Un simpatico mascalzone e Il mondo dei miracoli

Napoli sole mio, Perfide... ma belle, Ricordati di Napoli, Tre straniere a Roma, Amore e guai, Le bellissime gambe di Sabrina, L’amore nasce a Roma, Un simpatico mascalzone, Carosello di canzoni, Il mondo dei miracoli, I ragazzi dei Parioli, Napoli è tutta una canzone, Avventura a Capri, Mattina di primavera, Destinazione San Remo, Lui lei e il nonno, Quel tesoro di papà, Quanto sei bella Roma, Paisanella, Agosto donne me non vi conosco, La 100 chilometri, I ragazzi del Juke Box, Juke Box urli d’amore, Cerasella: le vie accidentate del matrimonio alle soglie del modernismo (1958-59)

              “Tutti i miei film non somigliano a me, tranne forse qualcuno;
              somigliano ai produttori che me li hanno fatti fare”
              Vittorio De Sica in Il mondo dei miracoli

Giorgio Simonelli segue i sentieri consueti nel confezionare il melodramma Napoli sole mio o Lorella (mar.1958, 95 min.) e ottiene un esito discreto, premiato anche da un consistente riscontro commerciale.
Lorella (Lorella De Luca), giovane educata appartenente alla Napoli benestante, si innamora perdutamente del posteggiatore-cantante Michele (Maurizio Arena). La madre Matilde (Titina De Filippo), ostacola ferocemente il fidanzamento della coppia dopo avere scoperto l’abissale miseria in cui vive Michele in una divertente sequenza da antologia. I giovani fanno di testa loro, si sposano, hanno una bambina mentre, come dubitarne, il successo arride a Michele che diviene un acclamato cantante. Matilde tiene duro per oltre un anno, straccia le lettere della figlia e si chiude in un orgoglioso isolamento; poi cede e tutto perdona.
Tutti i consueti stereotipi si danno appuntamento in questa pellicola che si avvale, tuttavia, dell’ottima interpretazione del cast e di alcune piacevoli canzoni. Il film rimane saldamente ancorato alla tradizione patriarcale: certo la giovane trasgredisce l’ordine costituito ma solo per amore e per divenire una rispettabile madre seppure in un contesto controverso. La massima aspirazione di Lorella rimane quella di creare un’armoniosa famiglia e di donare dei figli all’amato Michele che, nel frattempo, trova il modo di assicurare il benessere della nuova famiglia attraverso i suo lavoro.
Il melodramma napoletano si conferma un luogo principe della Tradizione e del buon senso: le sue eroine certo non ambiscono a diventare ricche dirigenti d’industria o facoltose commercianti bensì cercano di realizzarsi tra le mura domestiche dove, rassicurate dalle attenzioni del marito, si spendono nel difficile lavoro di madri.
Toni meno intensi e quasi umoristici attraversano invece il successivo Perfide... ma belle (dic. 1958, 90 min.) in cui la premessa del matrimonio interclassista, ostacolato dalla famiglia benestante, funziona da semplice prologo.
Michele (Claudio Villa), meccanico e cantante, lascia Torre del Greco per Napoli dove si trova conteso da numerose fidanzate ansiose di accasarsi. Nella pensione Tecla egli può scegliere tra tre vivaci sorelle nubili (tra cui Rossella Como e Gisella Sofio) mentre Lauretta (Susanna Canales), in fuga da uno spasimante poco gradito, lo prega di fingersi suo promesso sposo. Il protagonista, estremamente disponibile e alla ricerca di una sua collocazione nella capitale partenopea, dà corda a tutte. I malintesi non si contano e si giunge a un doppio pranzo in cui il futuro sposo deve alternarsi tra le due tavolate presenti in due ristoranti vicini, nel cuore di Napoli. Alla fine l’amore vero sboccia con Lauretta mentre le tre sorelle troveranno nuovi corteggiatori.
La commedia, densa di sottotrame accattivanti (ci sono bande di rapinatori che usano Michele come schermo e un manager spassoso, Mario Riva, che sfrutta l’ingenuo e disponibile protagonista) corre con un ritmo brillante, inanellando situazioni accattivanti sostenute da un cast perfetto (ci sono anche Virgilio Riento come portinaio”trombettista”, Luigi Pavese burbero commissario e perfino Silvano Tranquilli in un ruolo minore).
L’ansia da marito rimane il tema principale di queste briose commedie, con venature drammatiche: le figure femminili, tutte rigorosamente blindate in casa dalla famiglia (la donna emancipata e lavoratrice non esiste nel meridione d’Italia), attendono con pazienza l’arrivo del corteggiatore giusto, possibilmente (ma non sempre) in accordo con la famiglia. Nient’altro esiste per queste fanciulle la cui vera esistenza nel mondo inizierà solo dopo il tanto atteso e desiderato matrimonio. Il sud, bistrattato da una cultura italica egemonizzata dal nord “illuminista” (si noti che tutte le principali case editrici si trovano tra Milano e Torino), rimane ancorato a valori tradizionali, antichi e non libreschi. Lo dimostra tutto questo cinema partenopeo, lontano dalle idee astrattamente egualitarie che si stanno radicando nella cultura settentrionale. Non a caso la tenuta elettorale anticomunista nei drammatici anni di piombo sarà garantita soprattutto dalle regioni del sud senza le quali il destino dell’Italia sarebbe stato differente e imprevedibile.
Gli incassi furono modesti.

