettono, senza dimenticare
del tutto il loro iniziale candore. In questo lento scivolamento da donne riservate e apparentemente asessuate a protagoniste dapprima riluttanti e poi compiacenti, si trova l’essenza stessa di questo nuovo genere di erotismo
all’italiana, In Sicilia, da qualche parte tra Palermo e Cefalù, una famiglia altoborghese (Vittorio Caprioli e Francesca Romana Coluzzi) assume un’insegnante privata (E. Fenech) per il loro svogliato figliolo (Alfredo Pea)
il quale riuscirà, fingendosi omosessuale, ad ingraziarsi l’ingenua docente: gradualmente, pur con qualche titubanza, la donna cederà. Se questa parte della narrazione possiede un minimo di interesse, tutta l’ampia cornice
scolastica è spenta e popolata di gag di bassissimo livello, volgari e per nulla divertente. In essa Cicero spreca un cast notevole (Carlo Delle Piane, Mario Carotenuto, Gianfranco d’Angelo... ).
Il film ottenne un notevolissimo successo commerciale.
Alla sua seconda regia Michele Tarantini gira La liceale (ott. 1975; 95 min.) pellicola che, sviluppando le premesse de L’insegnante (di cui riprende gran parte del cast), consolida l’esistenza di un filone erotico-scolastico, del quale diverrà uno dei principali autori.
Dopo due anni di intrighi amorosi situati tra le mura domestiche, spesso tra parenti più o meno lontani e consanguinei, il discorso si estende all’ambito che è più prossimo a quello familiare coinvolgendo alunni, genitori e
professori in girotondi spesso abbastanza umoristici. Il film in questione lancia Gloria Guida (nel ruolo chiave) come nuova star del filone: la sua aria ingenua e fresca è il fattore vincente della sua interpretazione, fattore
che rende affascinanti anche le sue generose esibizioni erotiche. La liceale è l’oggetto del desiderio di coetanei più o meno aitanti (c’è anche Alvaro Vitali) come pure di trentenni spregiudicati (Giuseppe Pambieri). I
suoi genitori (gli ottimi Mario Carotenuto e Gisella Sofio) sono separati e ciascuno dei due sembra vivere solo in funzione di nuove avventure erotiche. Soprattutto la madre è perennemente alle prese con il suo spasimante (Enzo
Cannavale) di cui cerca invano di nascondere la presenza alla figlia. La pellicola, commentata da un’ariosa e piacevole colonna sonora di Vittorio Pezzolla (molto vicina a quella di Ortolani per Malizia), allinea
tutte le possibili tipologie di rapporto sessuale (ci sono anche quelli saffici a cura di una giovanissima Ilona Staller) in modo da accontentare il pubblico maschile dell’epoca: tutte le figure femminili, belle e meno belle,
giovani o avanti con gli anni, appaiono alla perenne ricerca di un soddisfacimento sessuale che è sempre a portata di mano. Tarantini aggiunge tocchi umoristici (non sempre efficaci) o addirittura farseschi in modo da rendere
più “innocenti” (soprattutto per la censura) i numerosi nudi integrali che il film esibisce. Nell’ultima parte il racconto assume toni più seriosi (la liceale, innamorata del trentenne a cui ha donato la sua verginità, si
ritrova scaricata senza troppe spiegazioni) che appaiono fuori posto e vengono poi rapidamente corretti nel finale lieto. Gli incassi furono buoni.
Riprendendo lo schema narrativo delle “infermiere”, Biagetti (con lo pseudonimo Ferretti) firma il mediocre La novizia (ago 1975; 85 min) in cui il solito
Lionel Stander, malato ma ancora in grado di apprezzare le forme femminili, si fa curare dalla novizia Gloria Guida. Il nipote Gin Milli se la spassa prima con la moglie fedifraga Femi Benussi, poi convince la novizia a
cedergli. La pellicola allinea decine di sequenze tediose che fanno da cornice alle poche sequenze erotiche. Questo genere di pellicole mostra che è ormai giunto il tempo della pornografia che, nella sua semplicità un po’
rozza, renderà superflui tanti dozzinali siparietti, offrendo in definitiva un prodotto più incisivo per le esigenze del pubblico maschile. Gli incassi furono scarsi.
