Segretissimo e Matchless

AD3 operazione squalo bianco, MMM83, A 077 sfida ai killers, Operazione Goldman, Le spie uccidono in silenzio, Mark Donen agente Z7, Si muore una volta sola, Upperseven un uomo da uccidere, Missione speciale Lady Chaplin, O.K. Connery, Password uccidete agente Gordon, Rififi a Amsterdam, Come rubare la corona d’Inghilterra, Tiffany Memorandum, Rapporto Fuller base Stoccolma, Agente 777 missione Summergame, 12 donne d’oro, Agente Jo Walker operazione estremo oriente, Furia a Marrakech, Flashman,  Sicario 77 vivo o morto, Il vostro superagente Flit, Perry Grant agente di ferro, Segretissimo, Tom Dollar, Silenzio: si uccide, Assalto al tesoro di stato, Niente rose per OSS 117, Modesty Blaise, Kiss Kiss Bang Bang, Matchless, La donna il sesso e il superuomo, Italian Secret Service, e American Secret Service: spie poco convincenti (1966-68)

            “De Laurentis mi offerse il copione. C’era la possibilità di girare in mezzo
             mondo con uno stuolo di belle ragazze. A me piace viaggiare... e piacciono
            anche le belle ragazze. Pigliamolo come una vacanza di lusso...”
            Lattuada parla di Matchless

La prima ed unica incursione di Walter Ratti nel genere spionistico consiste nello scadente AD3 operazione squalo bianco (gen 1966; 90 min.).
Un agente segreto senza carisma (Rodd Dana), una base sottomarina abitata dal matto di turno, tempi morti in abbondanza “arricchiti” da interminabili sequenze acquatiche e infine ambienti poverissimi fanno di questa pellicola una delle meno interessanti del filone. Tra i comprimari si notano Francesco Mulé e Franca Polesello che, tuttavia, non riescono a migliorare il prodotto.
Scarsi anche gli incassi.

Margheriti interrompe la sua modesta tetralogia fantascientifica per girare un paio di pellicole a carattere spionistico, anch’esse sostanzialmente irrilevanti.
A 077 sfida ai killers (feb. 1966, 90 min.) mette in scena il solito agente americano (Richard Harrison) che si sostituisce a uno scienziato che è nel mirino di una potente organizzazione criminale e anche del Kgb. Come numerosi altri 007 all’italiana il film racconta solo questo ovvero l’interminabile serie di attentati che il protagonista subisce, ad opera per lo più di una piccola compagine di donne affascinanti e apparentemente inoffensive.
Per quanto girato in maniera vivace e sicuramente superiore alla media in una Casablanca inedita, la pellicola stanca presto, soprattutto nella seconda parte dove la consueta irruzione nella “fortezza” nemica è sostituita da una stucchevole rissa da film western.
Gli incassi furono irrisori.

Altrettanto mediocre è il seguente Operazione Goldman (apr. 1966, 90 min.) in cui si raccontano le gesta del supercriminale Folco Lullo che, in Florida, sabota i lanci spaziali di Cape Canaveral con l’intento di giungere sulla luna prima degli Usa. Gli dà la caccia l’agente segreto interpretato da Anthony Eisley e coadiuvato da Diana Lorys. Nella consueta noia il film vira verso la fantascienza senza però possedere mezzi adeguati. Non solo i razzi ma perfino le auto sportive, a tratti, vengono sostituite da modellini.
La routine regna sovrana (senza interesse sia il cast, sia le location, sia la vicenda globale) e il pubblico non abbocca. Il film anticipa situazioni e trovate (la macchina per ibernare i nemici) del film americano A noi piace Flint (Douglas, 1967), satira spiritosa e abbastanza godibile del genere spionistico, con uno scatenato James Coburn.

Al suo quarto lungometraggio Bergonzelli tenta il film spionistico con il deludente MMM 83 (feb. 1966; 90 min.), pellicola che si ricorda solo per la varietà di scenari. Infatti il racconto inizia a Taormina e prosegue poi tra Berna e Roma per terminare nel porto di Amburgo (al molo 83 del titolo). Inoltre la pellicola si fa notare per il cast che annovera attori importanti come il francese Gerard Blain, già protagonista di alcune opere chiave della nouvelle vague (e che ritroveremo proprio nella indimenticabile Amburgo del capolavoro di Wenders L’amico americano) e Annamaria Pierangeli, appena rientrata da Hollywood.
Nonostante questi elementi positivi, Bergonzelli non riesce a creare un’opera dignitosa ripiegando sui soliti agenti segreti a caccia della immancabile formula militare, in concorrenza tra loro e sempre disponibili al doppiogioco. Il film, quindi, allinea una serie di stereotipi inverosimili e noiosi. Il regista, tra l’altro, sembra anche indeciso se adottare esclusivamente il registro serio o se optare per la parodia (si veda l’orribile sequenza iniziale nel teatro di Taormina).
Gli incassi furono scarsi.

Mario Caiano esordisce nel genere spionistico con il mediocre Le spie uccidono in silenzio (mar.1966; 90 min.) la cui idea centrale plagia smaccatamente quella di The Manchurian Candidate (Va e uccidi, Frankenheimer, 1962).
Una misteriosa organizzazione sta uccidendo gli scienziati più importanti. L’agente Lang Jeffries indaga con notevole fatica poiché schiere di sicari dall’atteggiamento catatonico cercano di ammazzarlo. Il colpevole è il perfido Andrea Bosic che, attraverso una potentissima droga, schiavizza chiunque cada in sua mano. Lo aiuta Erika Blanc. Nel finale il classico assalto alla fortezza del supercriminale stronca il folle e il suo piccolo esercito.
La vicenda si snoda in maniera meccanica, senza sorprendere mai mentre gli attori recitano in maniera sommaria. Si salvano alcuni interessanti esterni di Beirut e la capacità di raccontare con un ritmo spesso incalzante.
Gli incassi furono modesti.

