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Match Point, Scoop e Cassandra’s Dream: delitto e castigo (2005-07)
”Chi disse "Preferisco avere fortuna che talento"
percepì l’essenza della vita. La gente ha paura di ammettere quanto conti la fortuna nella vita. Terrorizza pensare che sia così fuori controllo.
A volte in una partita la palla colpisce il nastro e per un attimo può andare oltre o tornare indietro. Con un po' di fortuna va oltre e allora si vince.
Oppure no, e allora si perde.” monologo iniziale di Chris in Match Point
Con Match Point (mag. 2005, 125 min.; in Italia gen 2006) Allen attua una svolta significativa nel proprio percorso creativo. Il film inaugura un trittico
londinese in cui il regista si sforza di offrire racconti legati alla tradizione del thriller e del poliziesco: entro quei confini narrativi egli continua a riflettere sulla natura umana, sui meccanismi che sembrano
regolare il mondo e sul cieco nichilismo che li anima. Tutti i disegni umani e i nobili discorsi ideali o religiosi vengono beffati da dettagli al tempo stesso insignificanti e decisivi poiché, secondo Allen, il caso regola le
nostre vite. Chris (Jonathan Rhys Meyers) è un maestro di tennis, dotato di una certa fama che ha la fortuna di stringere amicizia con i ricchissimi fratelli Hewett, Tom (Matthew Goode) e soprattutto Chloe (Emily Mortimer)
che si innamora perdutamente di lui. Nella “reggia”degli Hewett il protagonista incontra la seducente Nora (Scarlett Johannson), un’attrice americana senza talento che costituisce il suo alterego. Entrambi vengono da strati
popolari e cercano di entrare nell’alta società tramite i suddetti legami sentimentali. Chris riprende il classico personaggio del sacerdote Julien Sorel de Il rosso e il nero (Stendhal, 1830): entrambi utilizzano il proprio talento in settori secondari (lo sport, la religione) per elevarsi socialmente: Chris lo dice esplicitamente in un dialogo.
Tutto sembra mettersi al meglio se non fosse la fortissima attrazione erotica che l’ex tennista nutre per Nora. Quest’ultima dapprima lo ricambia saltuariamente; poi, abbandonata da Tom, cede alla sua insistenza e diviene
la sua amante. Chris, nel frattempo, si è sposato con Chloe ed è stato pienamente accettato dagli Hewitt. Come in Un posto al sole (Stevens, 1951; con Montgomery Cliff ed Shelley Winters nei ruoli di Jonathan Meyers e S. Johannson), film che è evidentemente il modello di Match Point, la relazione nascosta porta Chris alla rovina: Nora, dopo mesi, rimane incinta e ricatta l’amante affinché divorzi; Chris, ormai stanco di Nora (per l’ennesima volta Allen ci racconta l’inevitabile usura che uccide ogni rapporto amoroso e soprattutto erotico), cerca ora di salvaguardaee la propria posizione privilegiata e architetta un complicato stratagemma per ucciderla, vagamente ispirato alle pagine di Delitto
e castigo (Dostoevskij). Il piano funziona: il protagonista ammazza a colpi di fucile una vicina di casa di Nora e poi Nora stessa; la polizia, però, non è convinta dal suo piano diversivo (Chris inscena la rapina di un
tossico) e lo sospetta mentre il caso lo salverà: un vero tossico trova un anello, parte degli oggetti rubati nella finta rapina attuata da Chris, e poco dopo muore in un conflitto a fuoco; la polizia trova l’anello e scagiona
completamente il vero assassino che potrà continuare a vivere agiatamente. Certamente il disegno simbolico e filosofico continua a prevalere nel cinema di Allen sui semplici meccanismi del poliziesco che rimangono solo
accennati: è evidente che una seria disamina del presunto alibi di Chris (la partita di tennis mai effettuata, adatta a convincere l’ingenua moglie ma certamente non la polizia) lo avrebbe incastrato quanto prima. Nelle ultime
sequenze, ispirate a Fanny e Alexander (Bergman, 1983), i fantasmi di Nora e della sua anziana vicina si presentano al loro carnefice ora turbato da rimorsi e rimpianti: forse lo perseguiteranno... Allen racconta