Sergio Pastore firma Occhio alla vedova
(ago 1975; 90 min.) pellicola ibrida che si inserisce solo superficialmente nel filone erotico-familiare poiché la trama, abbastanza solida, appare invece una parodia del cinema di mafia (può ricordare, a tratti, Il giorno della civetta).
La prova definitiva che non si tratta realmente di un film erotico si trova nel fatto che il film di Pastore non aveva subito nessuno dei classici divieti ai minori. Nei dintorni di Catania Oreste Li Causi (Enzo Cerusico)
viene ucciso o così sembra. La moglie Concetta (Giovanna Lenzi) si dispera mentre la mafia la controlla, non credendo alla morte di Oreste. Intanto intorno alla bella vedova si scatena un girotondo di spasimanti che non
approda, però, a sequenze realmente erotiche. Poi la donna, spostatasi a Marsiglia, scopre che suo marito sta benissimo; nel frattempo però giungono in Francia anche due ridicoli sicari inviati dalla Sicilia... La pellicola
appare mediocre da tutti i punti di vista: non accontenta il pubblico del softcore mentre annoia la platea normale con una parodia prigioniera di tutti gli stereotipi del film mafioso. Inoltre spreca un cast notevole che conta
anche Saro Urzì, Francesca Romana Coluzzi e Alberto Sorrentino. Gli incassi furono molto modesti.
Gianfranco Baldanello si inserisce nel filone erotico con il pessimo L’ingenua
(ago 1975; 90 min.) in cui narra i vagabondaggio, nei dintorni di Padova, di un quartetto di personaggi insulsi ovvero un faccendiere (Daniele Vargas), il suo tirapiedi (Giorgio Ardisson) e due accompagnatrici (Ilona Staller e Orchidea De Santis). Le sequenze erotiche sono l’unica ragion d’essere del terribile lungometraggio che, per il resto, si perde in goffaggini e freddure.
Gli incassi furono scarsi. Di poco migliore il successivo Quella provincia maliziosa
(ott. 1975; 90 min.) in cui Baldanello prova a mettere a fuoco il conflitto generazionale tra giovani libertari e cinquantenni tradizionali. Andrea Nova si porta a casa la fidanzata Karin Weill e con lei si installa nella
camera matrimoniale, con grande scandalo dei genitori Daniele Vargas e Lidia Costanzo; quest’ultima anzi taglia la corda e abbandona il marito troppo antiquato. La coppia amoreggia da sola e in gruppo fino a quando Karin, di
colpo, preferisce Gianluigi Chirizzi, il fratello si Andrea e, addirittura, se lo sposa pur rimanendo disponibile ad incontri occasionali con il primo amore... Insomma un pasticcio insensato e inverosimile che, almeno,
trascina in campo il dibattito ideologico di quegli anni tra femminismo sguaiato e nostalgie tradizionali.
Mario Bianchi anticipa L’infermiera (Rossati) ne L’infermiera di mio padre
(set. 1975; 90 min.): al posto di Pisu e della Andress ci sono Francesco Mulé e Daniela Giordano. Intorno a loro, a S. Maria di Leuca, si aggirano mogli, figli e nuore la cui unica attività è quella di accoppiarsi con partner clandestini. Mulé, che si finge malato e paralitico, si gode l’infermiera e scopre i segreti degli altri...
La scadente pellicola si rianima solo nelle poche sequenze erotiche, soprattutto grazie alla presenza della Giordano. Gli incassi furono scarsi.