Niente da dire anche sul brutto Mark Donen agente Z7 (mar. 1966; 92 min.) dell’esordiente Giancarlo Romitelli  in cui assistiamo al consueto scontro tra spie di varie nazioni e gruppi criminali in possesso di una formula relativa a un raggio della morte, capace di cambiare il destino del mondo. Il protagonista è Lang Jeffries mentre nel cast femminile si nota Loredana Nusciak.
La pellicola, prevedibile e fiacca da tutti i punti di vista, si avvale, almeno, di scenari interessanti (Venezia e Tangeri); inoltre vi compare l’idea, per lo più fantastica (anche se non totalmente priva di fondamento), che la retina di un morto possa trattenere l’ultima immagine della vittima, idea che verrà ripresa da Argento in Quattro mosche di velluto grigio (1971).
Gli incassi furono modesti.
Il secondo spionistico di Romitelli, Si muore una volta sola (feb 1967, 80 min.) è scadente quanto il primo. Agenti segreti e criminali si scontrano tra Roma e Beirut a causa di traffici d’armi destinati a stati inaffidabili. Nulla è credibile in questo film che accentua i toni fumettistici, inadatti al realismo fotografico del cinema. La noia regna sovrana.
Romitelli firmerà solo una terza pellicola nel 1974 prima di congedarsi dalla regia.