Pino Mercanti firma Ricordati di Napoli (ott. 1958; 90 min.), commedia con momenti melodrammatici ispirata ai consueti schemi narrativi del teatro musicale, con esiti ordinari.
Tra Lucia (Giulia Rubini) e Johnny (Alberto Lionello) scoppia un amore travolgente. I due appartengono a famiglie che si odiano (secondo il consueto schema dei Capuleti e Montecchi) e quando il giovane, un cantante italoamericano, se ne torna negli Usa dimenticandosi di Lucia, quest’ultima dapprima ne soffre, poi, scopertasi incinta, precipita nella più cupa pazzia (non manca una sequenza di follia, nel solco delle tipiche scene madri del melodramma di Donizetti e Bellini del primo Ottocento). La famiglia la abbandona e la donna si chiude in se stessa, rifiutandosi di comunicare a Johnny la presenza del bimbo. Il,cantante, nel frattempo, intrattiene una relazione poco convinta con una donna ricca e prepotente. Al culmine del dramma tutto si aggiusta: Johnny, avvisato per lettera, si precipita a Napoli e sposa Lucia.
Il contorno della storia, affidato a validi caratteristi come Giuseppe Porelli, Dolores Palumbo e Riccardo Billi, è apertamente umoristico e cerca di mitigare il dramma amoroso che trova gli attori principali poco convinti. Mercanti non sembra credere fino in fondo al loro dramma e spreca così un ottimo cast. Anche gli intermezzi musicali sono poco entusiasmanti e così il film affonda negli stereotipi di cui si nutre. In generale la pellicola ribadisce, ancora alla fine del decennio, la centralità del matrimonio e lo sconfinamento in una zona proibita di qualunque ragazza costretta a crescere un figlio al di fuori del contesto coniugale. Il dramma di Lucia si concretizza anche nel dovere lavorare in un night club equivoco al fine di mantenere sé e il bimbo, ovvero in un contesto in cui nessuno la rispetta veramente.
Gli incassi furono esigui.

Claudio Gora si inserisce nel filone della commedia rosa con venature umoristiche con il modesto Tre straniere a Roma (ott 1958; 95 min.).
Nanda, Elsa e Marina (Yvonne Monlaur, Francoise Danell e Claudia Cardinale in una delle sue prime interpretazioni) sono tre lombarde in visita a Roma. Avendo notato che i ragazzi del luogo le evitano per correre dietro a tutte le straniere (giudicate più “disponibili”), le ragazze decidono di fingersi semplicemente nordiche (senza troppo precisare il paese di origine, indecise tra Danimarca, Svezia e Norvegia; di fatto due sono francesi mentre la terza è una Cardinale ancora abbastanza impacciata e messa in ombra dalle colleghe). Così prendono all’amo tre ingenui romani (Luciano Marin, Roy Ciccolini e Leonardo Botta) che si dissanguano per accontentarle, facendo figuracce a ripetizione. Scoperta la beffa i rapporti si fanno molto tesi... Ovviamente finisce lietamente con almeno una coppia decisa a sposarsi.
Sono gli anni delle straniere in Italia, canovaccio assai diffuso (da Souvenir d’Italie, Pietrangeli, a Venezia la luna e tu, Risi, 1958) che culminerà nell’incontro Mastroianni-Ekberg de La dolce vita (1960). In esso si favoleggia sulla disponibilità sessuale delle ragazze del nord, soprattutto francesi e svedesi, in quanto provenienti da culture in cui la sessualità viene trattata in maniera più ampia e disinvolta (si pensi alle coeve cinematografie francesi e svedesi). L’idea centrale - quella delle milanesi che si fingono nordiche - era notevole; peccato che la realizzazione si riveli opaca a causa di dialoghi poco brillanti e di attori prigionieri di una serie di stereotipi poco incisivi. Ci sarebbe stato materiale per sequenze esilaranti che, invece, si limitano a provocare qualche sorriso. C’è poi la storia secondaria della mantenuta (Tamara Lees) che, di tanto in tanto, se la spassa con uno dei giovanotti che inseguono le straniere e che appare molto indispettita dalla concorrenza di fanciulle decisamente più giovani.
Il film ovviamente illustra numerosi luoghi turistici di Roma ed espone la consueta morale tutta italiana: le ragazze, in quanto finte straniere, sono disponibili solo a qualche moina superficiale per blandire i loro corteggiatori i quali, se vorranno ottenere qualcosa di più, dovranno impegnarsi nel classico percorso che dal fidanzamento conduce al matrimonio. Altrimenti dovranno accontentarsi di disponibili cortigiane di età più avanzata... La centralità del matrimonio rimane garantita e le avventure semimercenarie rimangono eventi maschili compresi e tollerati in quanto confinati in una irrilevante marginalità. Le fanciulle lombarde, per quanto lontane dai modelli femminili del sud (queste lavorano o studiano e viaggiano da sole... ) rimangono per ora ancorate alla tradizionale logica del matrimonio, evento centrale e decisivo al quale bisogna presentarsi illibate. E’, insomma, un’Italia abissalmente differente da quella attuale (2021).
Il film non ebbe successo.