L’esperto Mariano Laurenti gira Il vizio di famiglia (ott. 1975, 90 min.) uno dei migliori erotici nati nel solco di Malizia. In una elegante e
isolata villa una variegata compagine di donne trama per appropriarsi dell’eredità del padrone di casa, un bravissimo Gigi Ballista, bloccato su una sedia a rotelle ma pur sempre interessato alla bella moglie Nieves
Navarro, una ex prostituta che lo tradisce col giovanissimo Roberto Cenci. La sorella del capofamiglia, Juliette Mayniel, assume come maggiordomo l’ex amante della Navarro ovvero un superbo Renzo Montagnani che, tra l’altro, si
finge gay. Suo compito è sedurre nuovamente la Navarro e documentare l’adulterio così da farla cacciare di casa. Si intromettono però anche Edvige Fenech, figlia illegittima di Ballista e Orchidea De Santis, moglie (ma anche
prostituta) di Montagnani. La girandola di intrighi e ricatti corre a gran velocità in una commedia che, finalmente, possiede anche una sceneggiatura per quanto a tratti scontata. Ballista morirà e la soluzione dettata dal
testamento, sarà sorprendente... Il film coniuga erotismo e cupidigia con grande incisività. Le numerose donne utilizzano le proprie grazie non per banali innamoramenti ma sempre per ottenere vantaggi economici in una lotta
di tutti contro tutti. D’altronde il movente economico era ben evidente fin dal primo film della serie ovvero Malizia dove, in fondo, la Antonelli cedeva al futuro figliastro proprio per non perdere la propria posizione di serva che stava trasformandosi in padrona. Lo stesso, in fondo, avviene in questa pellicola di Laurenti, seppure dopo un intreccio più complicato che chiama in causa tutti i personaggi del racconto. La donna di questo cinema conosce bene le proprie uniche armi (nessuna di loro si sogna di farsi valere da un punto di vista semplicemente “umano” o “culturale” o altro) e le usa sapientemente per ottenere il massimo dalla controparte.
Bandita ogni inutile smanceria, uomini e donne si cercano sempre e solo per soddisfare i propri istinti, in un film capace (a differenza di numerosi altri del medesimo genere) di valorizzare le numerose attrici, tutte molto
disponibili a spogliarsi e a divenire esplicitamente oggetti del desiderio maschile, nel racconto e sullo schermo per le vaste platee che infatti garantiranno un incasso consistente al film. La pellicola tocca anche i nervi
scoperti di quella parte di popolazione italiana che comincia a essere disturbata da queste pellicole troppo spinte e troppo esplicitamente rivolte al solo pubblico maschile. Il vizio di famiglia, dopo avere subito già in sede di censura preventiva alcuni tagli di alleggerimento, verrà denunciato e sequestrato due volte in alcune città italiane, sequestri che si risolveranno però rapidamente e senza altre conseguenze per la pellicola.
Divertenti, infine, i numerosi riferimenti alla realtà politica del momento seppur vista da una sorta di canocchiale rovesciato come qualcosa di lontano, di vago e di inutile in quanto appare evidente in questo racconto che
la felicità non si raggiunge con la lotta di classe e la rivoluzione marxista bensì con la ricerca di un arricchimento individuale che passa attraverso l’uso strumentale della sessualità. Non a caso il simpatico Montagnani,
vero trionfatore del film, si definisce un seguace di “Botta continua”.
Guido Leoni aderisce al filone “scolastico” con il mediocre La supplente
(ott 1975; 90 min.), basato sulla presenza della cantante Camen Villani. Lo schema è sempre il solito: l’allievo Eligio Zamara si invaghisce della Villani che però gli preferisce il collega di ginnastica Carlo Giuffré. Il ragazzo si consola con alcune coetanee (tra cui Ilona Staller) e soprattutto con Dayle Haddon, sorella della supplente. Nel finale anche la Villani cede alle insistenze del protagonista.
Leoni cerca di vivacizzare la narrazione inconsistente con sequenze oniriche di nessun interesse, una in particolare copiata dalla celebre sequenza erotica accelerata presente in Arancia meccanica (Kubrick 1971). Le poche sequenze di argomento sessuale sono incisive e ardite per l’epoca, tanto che anche questa pellicola venne denunciata e sequestrata per un breve periodo.
Leoni dà piena voce agli anni settanta e declina il sesso come un diversivo libertario divertente e disimpegnato, il che facilita l’accumularsi di sequenze puramente erotiche, finalizzate ad assecondare il desiderio del
pubblico dell’epoca. Il protagonista è il solo a tormentarsi per la bella supplente e viene infatti compatito da tutti; intorno a lui uomini e donne praticano il sesso come un semplice piacevole passatempo, privo di
implicazioni emotive. Il mondo femminile post ’68 si è allineato a quello maschile e non pretende più legami di fedeltà e promesse coniugali in cambio del soddisfacimento sessuale. Il successo commerciale, quasi certamente
determinato dalla curiosità di vedere la Villani in un ruolo inedito, fu notevole.