L’esperto Alberto De Martino, già autore di numerosi peplum e western, si cimenta con il genere spionistico a partire da Upperseven un uomo da uccidere (feb.1966, 100 min.), pellicola che appare tra le migliori del genere sia nella sceneggiatura, sia nella scelta delle numerose location.
L’agente inglese Upperseven (Paul Hubschmid) dà la caccia al supercriminale Kobras (Nado Gazzolo) il quale, in combutta con un potente cinese, minaccia la sicurezza dell’Occidente. Il nostro eroe, capace come Diabolik (fumetto all’apice del successo in quegli anni) di assumere le sembianze di chiunque tramite elaborate maschere, dapprima distrugge una base di Kobras a Copenhagen, poi sfugge a una trappola al miele attuata da Rosalba Neri (sempre per conto di Kobras); giunge troppo tardi a Basilea dove il supercriminale, dopo avere diffuso un terribile virus che ha desertificato la metropoli, rapina in tutta tranquillità una grande banca, sostituendo dollari falsi a quelli autentici. Nell’ultima parte, simile a quella di Dr No (Young, 1962), Upperseven viene dapprima imprigionato nella base nemica; poi fugge e provoca il fallimento dei piani del nemico...
Seppure privo di sorprese, il film tallona da vicino i suoi modelli inglesi, offre belle immagini di Copenhagen e Basilea e immerge il racconto in una serie di scontri condotti con buona mano professionale. In questi ultimi il protagonista si avvale di numerosi gadget abbastanza ingegnosi e mena senza pietà in sequenze dotate di un discreto realismo. Le numerose figure femminili sono relegate, come sempre, nelle stanze da letto in narrazioni in cui la prevalenza del tratto maschile è totale. All’altezza delle attese la colonna sonora di Bruno Nicolai.
Gli incassi furono discreti.
De Martino persiste e il successivo Missione speciale Lady Chaplin (ago. 1966, 100 min.) è addirittura migliore di Upperseven sia nella trama, sia nel cast, sia negli scenari (tra New York, Madrid, Marbella, Parigi e Londra).
L’agente americano Malloy (Ken Clark) alias 077 insegue un carico di sedici atomiche sottratte dal perfido Zoltan (Jacques Bergerac) a un sottomarino atomico finito in fondo al mare. Il supercriminale ha come aiutante una scatenata Lady Chaplin (Daniela Bianchi, già protagonista di Dalla Russia con amore) che uccide falsi monaci e testimoni pericolosi travestendosi ora da suora, ora da paralitica. Il gioco dei travestimenti, già utilizzato in Upperseven, rimane centrale e fornisce al film un piacevole tono fumettistico. Lo scontro si inasprisce e quando Lady Chaplin capisce che la partita è perduta, tradisce il suo capo e collabora con Malloy fino alla sconfitta definitiva di Zoltan e dei suoi misteriosi clienti stranieri (probabili rappresentanti di uno stato comunista) sconfitti a Tangeri dalle forze americane. Nel divertente finale hitchcockiano - Malloy e la Chaplin in vagone letto - il protagonista sospira: deve accontentarsi di ammanettare la nemica; il treno non entra in galleria...
Numerose sono le sequenze spettacolari che non sfigurerebbero in un film di James Bond: combattimenti tra navi ed elicotteri, vestiti femminili esplosivi e vestiti che si trasformano in paracadute, carrozzelle per paralitica con mitra incorporato...
L’Occidente rimane il luogo di ogni bellezza e intelligenza: in esso si aggirano però pericolosi traditori pronti a favorire sinistre potenze straniere pur di arricchirsi. Queste ultime sono rappresentate da una donna seducente ma rigida, dotata di un portamento antiquato e anche animata da qualche perversione saffica. Insomma si intuisce che, al di fuori del luminoso regno degli agenti Cia e degli eleganti scenari delle metropoli europee, tutto è buio.
Gli incassi furono anche questa volta discreti.
Il terzo e ultimo 007 all’italiana di De Martino, O.K.Connery (apr. 1967, 105 min.) è invece scadente.
L’idea centrale è quella di arruolare l’inesperto fratello di Sean Connery, Neil Connery (al suo esordio cinematografico) per il ruolo principale. Tutto il resto è ripetizione senza estro. La consueta organizzazione di supercriminali (Thanatos anziché Spectre) minaccia il mondo. Gli agenti inglesi fronteggiano il malvagio Adolfo Celi (già protagonista in Thunderbolt, 1965) aiutato da Daniela Bianchi. Gli scenari sono quelli di Montecarlo, Courmayeur e Tetuan (Marocco) mentre l’azione procede in maniera prevedibile (i trucchi che avevano valorizzato i due film precedenti ora si riducono a poca cosa), senza riuscire a sorprendere e tanto meno a divertire. A tratti l’ironia sconfina nella burla e sembra di assistere a una vera e propria parodia comica. Morricone si limita a imitare il motivo originale di Bond.
Gli incassi questa volta furono scarsi.
Dopo il dittico sull’agente 077 (vedi), Sergio Grieco firma lo scadente Password: uccidete agente Gordon (mar. 1966, 90 min.) ambientato tra Parigi, Tripoli e Madrid.
La debole sceneggiatura parla di un agente Cia (Roger Browne) che insegue una banda di trafficanti d’armi che rifornisce i Viet-cong. Dopo le consuete sparatorie e gli abituali pestaggi, l’avrà vinta.
Il film affonda negli stereotipi e il pubblico lo boicottò.
Il successivo Rififi a Amsterdam (ag 1966, 90 min.), invece, possiede qualche merito.
La prima. lunga sequenza, relativa a una rapina di diamanti tra i canali di Amsterdam, è certamente la cosa migliore del film (insieme alla spiritosa colonna sonora di Umiliani) e, come da titolo, sembra orientare il film nella direzione del caper movie con faida tra i rapinatori i quali vengono ammazzati tutti dal loro capo (Umberto Raho), tranne il protagonista Roger Browne che, a Rotterdam, ritrova il boss e, stranamente, accetta di lavorare ancora per lui. Lo scenario cambia e nella seconda parte, a Torremolinos, il film scopre le carte e naufraga nel consueto scontro tra numerosi agenti segreti e uno scienziato pazzo che sta per causare un’esplosione atomica ai danni dei Francesi.
Ovviamente il protagonista, finto rapinatore, era un agente segreto americano mentre i cattivi fanno tutti una brutta fine.
Il ritmo è buono, gli attori sono migliori rispetto alla media (ci sono inoltre Franco Ressel e Evelyn Stewart) e gli scenari risultano accattivanti tra il nord e il sud dell’Europa. Tutto il resto è però prevedibile e scadente.
Il film, come quasi tutti quelli di questo modesto filone, non ebbe successo.
L’anno seguente Grieco, un vero specialista del settore, gira Come rubare la corona d’Inghilterra (mar. 1967; 90 min.), l’ennesimo clone relativo allo scontro tra un agente segreto (Roger Browne) e la supercriminale Jenabell (Dominique Boschero) che minaccia il mondo creando copie perfette e soggiogate dei maggiori leader politici del pianeta. L’unica novità consiste nel fatto che il protagonista è anche un supereroe (Argoman) e possiede poteri speciali come uno “sguardo gravitazionale” che gli permette di spostare a piacimento oggetti e persone.
Si tratta pertanto di un film destinato a un pubblico di ragazzini, in parte debitore al recente Batman (Martinson, 1966).
Il sesto film spionistico dell’esperto ma tutt’altro che geniale Grieco è Tiffany Memorandum (ago 1967; 95 min.) parte bene con una coppia di giornalisti (Ken Clark e Irina Demick) che inseguono le tracce di una cospirazione ai danni di un leader politico del Salvador, ucciso per le strade di Parigi. Lo scenario si sposta a Berlino, la città emblematica di questo cinema, e allora si torna al solito andazzo ovvero un susseguirsi sconclusionato di attentati ai nostri eroi da parte di differenti organizzazioni spionistiche (ci sono Luigi Vannucchi e Giampiero Albertini) dove molti fanno il doppio gioco, tutti alla ricerca di misteriosi documenti nascosti forse in un orologio, forse in una sottoveste...
Il film copia il titolo e l’ambientazione berlinese (che rimane la cosa più significativa) da Quiller memorandum (M. Anderson, 1966), una pellicola di livello decisamente superiore e più vicina al cinema spionistico di carattere realistico e problematico (si pensi soprattutto a La spia che venne dal freddo, Ritt 1965; film fondamentale in questo senso) mentre ricalca la prima parte (la lunga sequenza del treno) da Intrigo internazionale (Hitchcock, 1959) e anche da Sciarada (Donen, 1963), prima di precipitare nei consueti stereotipi italiani (caccia al tesoro e schema del gatto col topo). Tiffany memorandum è l’ennesima riconferma che questo genere poco si addice al talento narrativo italiano che, in quasi ogni altro genere filmico, ha saputo proporre varianti significative (dal western al thriller al poliziesco alla commedia) quando non vincenti rispetto ai modelli americani e francesi.
Inutile ricordare che anche questa pellicola non riscosse incassi significativi.
L’ultimo lavoro del genere di Grieco è certamente il migliore: Rapporto Fuller base Stoccolma (gen 1968, 90 min.) possiede una sceneggiatura non mediocre e affronta, a modo suo, il conflitto est-ovest.
Il corridore automobilistico Dick (Ken Clark) si trova casualmente invischiato in una storia di spie allorché insegue una bella donna che gli ha sottratto il suo accendino. I cadaveri non si contano in questo girotondo che ha come centro Svetlana, una ballerina (Beba Loncar) fuggita dall’Urss e accolta in Occidente, a Stoccolma. Molto presto Dick e Svetlana si innamorano e l’uomo fa quello che può per tenerla lontana da un piccolo esercito di spie del Kgb che sembrano volerla riportare a casa. Inoltre tutti cercano un misterioso Rapporto Fuller che sembra indicare la data di un importante attentato: pur di scovarlo agenti Cia e sovietici stringono una momentanea, insolita  alleanza e riusciranno così a sventare l’attentato che riguarda addirittura il presidente degli Usa in visita a Londra. I colpevoli sono radunati in una formazione di estrema destra che disapprova la politica della distensione con il comunismo e vorrebbe avviare una guerra definitiva per sconfiggere in maniera definitiva i nemici orientali; tra i cospiratori c’è perfino il proprietario delle auto da corsa affidate alla guida di Dick che, pertanto, non era entrato nel gioco spionistico-politico per caso...
Il film di Grieco è uno dei pochi 007 al’italiana che si segue con interesse, cercando di capire realmente quali siano le forze in gioco e i veri obiettivi, visto che il film evita i soliti puerili supercriminali e superagenti per raccontare uno scontro politico reale che, in fondo, solo cinque anni prima era costato la vita a Kennedy. Gli attori sono all’altezza dei ruoli e gli scenari - tra Stoccolma, Londra e Zurigo - inseriscono ulteriori motivi di pregio. Va ricordato che al regista non venne concesso il visto per gli Usa (dove si pensava di girare la parte finale relativa all’attentato presidenziale) poiché suo padre, Ruggero Grieco, era un importante dirigente del Pci. D’altronde la filosofia politica sostanzialmente pacifista del racconto, con gli agenti Kgb che si alleano con quelli americani, suggeriscono la scelta di una coesistenza pacifica mentre i fanatici della destra militarista americana vengono descritti come pazzi senza cervello. Anche la componente iniziale, ovvero la fuga nell’ovest libero di Svetlana non viene mai commentato (le motivazioni del gesto, le differenze abissali tra est ed ovest) e rimane sullo sfondo del racconto. Siamo quindi agli antipodi de La spia che venne dal freddo (Le Carré-Ritt) in cui si delineava con fredda lucidità come l’intera macchina della propaganda pacifista fosse solo uno strumento sovietico per evitare un conflitto con gli Usa da cui l’inadeguata Russia sarebbe uscita distrutta. In fondo il film di Grieco caldeggia l’idea di una Ostpolitik pacifica e rispettosa del nemico sovietico, la stessa che prevaleva nel Vaticano di Paolo VI e del Concilio Vaticano II e che sarebbe radicalmente cambiata solo con l’avvento della coppia Giovanni Paolo II - Reagan.
Nonostante le qualità sopraindicate, il film non ebbe un vero successo commerciale.