una storia dura e tesissima, animata da una inquietudine costante ovvero una tensione che appartiene ai due personaggi “disagiati” e che si trasmette a tutto il resto del racconto. Il film è accompagnato da arcaiche
registrazione di arie operistiche di Enrico Caruso, quasi a voler sottolineare la natura melodrammatica della vicenda. La passione, in effetti, dirige le esistenze degli individui: Chloe ama Chris e, per questo, lo promuove
nella sua cerchia rendendolo un uomo ricco; Chris è fatalmente attratto da Nora e rischia tutto il benessere faticosamente acquisito pur di possedere l’americana mentre Tom riesce a divincolarsi dalla morsa erotica di Nora
prima che sia troppo tardi. Le arie di Gilda (Rigoletto) e di Violetta (Traviata) esprimono questa supremazia della passione che obbliga i personaggi a gesti inconsueti (la mantenuta si redime) o pericolosi (la
figlia del gobbo si lascia sedurre da un nobile senza scrupoli). Su tutto però prevale la dolcissima aria d Donizetti Una furtiva lagrima (Elisir d’amore), un brano musicale in cui la malinconia iniziale si
trasforma, nella conclusione, in estasi amorosa indicando quello che è il percorso di tutti questi personaggi, alla disperata ricerca di una soddsfazioen che è anzitutto erotico-sensuale. Il mondo rimane un posto gelido
(secondo la nota “cosmologia” alleniana) al quale possiamo parzialmente sfuggire solo abbandonandoci alla passione, pur sapendo che anch’essa si consumerà presto. Quando questo accade e i personaggi alleniani si accorgono di
stare perdendo realmente tutto, anche il loro benessere, essi si ritirano ordinatamente e, se qualcosa li blocca o li ricatta, non esitano a ricorrere all’omicidio, sapendo, in quanto agnostici, che al delitto non seguirà alcun
vero castigo nell’alidilà. In tal senso Match Point ricopia fedelmente l’altro capolavoro del regista ovvero Crimini e misfatti (1989). Infine la presenza dell’aria di MacDuff O figli o figli miei (Verdi, Macbeth)
esprime il dolore per la malvagità di chi ha ucciso i propri amici per ottenere potere e gloria ed anche la profonda malinconia che finisce con l’attanagliare il criminale Chris (si veda la sequenza del duplice omicidio,
traumatica sia per le vittime, sia per il carnefice). Il protagonista è un vero appassionato d’opera: è tra le note dei capolavori della lirica che egli si rifugia quando nient’altro di importante lo impegna; eppure la
sensibilità per la perfezione dell’arte musicale non fa di lui un uomo retto e morale; sebbene egli soffra ad uccidere chi lo ostacola, tuttavia egli lo fa e riesce nel suo intento, confermando la visione alleniana per cui
l’arte non migliora le inclinazioni morali dell’individuo e per cui il connubio arte-crimine è assolutamente possibile (come dimostrano tanti esempi storici). La bellezza artistica è l’altro grande balsamo che, con la sua
sublime intensità, aiuta gli individui a sopportare il gelo di un universo crudele, in cui essi vivono (senza averlo scelto) in una dimensione tragicamente transitoria. Nella lunga sequenza culminante - quella dei due omicidi -
non a caso posta a ridosso del finale, Allen accantona le arie liricamente distese e sceglie il drammatico Finale Secondo dell’Otello verdiano, con il Moro incatenato da Jago al sospetto e alla gelosia e per sempre sottratto alla serenità del suo amore per Desdemona: il passo (centrato sull’arioso Ora e per sempre addio, sante memorie)
esprime, in parallelo, la perdita della innocenza di Chris, la fine del suo travolgente amore e il suo definitivo passaggio al “lato oscuro” della propria personalità; egli non solo sta uccidendo due innocenti, ma sta anche
ammazzando una parte di sè, quella che amava Nora e la musica di Verdi, tragica e rabbiosa, canta questo straziante addio. March Point si colloca tra gli esiti più alti del reigsta newyorchese e fu salutato da un notevole successo commerciale sia negli Usa, sia in Italia.