Angelo Dorigo esordisce con la modesta, stucchevole commedia Amore e guai (nov. 1958; 90 min.) di evidente impronta felliniana. In essa il neoregista interseca liberamente tre storie del tutto autonome, una delle quali girata a colori.
Il ferroviere Mastroianni non riesce a vedere la fidanzata telefonista Irene Galter a causa dei turni di servizio. Allora i due si accordano per sfruttare la sosta di tre ore a Firenze del primo per farsi una piccola gita; ovviamente gli imprevisti sabotano l’artificiosa iniziativa.
Il bel seduttore Maurizio Arena, vitellone nel solco di Franco Fabrizi, si barcamena tra la fidanzata gelosa (Eloisa Cianni) e le avventure occasionali (una attricetta di fotoromanzi che sembra uscita da Lo sceicco bianco). Riuscirà in extremis a salvare il fidanzamento.
Il timido e rassegnato Richard Basehart, la cui estrema bonarietà discende da quella del matto felliniano de La strada (interpretato appunto da Basehart) è un ex detenuto in cerca di un posto da muratore; lo assiste la fidanzata Valentina Cortese. Alla fine, dopo numerose delusioni, lo troverà.
Amore e guai è una commedia ottimistica, appena venata dalla cattiveria felliniana (Arena si sposerà presto ma certo non cambierà stile di vita) che si dilunga su piccoli eventi prevedibili e privi di interesse. L’unica considerazione che se ne può trarre è ancora l’assoluta centralità dell’evento matrimoniale nell’Italia degli anni cinquanta. Niente può insidiare questo evento che segna, in ogni caso, il passaggio dalla gioventù all’età adulta, soprattutto per il mondo femminile disposto ad accettare anche qualche infedeltà maschile pur di non perdere l’appuntamento coniugale.
Il film passò inosservato.

Altrettanto stucchevole è il mediocre Le bellissime gambe di Sabrina (nov. 1958, 90 min.) in cui Mastrocinque cerca di rendere accettabile lungo novanta minuti (che appaiono interminabili) una sola, modestissima idea narrativa: il fotografo Antonio Cifariello deve ottenere il permesso di utilizzare le foto della indossatrice Mamie Van Doren per vincere un concorso pubblicitario di una ditta di calze. Il problema è che la donna possiede una doppia vita ed è coinvolta in una serie di rapine internazionali e proprio immagine delle sue gambe è un indizio chiave per l’Interpol a causa di una serie di nei. Ovviamente il fotografo si innamora della modella e viceversa...
Anche le storie secondarie (una rapina alla casa di mode dove lavora la protagonista; le schermaglie amorose nello studio fotografico di Cifariello) sono scialbe (e non riescono a salvare la mielosa pellicola che, infatti, sarà un mezzo fiasco.

La terza fatica del 1958 del prolifico Mario Amendola è L’amore nasce a Roma (dic. 1958, 90 min.), simpatica commedia musicale apertamente ispirata alla Bohéme di Puccini.
In una scalcinata soffitta romana il pittore Lello (Claudio Villa) e il cantante in erba Mario (Antonio Cifariello) vivono di stenti. Entrambi si sono intestarditi a percorrere un sentiero artistico per il quale non posseggono alcuna inclinazione, errore da cui scaturiscono numerose gag decisamente divertenti. Tutto sembra volgere al peggio quando invece i due protagonisti scoprono di avere differenti talenti ovvero Lello si scopre ottimo cantante e Mario valido pittore. Anche le fidanzate (Rossella Como e Valeria Moriconi) che pazientemente li supportano, ad un certo punto si scambiano i partner... E alla fine vissero tutti felici e contenti.
Il soggetto è poca cosa: infatti la derivazione pucciniana (ennesima riconferma della continuità esistente tra melodramma e film italiano) rimane l’unica componente suggestiva. D’altro canto però dialoghi e situazioni sono ben orchestrati, i comprimari decisamente piacevoli (impagabile il maestro di canto disegnato da Carlo Campanini, memore di quello interpretato da Achille Majeroni in Mi permette babbo! - vedi) e le figure femminili brillanti quanto serve, evitando di impantanare il racconto in lungaggini sentimentali. Ampio spazio è riservato alle canzoni perfettamente intonate da Claudio Villa che qui si scopre anche ottimo attore.
Il film riconferma la visione patriarcale ancora egemone: le due fidanzate concedono poco ai loro fidanzati, sicure di far loro cosa gradita, situando la propria presenza in una rispettosa secondarietà, tutta giocata sulla centralità del matrimonio prossimo venturo. Gli affetti sono ben calibrati ma sempre inquadrati nel percorso tradizionale finalizzato alla creazione di una solida famiglia.
Il film non riscosse un particolare successo.