Riccardo Freda si inserisce nel filone con l’anonimo Agente 777 missione Summergame (mar. 1966, 90 min.).
Ambientato a Istanbul racconta del solito supercriminale (Robert Manuel) che minaccia il mondo con un razzo nucleare. Il nostro agente segreto (Richard Wyler) l’avrà vinta, come sempre. Alla mediocrità generale bisogna aggiungere scenari urbani senza interesse e un cast particolarmente inespressivo. Si ricorda solo la spettacolare sequenza in cui un aereo da turismo riesce ad “atterrare” su un furgone in movimento.
Gli incassi furono modesti.

Gianfranco Parolini cerca invano di rinnovare il genere spionistico in 12 donne d’oro (mar.1966; 90 min.) sostituendo al singolo agente segreto una coppia di eroi (Tony Kendall e Brad Harris). Tutto il resto, però, è dozzinale e noioso. Il nemico è il consueto criminale folle che utilizza bellissime donne robot (attrici sconosciute, quasi tutte jugoslave) per raggiungere gradualmente il dominio del pianeta.
Perfino gli scenari (il film è stato girato interamente in Jugoslavia) sono senza interesse. La pellicola passò inosservata.
Gli stessi due eroi animano l’altrettanto mediocre Agente Jo Walker operazione estremo oriente (ago 1966, 90 min.) la cui unica reale differenza col film precedente consiste nei fondali, avendo Parolini sostituito l’insignificante Jugoslavia con la pittoresca Singapore.
Siamo al cospetto del solito scienziato con figlia che viene protetto da Tony Kendall e Brad Harris mentre una potente organizzazione criminale gli sottrae le invenzioni e tenta di ammazzare in vari modi i due protagonisti.
Gli incassi furono lievemente migliori (come più volte rilevato il genere spionistico italiano non raccoglie grandi consensi, soprattutto se confrontato con il coevo western leoniano), tali da giustificare, l’anno seguente, una terza puntata.