Luigi Russo offre un mediocre contributo al filone con La nuora giovane
(ott.1975; 100 min.), pellicola ambientata interamente in una elegante villa con parco in cui ogni personaggio amoreggia con la persona “sbagliata”. Così il capofamiglia (Philippe Leroy) amoreggia con la nuora (Simonetta
Stefanelli), il marito (Maurizio Bonuglia) di quest’ultima con la provocante cognata (Florence Barnes) mentre la moglie (Didi Perego) di Leroy corteggia il ragioniere (Renzo Montagnani) del marito. La trama è inesistente:
argomenti senza importanza cercano come possono di collegare le sequenze erotiche, anch’esse assai modeste (con l’eccezione di quelle dominate dalla terribile cognata). Le figure femminili sono tutte funzionali
all’immaginario maschile: entrano ed escono dalla scena ossessionate dal solo pensiero del proprio soddisfacimento sessuale. Gli incassi furono modesti.
Riccardo Garrone, eccellente attore, gira l’insignificante La commessa
(ott. 1975; 85 min.), suo secondo ed ultimo lungometraggio. La pellicola, incentrata sulle performance del massaggiatore Renato Cecilia (di commesse non ce ne sono...), allinea una serie di siparietti autonomi e iperipetitivi, finalizzati a mostrare le grazie di tante belle signore (tra cui Femi Benussi). Il lavoro si fa notare solo perché rappresenta uno dei più netti punti di tangenza tra erotico italiano e film pornografico: trama inesistente e prestazioni erotiche gratuite, prive di credibili motivazioni psicologiche.
Lo stesso vale per Una vergine in famiglia
(ott.1975; 90 min.) di Mario Siciliano, film incentrato sulla giovinetta Franca Gonella che, scoperto che tutti i familiari hanno comportamenti sessuali trasgressivi e anomali, decide di imitarli, tralasciando il proprio candore verginale. Psicologie e situazioni sono pretestuose come in tutto il futuro cinema hardcore.
Le sequenze erotiche costituiscono l’unica ragion d’essere del film.
Analogo ragionamento vale per La collegiale
(nov.1975, 90 min.) di Gianni Martucci in cui si mostrano le disavventure sessuali di Sofia Dionisio (sorella di Silvia) ingenua ex collegiale, Martha Kathrin matrigna fedifraga e ricattata da un perverso giovinastro e di Femi Benussi zia ninfomane. La trama è inconsistente ma i siparietti erotici, presi in autonomia, sono di buon valore. Il cinema pornografico è ormai alle porte.
Un’altra collegiale in libera uscita è Franca Gonella ne La bolognese
(nov. 1975; 85 min.) di Alfredo Rizzo. Tutt’altro che ingenua, avida lettrice di fotoromanzi, la protagonista si rivela subito una ninfomane in cerca di avventure. Nella sua casa di campagna tutti si dedicano ostinatamente al sesso e la nostra Gonella diviene una sorta di Alice nel paese delle pornomeraviglie. Accanto a lei si nota la serva ultradisponibile Rio De Simone. Le psicologie sono inesistenti e, anche qui, siamo a un passo dall’hardcore.
Altrettanto scadente è Amore mio spogliati che poi ti spiego
(nov. 1975; 90 min.), unica regia di Fabio Pittorru. Il film non riprende gli schemi familiari o scolastici prevalenti dopo Malizia, bensì propone una commedia erotica convenzionale, basata sulla girandola di belle
donne (alcune sposate, altre fidanzate, altre in cerca di un partner) ovvero Sofia Dionisio, Valeria Fabrizi, Ilona Staller, Lia Tanzi... che amoreggiano con il playboy Nino Castelnuovo. L’impiegato Enzo Cerusico (che copia lo
stile attoriale controllato di Nino Manfredi) scopre che la fidanzata Sofia Dionisio è tra le assidue frequentatrici del suo rivale e, pertanto, instaura un lungo, tedioso duello con l’antagonista. Ripetitivo e sorretto da
un umorismo gracile il film annoia senza risultare riuscito neppure nelle sequenze erotiche. Per quanto differente dai softcore domestici del periodo, la descrizione dell’universo femminile rimane quella attesa dal pubblico
maschile ovvero una compagine di mezze ninfomani alla perenne ricerca di rapporti sessuali gratificanti e clandestini. Gli incassi furono modesti.