Toni più drammatici si riscontrano nel successivo, notevole Un simpatico mascalzone (mag. 1959, 95 min.) in cui Amendola sembra ancora ispirarsi al mondo operistico oltre che a La strada (Fellini, 1954).
Mario (Maurizio Arena) è un ragazzo di borgata senza particolari qualità. Lavora senza convinzione da un meccanico e passa le serate con un gruppo di amici che stravedono per la nuova moda americana del rock, tra feste fracassone e flirt senza importanza. Un giorno assiste a una recita di Otello da parte di una scalcinata compagnia di guitti di strada che fanno del loro meglio per tenere viva questa tradizione teatrale morente e viene come “abbagliato” dalla prima donna Virginia (Cathia Caro). Il gruppo di teatranti, guidato da Ermete (un brillante Carlo Campanini), padre di Virginia, annovera tra le sue fila Virgilio Riento e un commovente Alberto Sorrentino, innamorato (senza speranza) di Virginia. Mario si incapriccia a tal punto della ragazza da decidere di entrare nella compagnia, tentando di divenire un vero attore. Le settimane passano, Mario recita in numerosi ruoli, speso allusivi della sua vicenda amorosa e finalmente riesce non solo a fidanzarsi con Virginia ma addirittura a possederla. La donna cede malvolentieri e rimane incinta mentre il giovane, ottenuto lo scopo che si era prefisso, scompare. Il racconto prende una piega drammatica: Virginia soffre in silenzio per mesi, nascondendo come può la sua nuova condizione. Si giunge a un classico apice narrativo quanto, al culmine della disperazione della giovane, Mario, assalito dai rimorsi e consapevole della fatuità della sua compagnia di neorockettari, ritorna precipitosamente dai teatranti e irrompe sulla scena proprio nel ruolo del giovane rinsavito e pronto a farsi carico dei propri doveri.
Il film dunque si ispira nel suo complesso ai temi de La strada e non sfigura affatto di fianco al capolavoro felliniano. Il taglio sostanzialmente corale del racconto valorizza l’apporto dei singoli attori, tutti estremamente credibili e suggestivi nel loro tentativo di mantenere in vita, con mezzi modesti e spesso amatoriali, una grande tradizione letteraria. Il racconto si mantiene in perfetto equilibri tra commedia e farsa (le numerose componenti grottesche presenti nelle rappresentazioni) prima di virare verso il dramma: è allora che il testo sembra ispirarsi a I pagliacci (Leoncavallo, 1892) con il grande finale a sorpresa (il ritorno dell’amato) in cui vita e rappresentazione si confondono felicemente sul palcoscenico di fronte a un pubblico sorpreso e incredulo.
Oltre al tema del teatro popolare di antica tradizione il film riflette sull’arrivo a Roma delle novità culturali americane: numerosi sono i riferimenti a Marlon Brando, Elvis Presley e ai comportamenti della cosiddetta “gioventù bruciata”. Questo universo, simile a quello che circonda Mario, viene posto in evidente contrapposizione con quello dei girovaghi il cui pubblico si compone di persone di mezza età e di estrazione popolare mentre i giovani infatuati dalle novità d’oltreoceano sono, in genere, borghesi benestanti. Questi ultimi assistono agli spettacoli dei primi solo per deriderli. Mario è indeciso: comprende che si tratta di due mondi incompatibili, partecipa a quello “arcaico” di Ermete quasi per sfida anche se, gradualmente, finisce per affezionarsi a quell’universo e tornato “a casa” tra i sui amici rumorosi e inconsistenti, prova un’intima dissonanza che diviene lacerazione quando un amico si vanta con lui di essere finalmente padre e di avere simbolicamente vinto la morte (attraverso la discendenza). A quel punto Mario capisce e torna da Virginia per chiedere perdono.
Amendola traccia con coraggio una visione conservatrice del mondo in cui difende le antiche tradizioni come scrigno di importanti verità umane sconosciute alla gestualità esagitata e artefatta dei “nuovi giovani” i quali, peraltro, trovano numerosi registi pronti a difenderli e a schierarsi dalla loro parte (I ragazzi del juke box e Urlatori alla sbarra di Fulci). In fondo il grande scandalo de La dolce vita (1960), con quel paparazzo che non riesce più a sentire la voce della Tradizione (impersonata dall’angelo ) tratta proprio questa materia, imponendo con forza la svolta scettica della modernità e il nuovo universo sconcertante in quanto privo di valori certi.
Il film non riscosse successo.