Mino Loy gira Furia a Marrakech (apr.1966, 90 min.) in cui cerca di cambiare almeno l’oggetto del contendere.
L’agente segreto Stephen Forsyth è ala ricerca del tesoro di Hitler ovvero milioni di dollari in banconote false; lo aiuta l’affascinante Dominique Boschero. Mentre gli scenari sono più originali del solito, passando dal caos africano di Marrakech al silenzio innevato delle alpi svizzere (il gran finale con aerei e gatti delle nevi) gli episodi si susseguono monotoni con la consueta squadra di criminali che cerca di mandare il protagonista al camposanto.
Incassi, come sempre, modesti.
L’anno successivi Loy vira su una pellicola che miscela fumetto, poliziesco e spionistico con Flashman (mar. 1967; 90 min.) e che appare pensata per un pubblico di adolescenti.
Il cattivo Ivano Staccioli ruba la formula dell’invisibilità e se ne serve per commettere colpi sensazionali. Il supereroe Flashman, inserito addirittura nella famiglia reale inglese, gli dà la caccia e lo acciuffa. In riferimento al cinema “per adulti”questo film risulta “inclassificabile”.

Mino Guerrini, dopo avere esordito in una serie di discrete commedie a episodi di carattere umoristico ed erotico, si cimenta un’unica volta nel genere spionistico con il pessimo Sicario 77 vivo o morto (ago 1966 , 100 min.), pellicola in cui troviamo tutti i difetti del genere e nessun pregio.
La vicenda è la solita ovvero ex nazista folle vuole distruggere il pianeta, il cast è scialbo, le sequenze sono tirate per le lunghe in maniera insopportabile, la suspense è zero e le location, ridotte alla sola Barcellona, sono insignificanti.
Ovviamente gli incassi furono scarsi.

Nel 1965 l’americano Daniel Mann tenta di rispondere all’inglese Bond inventandosi un agente segreto spiritoso, atletico e circondato da un piccolo harem femminile (James Coburn) nel pessimo Il nostro agente Flint. L’organizzazione antagonista è  paradossale ovvero un gruppo di scienziati che vuole imporre la pace e il disarmo nucleare ai potenti della terra. La Hollywood filosovietica non demorde e anche in questa pellicola di scarso valore non esita a inserire i suoi faziosi messaggi pacifisti.
Laurenti esordisce alla regia prendendo di mira questo film ne Il vostro superagente Flit (set. 1966; 90 min.) in cui si ricopiano scenari, situazioni e battute dell’originale, con l’intento di fare una parodia umoristica. Già il modello era scadente, e anche la copia italiana, nonostante la simpatia di Raimondo Vianello nel ruolo principale, naufraga nella mediocrità. Unico elemento degno di nota sta nella sostituzione dell’organizzazione fatta di tediosi sapientini con un gruppo di alieni decisi a incentivare la guerra nucleare al fine di conquistare la terra. Tra essi anche una Raffaella Carrà incolore.
Gli incassi furono modesti.

Il bravo Luigi Capuano preferisce nascondersi dietro pseudonimo per la regia del mediocre Perry Grant agente di ferro (ott. 1966; 100 min.).
Girato quasi interamente a Roma, per lo più in modesti interni, il film racconta le peripezie dell’agente americano Grant che, inseguendo una banda di falsari nascosta dietro il paravento di una ditta di moda, scopre il solito pazzo che sta per ricattare il mondo con un marchingegno capace di azzerare ogni forma di energia. Dopo numerose, ripetitive scazzottate, il protagonista vince da solo contro un piccolo esercito nascosto in catacombe poste sotto al Colosseo.
La sceneggiatura è dozzinale e gli attori (ci sono anche Umberto D’Orsi e Marilù Tolo) poco convinti; abbondano le colluttazioni in stile western mentre il nascondiglio del malvagio ricorda quello di Belfagor il fantasma del Louvre, sceneggiato francese di grande successo in Italia (trasmesso dalla Rai nel giugno 1966). Si salva solo il ritmo narrativo che evita tempi morti e inutili divagazioni.
Il film ottenne incassi modesti.

Nel desolato panorama degli spionistici italiani si solleva sopra la media Segretissimo (gen 1967, 95 mi.), una delle ultime regie del veterano Fernando Cerchio.
Il regista lascia in secondo piano la solita congrega di criminali e pazzi, ovviamente in possesso di documenti scottanti che possono destabilizzare il quadro politico mondiale (in questo caso su malefatte naziste di pezzi grossi della Germania federale) e punta tutto sulle schermaglie che dividono, contrappongono e a volte uniscono (anche sessualmente) i due protagonisti ovvero la spia americana Gordon Scott e quella sovietica Magda Konopka. I due si incontrano e scontrano in differenti modalità, spesso piegando il racconto ai toni della commedia rosa e quasi umoristica, senza peraltro mettere in discussione il contesto drammatico e denso di vittime della vicenda. Cerchio dimostra una capacità hitchcockiana di fondere serio e ironico in un film che riesce a interessare al di là delle consuete macchiette di derivazione bondiana e delle stereotipate scazzottature che, purtroppo, anche qui non mancano. I due attori si dimostrano particolarmente convincenti e la sceneggiatura li aiuta con situazioni abbastanza realistiche (più vicine al thriller classico che alle audaci fantasie spionistiche) e dialoghi a volte realmente spiritosi. La coppia si incontra dapprima a Casablanca, poi a Roma, infine a Napoli, quasi sempre “casualmente”. Alla fine i due finiranno per stringere una qualche alleanza al fine di sconfiggere gli antagonisti.
Per una volta una “copia” italiana sembra avere influenzato la serie originale inglese in quanto alcuni punti di forte somiglianza si ritroveranno ne La spia che mi amava (1976) in cui Bond/Roger Moore collabora con la bella spia sovietica Barbara Bach. E va aggiunto che il testo originale di Fleming (The Spy Who Loved Me, 1962) era del tutto differente e privo di relazioni sia con il film di Cerchio, sia con quello degli anni settanta diretto da Lewis Gilbert.
Infine va segnalata la curiosa presenza di un omaggio esplicito a La dolce vita (1960) non tanto nei dialoghi (in cui si accenna alla dolce vita romana) o nelle sequenze ambientate nei night club romani quanto nella spettacolare sequenza con Gordon Scott prigioniero in un gabbia trasportata da un elicottero sui cieli di Roma: lui chiede aiuto a delle belle donne in abiti succinti che rispondono con ammiccamenti sensuali come nel prologo del capolavoro felliniano (interpellate, in quel caso dal paparazzo Mastroianni).
Nonostante questi sforzi di Cerchio per offrire un prodotto più originale del consueto, anche Segretissimo è un mezzo fiasco commerciale, confermando il poco interesse delle nostre platee per le imitazioni bondiane.