Con il successivo Scoop (lug. 2006; 95 min.; ott 2006 in Italia) Allen ritorna, purtroppo, alla mediocrità abituale delle opere di questo decennio. Joe (Ian
McShane), un esperto giornalista torna dagli inferi per comunicare il suo ultimo scoop a Sandra (Scarlett Johannson), una giovane e sprovveduta collega: il serial killer dei tarocchi che sta terrorizzando Londra sarebbe il
milionario Peter Lyman (Hugh Jackman). Sandra, aiutata da un riluttante Sid (W. Allen), che si esibisce in modesti spettacoli di magia, riesce ad entrare nella cerchia del sospettato, se ne innamora e, a quel punto, lo crede
innocente. Quando quest’ultimo comprende chi realmente è Sandra cerca di ammazzarla ma fallisce e viene arrestato. Come in Criminali da strapazzo (2000), palese modello di Scoop, Allen cerca di riesumare la
comicità nonsense degli esordi coniugandola con il ritrovato entusiasmo per intrecci noir in un film che si proprone come mero divertissment, privo di qualunque sottotesto filosofico. Come nella pellicola di inizio millennio tutto appare fiacco e ripetitivo: le battute del comico affondano in una verbosità stucchevole, l’idea di ricorrere per l’ennesima volta alla figura del mago felliniano è anch’essa censurabile mentre il prologo/epilogo, ambientato in un inferno bergmaniano nè divertente nè spaventoso (a differenza degli efficaci fantasmi che chiudevano Match Point)
è un altro passo falso. Perfino il principale colpo di scena - la scoperta di Sandra che Peter non è fuori Londra - è una fedele ripresa di uno dei momenti chiave di Match Point.
All’attivo del film rimane la bella ambientazione londinese, le briose musiche da Il lago dei cigni (Ciaikovski, 1877) e il fascino della Johannson nel ruolo di civetta tanto ingenua quanto sensuale; infine rilevante è pure la beffarda trovata conclusiva con il piccolo capovolgimento di eventi: lo scoop era falso (Joe non era poi questo gran giornalista), Peter non è realmente il serial killer ma un assassino che cercava di inserire un proprio delitto nella lunga lista di quelli dello psicopatico (variando il ben noto intreccio usato dalla Christie in The ABC Murders, 1936, poiché qui i criminali sono realmente due).
Nel solco dell’entusiasmo provocato dal film precedente, gli incassi americani furono buoni come pure quelli italiani.
Dopo il modestissimo Scoop Allen ritorna sui suoi passi e confeziona un mezzo remake di Match Point con Cassandra’s Dream
(ott 2007, 110 min; in Italia Sogni e delitti, feb. 2008), un thriller ancora più cupo e disperato rispetto al film di due anni prima. La figura dell’ambizioso tennista si sdoppia in quella dei fratelli Ian
(Ewan McGregor) e Terry (Colin Farrell), piccoli birghesi con sogni di grandezza. Entrambi vivono un’esistenza modesta che potrebbe bastare a se stessa: il primo come aiutante nell’ordinario ristorante del padre, meccanico il
secondo. Entrambi, però, sono soggiogati da ambizioni sproporzionate e da passioni che non sanno controllare e che li trascinerà alla rovina più completa. Il primo sogna di investire forti somme (che non ha) in eleganti hotel
californiani (che non ha mai visto.. ) mentre il secondo si crede un fortunato giocatore d’azzardo (in breve si troverà indebitato con gli usurai per una somma altissima). Quando il loro ricchissimo zio d’America (Tom
Wilkinson) in visita propone loro un delitto, in cambio di forti somme capaci di rendere concreti i loro assurdi progetti, i fratelli accettano quasi subito. I due sicari dilettanti hanno fortuna, ammazzano la loro ignara
vittima e la fanno franca (la polizia non entra mai in gioco anche se, come per Match Point, potrebbe facilmente scoprire movente e colpevoli...); ma, a quel punto, Terry entra in una crisi di coscienza abissale: come il
protagonista di Delitto e castigo (Dostoevskij) egli è lacerato dal rimorso fino al punto di convincersi che solo la confessione completa può ridonargli la serenità perduta e la capacità di vivere. Ian, disperato, cerca allora di ucciderlo ma un grottesco destino li ammazza entrambi proprio su quella barca dal nome premonitore di “Cassandra’s Dream”, che i fratelli avevano comprato (pur non potendo permettersela) all’inizio del racconto.