Luigi Capuano, prolifico autore di commedie e drammi partenopei, gira il simpatico Carosello di canzoni (dic. 1958, 90 min.) che racconta le imprese di un napoletano che, allergico al lavoro regolare, vive (a Roma) di espedienti fantasiosi, sempre a un passo dalla truffa, la qual cosa tiene la sua famiglia in uno stato di perenne apprensione.
Salvatore (Giuseppe Porelli), sempre pieno di debiti, è costretto a lavorare in una casa discografica di proprietà del suo padrone di casa. Qui conosce Peruzzi (Raffaele Pisu) che corteggia una delle sue figlie (Wandisa Guisa) e insieme organizzano un piccolo festival dei sosia ovvero un concerto in cui una serie di attori in cerca di lavoro imita cantanti celebri e intona canzoni che provengono dai nastri momentaneamente presi in prestito da Salvatore dalla casa discografica. Il padrone della medesima (Michelangelo Malaspina) lo denuncia ma un simpatico pretore melomane (Arturo Bragaglia) lo assolve. C’è poi una sottotrama relativa alla seconda figlia (Maria Fiore) di Salvatore che cerca, invano, di far accettare al padre il suo fidanzato che però possiede un “difetto”: è un impiegato che difende la logica del posto regolare e fisso...
La commedia è un pretesto per una lunga sfilata di canzoni. Ciononostante gli attori sono tutti convincenti e brillanti e la storia, incentrata sull’anarchismo gentile del protagonista, feroce nemico del lavoro ordinario inteso come schiavitù dei “ciucci”, possiede una sua originalità accentuata dalla insofferenza dei numerosi personaggi (soprattutto femminili, baluardo indiscusso della convenzionalità) che lo circondano (a cominciare dalla moglie) e che lo spingono invece verso scelte più ordinarie e grigie.
Gli incassi furono modesti.

Anche il film successivo di Capuano prende in esame il mondo dello spettacolo, con particolare riferimento a quello del cinema. Il mondo dei miracoli (giu 1959, 100 min.) racconta nuovamente le vicende di due attori di provincia - Marco (Jacques Sernas) e Laura (Virna Lisi) - che, in modalità differenti, cercano di sfondare a Roma, il primo a Cinecittà e la seconda in teatro. I due protagonisti, di fatto fidanzati, si trascurano a vicenda per potere sfondare nel caotico e corrotto universo dello spettacolo. In particolare Marco diviene dapprima l’amante di una potente intermediaria (Yvonne Sanson) e poi di una diva (Kerima), ma l’ansia di riuscire a diventare, di colpo, una star gli fa commettere numerosi errori che lo portano al fallimento. Al contrario Laura, contando sulle sole forze proprie, aiutata da Damiani, un regista serio e sensibile (Vittorio De Sica), viene acclamata. Al centro si trova il personaggio di De Sica, sostanzialmente autobiografico ovvero un regista deluso dal mondo del cinema (dopo il fiasco terribile de Il tetto, 1956) che non dirige più e si limita a lavorare in teatro. Di fronte ai cast pasticciati che gli vengono imposti (da Kerima) Giordani rifiuta l’ennesimo progetto cinematografico in cui avrebbe dovuto assecondare le esigenze commerciali della produzione.
Capuano gira un film serio e impegnativo in cui solo a tratti si sorride. Egli dà voce soprattutto a De Sica che si dilunga in disamine istruttive su film del produttore (ovvero pensati per piacere al pubblico più vasto e grossolano) e film del regista in cui quest’ultimo può fare le sue scelte artistiche e controllare l’opera. Capuano sembra riflettere con grande sincerità intorno a questo dilemma e firma un racconto in cui sembrano esistere due mondi: coloro che sono disposti a ogni compromesso pur di arrivare ad essere dei protagonisti di successo e coloro che invece coltivano con passione il proprio talento e non lo svendono al primo venuto. Così Marco, emblema della prima categoria, si comporta in maniera disonesta e fallisce mentre Laura, quasi per caso, ottiene il successo. Lo sguardo del regista è sostanzialmente disilluso ma anche consapevole che, a volte, il caso può aiutare un vero talento ad emergere, anche in circostanze sfavorevoli. Nel dipingere questo universo di teatranti cinici e privi di un solido orizzonte di valori il regista napoletano riesce addirittura ad anticipare temi ed atmosfere de La dolce vita (1960). Al capolavoro felliniano rimandano la figura della diva americana che, circondata da una piccola corte, detta legge, l’universo dei night club con i loro spettacoli esotici e sensuali, la figura del provinciale (peccato che Sernas si dimostri attore troppo rigido e monocorde...) che cerca la propria strada a qualunque costo come pure la figura dell’intellettuale sfiduciato e deluso (Damiani anticipa Steiner). Inoltre i miracoli su cui ironizza il titolo troveranno nel testo felliniano una trattazione estesa e beffarda (l’episodio dei falsi veggenti).
C’è infine un medesimo riferimento ironico al mondo filmico di Tarzan: ne parla Marco all’inizio del film (in un ambiente agreste) e ne parlano i paparazzi che fotografano, appunto, il fidanzato assopito di Anita Ekberg. Infine l’idea di una purezza angelica che potrebbe salvarci - l’angelo sulla spiaggia del gran finale felliniano - è perfettamente rappresentato dalla candida e remissiva Laura. E’ lei a trionfare nell’ottimistico finale di Capuano mentre in Fellini rimane solo una voce lontana e misteriosa, che parla una lingua divenuta incomprensibile..
Capuano firma pertanto un film di notevole valore, probabilmente la sua opera migliore: in essa egli descrive con intelligenza il vivace nichilismo che assedia il vasto mondo dello spettacolo e termina su una nota di ottimismo che, tuttavia, riguarda solo l’elitario mondo del teatro. Il grande cinema popolare sembra ormai incapace di autenticità.
Il mondo dei miracoli ottenne incassi modesti.