Ciorciolini, futuro specialista del cinema di Ciccio e Franco, si cimenta con il cinema spionistico nel modestissimo Tom Dollar (giu. 1967; 90 min.).
A Teheran, dopo la morte di un potente industriale ucciso da un sicario, la Cia protegge sua figlia, una giovane iraniana (Giorgia Moll) che deve firmare un importante contratto con gli occidentali. Un’organizzazione segreta, nascosta entro misteriosi sotterranei, cerca in ogni modo di ammazzare la ragazza mentre l’agente segreto Tom Dollar (Maurice Poli) la difende. Bloccato in una disarmante ripetitività, nonché quasi sempre girato in interni poveri e desolati, il film annoia fin dall’inizio.
Dell’Iran, negli anni sessanta e settanta guidato dal filoamericano scià Pahlevi, si vedono fugacemente solo poche strade mentre le acconciature stravaganti e gli ambienti sotterranei della setta antagonista appaiono scopiazzati dal celebre sceneggiato francese Belfagor (1965). In un ruolo secondario c’è anche Erika Blanc.
Gli incassi furono scarsi.

Guido Zurli gira senza convinzione Silenzio: si uccide (giu 1967; 90 min.), pellicola in cui Rodd Dana insegue un gruppo di trafficanti d’armi tra Londra, Barcellona e Tunisi. Lo circondano numerose bellezze come sempre infide e doppiogiochiste mentre il cattivo è Paul Muller.
Tra scazzottate e inseguimenti stereotipati gli attori recitano le loro battute senza convinzione mentre anche gli scenari, per quanto diversificati, non riescono ad aggiungere nulla al prodotto seriale.
Incassi come sempre modesti.

Nel suo unico spionistico, Assalto al tesoro di stato (lug 1967, 85 min.), Piero Pierotti si inserisce nel genere senza particolare estro.
La vicenda è a cavallo tra intrigo internazionale e caper movie. Per mettere in difficoltà uno staterello arabo del golfo (di pura invenzione), che vorrebbe liquidare una multinazionale del petrolio americana, viene messa in atto una rapina alle sue casse. Tutto si svolge tra lunghi preparativi e inutili lentezze (come nei classici hollywoodiani, ad esempio Colpo grosso, in cui, tuttavia ben altri sono attori e scenari) e approda a una sequenza della rapina decisamente sciatta e inverosimile. Nello scioglimento ci sono le consuete sorprese (uno dei ladri era in realtà un agente segreto) che riconducono la vicenda nell’alveo della tradizione del cinema di spionaggio. Tra gli attori si notano di abituali Roger Browne e Franco Ressel.
Incassi modesti come sempre.

Renato Cerrato al proprio esordio dirige, insieme a Hunebelle, il mediocre Niente rose per OSS 117 (1968; 105 min.), pellicola che traduce in immagini l’omonimo romanzo (Pas de roses a Isfahan pour OSS 117) di Josette Bruce (continuatrice del marito Jean Bruce nella interminabile saga dell’agente segreto).
La trama è dozzinale: il nostro eroe (un inespressivo John Gavin, già protagonista di Psyco) si infiltra nell’organizzazione del supercriminale (Curd Jurgens) fingendosi un abile killer. Ovviamente riuscirà a sabotare le operazioni delittuose che gli saranno affidate (uccidere un uomo politico in medio oriente; ma il film è girato in Tunisia) e a far capitolare l’intera banda di presunti superbanditi.
I produttori sembrano avere speso tutti i denari nel reclutamento del sontuoso e inutile cast (ci sono anche Margaret Lee, Robert Hossein, Luciana Paluzzi, Rosalba Neri, George Eastman) per poi ambientare il racconto in scenari poveri e privi di interesse, interni modesti e un soundtrack senza nerbo. Mancano anche delle sequenze realmente spettacolari e tutto si riduce a un compitino noioso e prevedibile.
Il film non ebbe successo.