Anche La verginella
(nov. 1975; 90 min.), dodicesima nonché ultima fatica dell’esperto Mario Sequi non si inserisce nel solco erotico-scolastico o familiare e racconta invece le disavventure di due liceali (Sofia Jeannine e Bianca Toso) che, trascurate dalla famiglia, finiscono, per amore, in un giro di prostituzione giovanile. Il loro docente (José Quaglio) le vendicherà, ammazzando il fotoreporter (Sergio Sinceri) che le aveva soggiogate.
Girato in maniera professionale e pertanto superiore alla media delle altre imitazioni di Malizia, (in genere, come si è visto, povere nelle idee e nei mezzi fino a rasentare il film amatoriale), la pellicola di
Sequi si lascia seguire solo per il cast notevole (Franco Fabrizi, Alessandro Haber, Anita Strindberg...), gli esterni efficaci (all’Eur) e il buon ritmo narrativo. Per il resto il film è solo un pretesto per mostrare le grazie
delle numerose, belle attrici e attricette. La pellicola fu un mezzo fiasco.
Anche Vittorio De Sisti, regista di buone qualità, si inserisce nel filone Malizia con il mediocre Lezioni private
(nov. 1975; 90 min.), pellicola che basa tutta la sua attrattiva sulla presenza della diva americana Carroll Baker, peraltro alquanto spaesata. A Orvieto in un immaginario conservatorio vescovile (tipologia scolastica
inesistente) giunge la nuova docente Laura (Carroll Baker) che diviene presto il bersaglio preferito dei giovani della sua classe: uno (Emilio Locurcio) la ricatta (dopo averla fotografata nuda), un altro Alessandro (Ron) se ne
innamora. La protagonista viene pertanto costretta ad azioni compromettenti e stravaganti sotto gli occhi perplessi e sorpresi di Alessandro e dei suoi compagni di classe. Alla fine il gioco viene scoperto, Alessandro
finalmente riesce a far l’amore con la docente per poi ritrovare anche una perfetta intesa con la sua giovane e incantevole fidanzata (Leonora Fani). La vicenda poteva anche avere approdare a un film interessante e realmente
scabroso se avesse avuto attori adeguati, dialoghi e situazioni diversamente modulate. Invece tutto si snoda come tra sonnambuli, con gesti e reazioni (soprattutto quelli della protagonista) goffe e inverosimili. La Baker
appare molto distante dal fascino della Antonelli e la sua sensualità risulta generica e fredda. Anche gli attori di contorno - Carlo Giuffré, Leopoldo Trieste, Renzo Montagnani e Femi Benussi - appaiono noiosi e ridondanti, in
quanto prigionieri dei loro stereotipi all’interno di una sceneggiatura senza valore. L’unico ricordo piacevole riguarda la fresca prestazione di Leonora Fani, perfetta nel suo ruolo di fidanzatina dapprima gelosa e delusa
dalle indecisioni di Alessandro, poi invece soddisfatta e felice al fianco di un partner ormai esperto. Il film,pur illustrando, come gli altri, le modalità del desiderio maschile, soprattutto nel gioco dei ricatti che
riducono la controparte ad un mero oggetto sessuale privo di volontà propria, naufraga a causa della scarsa convinzione dell’intera messa in scena. Gli incassi furono modesti.
Nel suo unico film Lezioni di violoncello con toccata e fuga
(dic. 1975; 90 min.) Davide Montemurri coniuga la commedia erotico-scolastica con l’apologo politico influenzato addirittura dal cinema surrealista di Bunuel. L’indigesto risultato obbliga il povero pubblico (maschile) che si accontenterebbe di vedere le grazie della brava Marina Malfatti, a sorbirsi un greve sermone sull’alleanza tra capitalismo impersonato dalla padrona di casa e fascismo rappresentato dal capofamiglia Carlo Giuffré; ovviamente il loro figliolo Christian Borromeo è un degenerato che utilizza la professoressa di violoncello per giochetti sadomasochistici...
Nel pastrocchio vengono coinvolti anche Gabriele Ferzetti e Leopoldo Trieste. L’insuccesso commerciale era prevedibile.
testo scritto nel set. 2021
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