Il poliedrico Sergio Corbucci si pone nel solco dell’enorme successo ottenuto da Carné con Peccatori in blue jeans (1958) allorché gira I ragazzi dei Parioli (feb.1959, 90 min.), pellicola completamente incentrata sul ritratto di un ampio gruppo di ragazzi ricchi e viziati, residenti nel quartiere più elegante di Roma. Fa da controcanto la figurina un po’ patetica di Nino Manfredi, un poveraccio che con determinaizione fa la corte a una bella giovane (Valeria Moricone) con velleitarie ambizioni di attrice.
Una coppia di ragazzi sfaccendati (Enio Girolami e Raf Mattioli) organizza uno scherzo ai danni di due figuranti (Scilla Gabel e la citata Moriconi) di Cinecittà. Fingendosi due segretari di produzione le convocano nell’elegante appartamento di uno dei due e cercano di sedurle. Le due provinciali, fin troppo sprovvedute, cercano come possono di tenere testa ai due giovani: una sembra cedere, l’altra invece si ribella e viene malmenata dall’irritato giovinastro. Nel finale irrompono in scena tutti gli amici, guidati da Susy (Alessandra Panaro), vagamente infatuata di uno dei protagonisti. La crescente tensione - si era ormai in pieno dramma con il sospetto che la ragazza ribelle fosse stata addirittura uccisa dalle botte del giovane - si stempera e si ritorna al clima scherzoso dell’inizio. Le due ragazze ritornano ai loro quartieri periferici e una delle due sembra ora apprezzare l’ostinato e un po’ sciocco corteggiatore che vorrebbe addirittura sposarla.
La pellicola trascina per le lunghe questo interminabile scherzo e la coppia di protagonisti non possiede la stoffa per tenere desto l’interesse della vicenda. Per fortuna ci sono le figure di contorno di Susy e dell’umile corteggiatore che riescono a donare un po’ di verosimiglianza a questo raccontino un po’ artefatto e troppo simile al suo modello francese. In ogni caso le interminabili schermaglie tra seduttori e soubrette vengono condotte in un abile crescendo che risulta efficace soprattutto per i dubbi che la situazione fa insorgere nelle due “vittime”, entrambe combattute tra modernità (una carriera di attrice costi quel che costi) e tradizione (il ritorno ai propri ambienti naturali attraverso un matrimonio convenzionale, eventualità di cui entrambe le giovani parlano lungamente). Il tentativo di ottenere i favori sessuali di due ragazze che, si intuisce, sono ancora vergini rende la partita in qualche modo decisiva: concedersi ai “mascalzoni” significa per le ragazze scegliere in maniera definitiva la via della modernità, con scarsissime possibilità di ritorno sulla via della “normalità” dell’epoca. In tal senso il dramma è reale e va ben oltre la consumazione di un semplice rapporto sessuale.
Nonostante questi limitati meriti il film incassò poco.

Tra i peggiori film dedicati alla città campana troviamo Napoli è tutta una canzone (mar. 1959, 80 min.), penultimo film di Ignazio Ferronetti.
Nicoletta (Dina De Santis), soubrette di successo, torna nella sua Napoli, rivede l’amico Luciano (Paolo Sardisco), un modesto e orgoglioso posteggiatore, di cui forse era già innamorata e accarezza l’idea di sposarlo. L’uomo però appare indeciso: Nicoletta non è certo la moglie illibata della Tradizione. La donna percepisce questa dissonanza, comprende di appartenere a un altro universo (perfino la sua famiglia, anch’essa povera ma fiera delle proprie radici, la accoglie con freddezza), ormai estraneo alle usanze partenopee e riparte col suo impresario (Elio Steiner) che probabilmente sposerà.
L’argomento è interessante - l’ennesima variante intorno al conflitto tra Tradizione e Modernità - ma la realizzazione è ordinaria quando non rozza. Dialoghi scialbi e falsi si alternano a lunghe digressioni canore mentre i dubbi del posteggiatore innamorato e perplesso dissolvono il presunto incanto dell’amore.
Gli incassi furono ovviamente scarsi.

Il film d’esordio di Giuseppe Lipartiti, Avventura a Capri (mar. 1959, 90 min.), non brilla certo per originalità. Nel tentativo di descrivere una giornata di vacanza nella celebre isola campana il regista chiama a raccolta tutte le consuete macchiette che animano il cosiddetto film vacanziero. Ecco allora la francesina (Yvonne Montaur) in cerca di un fidanzato italiano, i giovanotti romani (Maurizio Arena e altri) a caccia di bellezze locali e non, la giovinetta del luogo alle prime armi (Alessandra Panaro), il barone squattrinato (Nino Taranto) che si crede ancora un Casanova, la sua matura compagna (Xenia Valderi) che attende da anni di essere sposata, la coppia in luna di miele (Leopoldo Trieste in un evidente omaggio all’opera prima felliniana Lo sceicco bianco), la quarantenne provocante (Ely Drago) che si offre ai giovani del posto. Tutto il girotondo si snoda prevedibile, allungato da inutili esibizioni canore, senza che nessun episodio o personaggio appaia realmente ispirato. Interessanti risultano solo i meravigliosi paesaggi dell’isola.
Gli incassi furono modesti.