Il genere spionistico non ispira realmente gli autori più dotati che, in genere, affrontano il tema con un distacco parodistico che suona spesso come inutilmente presuntuoso. E’ il caso del pessimo Modesty Blaise (mag 1966; in Italia ago 1966; 120 min.) una produzione inglese in cui Losey, autore discontinuo qui in una delle sue prove peggiori, arruola il suo attore preferito (Dirk Bogarde) nel ruolo del malvagio Gabriel, attore che aveva appena diretto nel capolavoro The Servant (1963) e che tornerà ad essere protagonista di lì a poco di The Accident (1967), altro eccellente film del regista ebreo-americano. Accanto a lui figurano una impacciata Monica Vitti nel ruolo principale, Rossella Falk quale aiutante del supercriminale Bogarde e Terence Stamp alleato della Vitti. L’argomento è totalmente insulso: c’è un carico di diamanti che l’agente segreto Modesty deve difendere e che Gabriel vuole per sé.
La parodia non diverte, gli attori sono a disagio, mancano scene realmente spettacolari e la noia regna sovrana in mezzo agli sgargianti colori di immagini che si vorrebbero pop e che sono solo inutilmente artefatte. Il film, presentato a Cannes, passa inosservato.
A sorpresa il film ottiene un buon successo in Italia.

Lo stesso vale per Kiss Kiss Bang Bang (mag. 1966, 90 min), parodia che si pretende umoristica in cui Tessari riutilizza quasi l’intero cast dei due film su Ringo, pellicole di ben altro valore (vedi).
Giuliano Gemma, agente segreto prestante ma privo di qualità comiche, si aggira tra Londra, Venezia e Barcellona (il solito parco giochi Tibidabo che domina la città), alla ricerca della consueta formula segreta che tutte le spie del mondo inseguono, attorniato dalle piacevoli Lorella De Luca (in un insolito ruolo di vamp) e Nieves Navarro. La vicenda è senza interesse, la comicità è inesistente e pertanto la noia diviene profonda, sfociando a tratti in irritazione per battute e situazioni troppo puerili. D’altronde anche nel precedente La sfinge sorride prima di morire (1964; vedi) Tessari si era dimostrato incapace di vivacizzare questo genere di narrazioni.
Ciononostante il film ottenne incassi discreti, attribuibili quasi certamente al richiamo offerto da Giuliano Gemma, che, dopo il successo dei due citati Ringo è una neocelebrità e questo fa la differenza. Va ricordato, infatti, che gli 007 all’italiana, pellicole tutte a basso costo, reclutavano cast secondari ovvero attori in genere privi di vero carisma.

Tra le parodie troviamo anche Matchless (ago 1966; 100 min.) di Alberto Lattuada, decisamente migliore della media, anche se tutt’altro che riuscito.
Il simpatico protagonista Perry (Patrick O’Neal, futuro antagonista in alcune delle migliori puntate del tenente Colombo) è un giornalista americano che tutti - Cia, Cinesi, Russi e il supercriminale Andreanu (Donald Pleasence) - scambiano per un spia. Infatti il poveretto viene sottoposto a stravaganti sevizie e si salva solo grazie a un anello che gli dona, a tratti, l’invisibilità. Prontamente arruolato dalla Cia l’uomo si convince a dare la caccia ad Andreanu che minaccia il mondo con alcune fiale di un liquido terrificante. Il cattivo soccombe ed anche i vari servizi segreti, pronti a impadronirsi della superarma vengono beffati da Perry.
La prima parte del lavoro è brillante, veloce e attenta a non eccedere, evitando il classico effetto di saturazione. Poi però il film si perde in lungaggini né interessanti, né divertenti e giunge faticosamente al suo finale pacifista e abbastanza qualunquista nell’equiparare Usa, Urss e Cina maoista.
Anche in questo caso, pur trattandosi di un prodotto di buon livello spettacolare, con un regista importante e un cast rispettabile(ci sono anche Henry Silva, Nicoletta Machiavelli e Ira Furstenberg) gli incassi furono modesti a riprova dello scarso interesse complessivo che il filone spionistico italiano suscita nel pubblico della penisola..

Tra le opere peggiori di questo genere c’è il film d’esordio di Sergio Spina La donna, il sesso e il superuomo (apr. 1967; 95 ,min.) in cui si immagina che uno scienziato folle, Karl Maria van Beethoven (Adolfo Celi), rapisca un certo Richard (Richard Harrison) e lo trasformi in un robot al servizio della propria organizzazione filonazista. Non ha fatto i conti con la fidanzata (Judi West) della vittima che riesce a risvegliare nel partner la sua natura umana...
Si tratta di una parodia presuntuosa e girata con mezzi semiamatoriali (si salva solo Adolfo Celi) che non diverte mai, tra freddure indigeribili e vaghi ricordi del kubrickiano Stranamore.
Incassi inesistenti.