Se Ian somiglia anche fisicamente al tennista di Match Point, Terry costituisce la sua anima più recondita, quella che gli fa vedere gli spettri delle sue vittime nella commentata sequenza begmaniana posta verso al
fine del film. Questo personaggio, scuro e introverso, i cui piagnistei sono tirati troppo per le lunghe (è il principale difetto di un film altrimenti di buon valore), tiene in scacco il trio criminale e dà voce a
un’inquietudine che rasenta presto la follia. Terry intuisce che i beni materiali per cui ha ucciso sono poca cosa rispetto alla angoscia che lo attanaglia, rendendogli impossibile l’esistenza quotidiana: una sorta di orrore
per il Male si fa largo nella sua mente, gettandolo nel panico. Invece Ian è un lucido criminale occasionale come il tennista di Match Point ed è perdutamente innamorato di un’attrice bella, spregiudicata e
carrierista (Ayley Atwell), pronta a tutto pur di ottenere ruoli significativi, sostanzialmente una sorta di sua anima gemella; sarà soprattutto per conquistarla e per legarla a sé in maniera definitiva che egli decide di
abbandonare la vita ordinaria e di rischiare il tutto per tutto: la bella attrice è qualcosa che egli sa di potersi permettere solo da una posizione di forza (ricchezza). Ian, insomma, percepisce il disordine naturale del mondo
in cui regna il diritto del più forte e del più furbo e cerca di approfittarne. Il suo nichilismo, tipico del cinema alleniano, viene però contrastato dalla presenza di un individuo che, invece, sente dentro di sè la presenza
di una legge morale invalicabile e sente la sofferenza conseguente al fatto di averla trasgredita per futili motivi. Questa interessante dialettica, nuova nel cinema di Allen, si sviluppa purtroppo in maniera un po’ meccanica e
ripetitiva, vanificando così la novità non secondaria del personaggio di Terry. Il tennista, pur perseguitato dal rimorso e dai suoi fantasmi, dava l’dea di potere comunque padroneggiare i suoi demoni. Terry, invece, appare
distrutto dal suo crimine in quanto in lui si manfesta quel naturale senso dell’ordine e della misura che anima suo padre, felice della sua esistenza tranquilla e un po’ grigia. Al contrario Ian raddoppia il carattere
spregiudicato dello zio d’America (fratello della madre la quale, non a caso, elogia sempre lo zio ai danni del modesto marito) e pertatno in quella famiglia convivono due visioni esistenziali opposti: l’una serena entro i
limiti della Tradizione, l’altra soggiogata da ogni forma di passione (lussuria e avidità), incline al crimine pur di potere rimanere all’interno di un universo luccicante e corrotto, fatto di auto costose, hotel lussuosi,
donne sensuali e gite in barca. Jekyll e Hyde si scontrano all’interno del medesimo nucleo familiare che, così, è destinato a dissolversi. Terry ha introiettato il Super Io morale della figura paterna, forse solo una realtà
morale illusoria, priva di reale fondamento nella natura delle cose del mondo e tuttavia capace di combattere contro le disordinate e devastanti passioni che scuotono la sua esistenza e quella del fratello. Sogni e delitti è probabilmente il film più nero di Woody Allen: nessuna battuta leggera e nessun personaggio buffo vi albergano mentre la cupa colonna sonora di Philip Glass (composta per il film, un caso quasi unico poiché, come noto, Woody Allen utilizza sempre brani musicali già esistenti e spesso già ampiamente noti) accompagna con appropriata desolazione la discesa agli inferi dei due fratelli e dei loro compagni di strada. Non dimentichiamo che, in definitiva, la vera figura demoniaca del racconto, lo zio d’America, trionfa nelle retrovie: ha spinto i nipoti al crimine e ha ottenuto esattamente quello che voleva; inoltre la morte dei due assassini lo rende inattaccabile. Il senso morale di Terry rimane, dunque, un fatto illusorio, un residuo di ideologie morali d’altri tempi (non a caso ispirate dai testi letterari dell’Ottocento russo) mentre è lo zio, rappresentante di una elite ultranazionale (possiede affari redditizi negli Usa e in Cina) che domina incontrastata, figura esemplare del Denkstil del
nuovo millennio. In definitiva anche in Cassandra’s Dream, con i suoi colori freddi, il suo clima autunnale e i suoni ripetitivi e quasi impersonali, la terra rimane un luogo freddo e inospitale.
Il pubblico americano boicottò radicalmente il film mentre in Italia gli incassi furono buoni.
testo scritto nel gen. 2020
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