Il quarto ed ultimo film di Giacinto Solito, Mattino di primavera (apr.1959, 80 min.) è un piacevole raccontino, gentile e senza pretese che tuttavia, come pochi altri, dipinge la nuova generazione che si sta affacciando al nuovo decisivo decennio.
Marisa (Clara Marcaccini) e Alberto (Bruno Carotenuto) sono due ginnasiali capricciosi, provenienti da famiglie piccolo borghesi. La ragazzina (14 anni) è completamente assorbita dal proprio aspetto fisico, sente di essere ormai una “signorina”, rifiuta i calzettoni della mamma, ruba le calze di nylon della sorella più grande e va a scuola così agghindata; per tutta la giornata quelle calze sembrano essere la sua unica vera preoccupazione. Il ragazzo (15 anni) è invece un tipo svagato e ancora poco attento alla bellezza femminile (rimprovera alla amica di non avere messo i più pratici calzettoni... ); però è attento a cento cose diverse, ci tiene a mostrarsi informato su tutto, si impossessa della lambretta del fratello più grande e trascina Marisa fino a Ostia Scalo a vedere gli scavi romani, atteggiandosi a guida. In quel luogo, nel teatro ben conservato, Marisa potrà mostrare al nuovo amico la sua passione per la recitazione e per il teatro mentre entrambi sono d’accordo nel considerare il cinematografo poca cosa (simpatica allusione metafilmica del regista). Il sogno finisce presto: la coppia, rimasta (all’inizio della vicenda) accidentalmente fuori dai portoni della scuola e pertanto quasi “costretta” a passare la mattinata insieme, rimane bloccata sulla via del ritorno (la motoretta è senza benzina) e il magico equilibrio salta. Entrambi si tolgono le maschere di finti adulti e appaiono due ragazzini terrorizzati dalle conseguenze del loro grave ritardo nel rientro a Roma mentre nelle due rispettive famiglie il panico ormai dilaga. Tutto finisce bene e il giorno dopo la coppia si rivede davanti al ginnasio.
Il film, pur basandosi su una sceneggiatura assai esile e pur appartenendo a un filone “scolastico” assai minoritario negli anni cinquanta (pochi i film significativi ambientati tra ragazzi tra i quali si ricorda soprattutto Terza liceo) quando al cinema ci andavano prevalentemente gli adulti, poco interessati alle puerili peripezie dei ragazzini, ha modo di delineare due figurine simpatiche e soprattutto emblematiche del loro tempo. Quello che appare chiaro fin dall’inizio è che Marisa e Alberto appartengono a due universi assai distanti tra loro in un’epoca in cui nelle classi maschi e femmine venivano rigorosamente divisi e tenuti a distanza. Gli stereotipi di maschio e femmina erano ancora perfettamente calati in una realtà in cui quasi nessuno ancora osava sottoporli ad esame “illuministico”. Così la ragazzina si preoccupa per tutta la lunga giornata del proprio aspetto fisico, delle sue famose calze e di questioni meramente domestiche laddove il giovanotto si fa un vanto di conoscere il mondo, di sapersi aggirare con sicurezza in esso (la lambretta e la gita a Ostia), di avere vasti interessi e di sapere affrontare con maturità ogni imprevisto (almeno fino alla questione della benzina). Insomma il dualismo maschio-femmina viene ricondotto entro le classiche categorie della Tradizione con la ragazza, completamente assorbita dalla propria sessualità e dal proprio desiderio di essere seducente (di cui l’aspirazione a divenire un’attrice è una coerente derivazione) che riconosce nel ragazzo la sua guida necessaria, capace di organizzare la sua esistenza al di fuori delle protettive mura domestiche, mura alle quali più volte, durante quella mattinata Marisa cerca di fare ritorno, ogni volta dissuasa da Alberto che vuole esibire le proprie capacità di saputello Cicerone.
Completano l’ottimo cast, nei ruoli di capofamiglia, Andrea Checchi e Memmo Carotenuto, entrambi perfetti dapprima nel proprio smarrimento di fronte alla presunta, incombente tragedia (si pensa subito all’incidente stradale per lui e alla possibile “perdita dell’onore” per lei) e, in seguito, nella ritrovata serenità conclusiva.
L’operina incassò poco.