Tra le parodie si distingue Italian Secret Service (feb. 1968, 95 min.) di Luigi Comencini, un film che si avvale di un notevolissimo cast e di buoni mezzi di produzione, elementi che lo situano automaticamente al di sopra dei numerosi 007 all’italiana. Ciononostante si tratta di un’opera mediocre, basata su una sceneggiatura pessima che è la principale causa del fallimento del lavoro.
Natalino (Nino Manfredi), ex valoroso partigiano, viene reclutato dai servizi inglesi nella Roma contemporanea: deve controllare e ammazzare un presunto neonazista che si nasconde nella metropoli. La ricompensa è ingente e Natalino accetta; poi, però, non se la sente di uccidere a sangue freddo uno sconosciuto e subappalta il delitto a un disperato sempre in cerca di soldi (Giampiero Albertini). Questi, a sua volta, incarica dell’omicidio il suo avvocato (Gastone Moschin) e così via. Molto presto si viene a formare una combriccola di poveracci, nonché incapaci, chiaramente ricalcata su quella de I soliti ignoti (Monicelli, 1958) e di Audace colpo dei soliti ignoti (Loy 1959; ; si noti che Manfredi e Moschin facevano parte del cast di quest’ultima pellicola). La vittima finisce per sfuggire ai “sicari” ed anzi si stabilisce a casa di Natalino dove, tra ‘altro, gli seduce la bella moglie (Francoise Prevost). Nel pasticciato finale, giocato su toni farseschi più adatti agli sceneggiati per bambini che alle sale cinematografiche, si scopre che il neonazista è in realtà un quacchero americano che vuole esportare la formula della “Cola-Cola” negli Urss, per donare loro la stessa felicità che essa porta nel mondo occidentale. I sovietici, ritratti ovviamente come bonaccioni simpatici e innocui, non aspettano altro mentre i perfidi servizi inglesi, sordi ad ogni disegno pacifista, cercano di ammazzare il “traditore” con mezzi meschini.
Il film affonda, fin dall’inizio, in una trama puerile e soprattutto tediosa nella sua sfrontata ripetitività (segnale evidente di una carenza di idee degli sceneggiatori) e spreca un cast di prim’ordine che rimane l’unico motivo per guardare questa pellicola. Al contrario è interessante esaminare l’impostazione ideologica del racconto. Comencini aveva diretto controvoglia il quarto don Camillo (Il compagno Don Camillo, 1965), attirandosi le ire dell’universo “culturale” socialcomunista che, da sempre, guardava con enorme fastidio ai personaggi di Guareschi (come si è detto nessun regista italiano di primo piano aveva accettato di farsi “coinvolgere” nel ciclo di don Camillo e Peppone). Ora Comencini cerca di fare ammenda e gira un film segnato da evidenti simpatie filosovietiche. Mentre gli Inglesi appaiono gente spietata ed egoista, pronta ad ammazzare un povero quacchero idealista per proteggere la formula della Cola-Cola, quest’ultimo appare come l’unico personaggio positivo del film, animato dal tipico sentimento pacifista propagandato ad ogni angolo della terra dal sistema ideologico sovietico. La questione è abbastanza seria visto che il quacchero cita nientemeno che Bruno Pontecorvo (ed altri) tra i suoi eroi ovvero un signore che (con altri) ha facilitato l’esportazione dei segreti atomici in Urss al fine di creare un equilibrio negli armamenti nucleari che, secondo questa visione, garantirebbe la pace. Insomma il giovane esalta i traditori dell’Occidente in nome di una improbabile pacificazione universale. In tal senso anche l’esportazione della formula della celebre bibita si muoverebbe nella direzione di un’ideale di fratellanza universale che, nel racconto comenciniano, è maggiormente presente al di là della cortina di ferro che non nel nostro ”corrotto” e cinico universo capitalista.
Italian Secret Service, consueto ritratto degli italiani quali furbastri di buon cuore, incapaci di uccidere e pronti a servire il migliore offerente, non solo è una pellicola fallimentare dal punto di vista del semplice divertimento ma anzi, gli abituali (per la cultura “progressista”) messaggi antioccidentali, antipatriottici e filosovietici.
Ciononostante il pubblico italiano affollò le sale, decretando il pieno successo della pellicola.

A volte le riedizioni di vecchi film contenevano una pubblicità ingannevole, spesso ai limiti della vera e propria truffa allorché si spacciava per protagonista un attore che, divenuto di recente una celebrità, ricopriva invece nel film in questione solo un ruolo secondario. Manifesti e locandine venivano rifatti secondo questa logica e così poteva accadere che un attore presente anche soli pochi minuti venisse indicato come il protagonista principale. Il caso più clamoroso fu quello di Charles Bronson: questo attore, che aveva fatto una lunga gavetta (a partire dagli anni cinquanta) divenne una star solo con C’era una volta il West (Leone, 1968). Negli anni settanta furono numerosi i film, soprattutto western, rieditati in cui un Bronson comprimario veniva indicato come personaggio principale mentre i nomi dei veri protagonisti venivano scritti (sul nuovo materiale pubblicitario) in caratteri piccoli e defilati.
Con il caso di American Secret Service (giu 1968, 80 min.) di Enzo Di Gianni assistiamo ad una manovra ancor più spericolata e offensiva nei confronti del cliente: pur di mettere sul mercato l’ennesima spy story all’italiana, il regista ricicla il vecchio film Che femmina e che dollari (Simonelli, 1960) quasi per intero e gli aggiunge, in coda, quindici minuti tratta da Scandali nudi (Di Gianni, 1963) con Franco e Ciccio investigatori.
Nel film principale una coppia di detective americani (tra cui Mario Carotenuto) cercano a Napoli una ragazza newyorchese di cui si sono perse le tracce e che si scoprirà essere la cantante Dalida. I due film, riutilizzati senza la minima menzione su manifesti, locandine e fotobuste, è di fatto una doppia truffa: si inseriscono due vecchi lavori di forza nel genere bondiano laddove i due racconti non posseggono alcun punto di somiglianza con le avventure della spia britannica e non si avvisa il pubblico che potrebbe avere già visto quelle pellicole.
L’operazione (tra l’altro entrambi i film erano oltremodo mediocri) fu un prevedibile fiasco commerciale.

testo scritto nell’apr. 2021