Domenico Paolella gira Destinazione San Remo (apr. 1959; 90 min.) al fine di documentare il festival della canzone (giunto alla sua nona edizione) con questo piccolo film in cui le principali esibizioni della manifestazione, filmate per esteso, si intrecciano ad alcune vicende segnate da un umorismo stravagante; queste ultime servono da semplice intermezzo tra una esibizione canora e l’altra.
Mentre gli spezzoni di fiction - un treno bloccato da una frana, una vicenda amorosa italo-francese, un incauto giocatore pieno di debiti - sono irrilevanti, il vero valore del film consiste nell’avere restituito, con una certa completezza, l’atmosfera del festival e dei suoi principali protagonisti. Ricordiamo Domenico Modugno che vinse quell’anno con Piove (Ciao ciao bambina), Nilla Pizzi, Teddy Reno, Claudio Villa, Johnny Dorelli e Aurelio Ferro. Tra gli interpreti della parti “aggiunte” ricordiamo Tino Scotti e Gabriele Tinti.
La pellicola non fu un successo commerciale.

Anton Giulio Majano si inserisce nel solco della commedia umoristica di taglio conservatore con il mediocre Lui lei e il nonno (mag.1959; 90 min.) in cui si raccontano gli sforzi di un nonno-impresario genovese (Gilberto Govi), ma residente a Napoli, di mettere in riga lo scapestrato nipote (Walter Chiari), anche lui assai poco napoletano e a convincerlo dapprima a sposarsi, poi a evitare la separazione. Tutto finirà lietamente: i mariti - c’è una vicenda parallela molto simile che impegna Roldano Lupi e Yvonne Furneaux - comprenderanno che non c’è vero amore fuori del matrimonio...
La pellicola, quasi tutta in interni pur avendo a disposizione le bellezze di Napoli e un cast notevolissimo, è prevedibile e noiosa nelle sue lungaggini affidate a dialoghi senza importanza e a situazioni prive di qualunque originalità. Il nostro eroe, poco convincente sia come marito sia come playboy, sposa Graziella, sua efficiente segretaria (Elena Merolla), la rinchiude in casa, la trascura e si dedica alle altre numerose e vivaci impiegate della ditta, tra cui risalta Valeria Moriconi. Graziella pensa allora alla separazione sul modello americano di cui sono interpreti gli altri due protagonisti, giunti a Napoli proprio dagli Usa dove risiedono. Il film cerca, insomma, di tracciare il paragone tra stile americano e italiano, i divorzi facili d’oltre Atlantico confrontati con le rarissime separazioni italiane. Il tutto ha però il sapore di un compitino didascalico e artificioso, incapace di portare acqua al mulino della Tradizione (tra l’altro si parla sempre di amore e quasi mai di figliolanza ovvero del vero motivo per cui ci si sposa... ) mentre ormai impazzano i filmetti rock con Celentano e Mina che propongono figure umane simpatiche e spumeggianti, veri segni della modernità che si affaccia prepotente nella penisola. Gli elogi al modello italiano infine trionfante (anche la coppia americana alla fine lo segue) appaiono mal posti anche perché la Moriconi e la Masiero (specializzata all’epoca in ruoli di amante o mantenuta) bucano lo schermo mentre la Merolla appare opaca e un po’ troppo lagnosa.
Come prevedibile il film passò inosservato.

Marino Girolami firma il brillante Quel tesoro di papà (giu 1959, 90 min) ove, all’interno di una vicenda amorosa convenzionale, si trova una divertente satira degli stereotipi della cultura filmica progressista.
Zia Adelaide (Carla Calò), appartenente a una blasonata famiglia partenopea, cerca un marito adeguato (nobile e ricco) per la nipote Marina (Yvonne Montaus) e nasconde a tutti, compresa la giovane, il fatto che suo padre, il barone Ludovico (il cantante Aurelio Fierro), è un nobile spiantato che fa il capocomico di una scalcinata compagnia di rivista. Quest’ultimo, però, è molto affezionato a Marina e riesce a far fallire tutti i tentativi della zia di maritarla con mezze figure prive di qualità. La pellicola riprende il caratteristico sguardo ostile nei confronti della nobiltà che era già del cinema fascista e che si ritrova in alcune commedie del periodo (si ved Il conte Max di Bianchi, che peraltro riprendeva un film di Camerini del ventennio). La cosa divertente però è che, siccome Marina ha maturato la medesima ostilità nei confronti di quell’ambiente, al povero marchese Franco (Ennio Girolami) non resta che fingersi un povero meccanico spiantato per potere sedurre la giovane. Pur di rimanerle accanto finirà addirittura a fare il ballerino nella compagnia di Ludovico fino al disvelamento finale, al faticoso perdono e all’immancabile lieto fine.
La pellicola possiede un buon ritmo e si avvantaggia dalla descrizione parallela dell’universo degli aristocratici comparato a quello dei guitti dei teatri di periferia (che sono poi tutte sale cinematografiche che, all’epoca, alternavano cinema e avanspettacolo). Gli attori sono tutti brillanti (in ruoli secondari ci sono anche Raffaele Pisu e Gisella Sofio) e alcune trovate (la finta festa aristocratica, inscenata dalla compagnia di attori per ingannare zia e nipote) abbastanza originali.
La componente più coraggiosa e insolita è invece quella relativa alla sottesa critica del cosiddetto cinema “impegnato” ovvero un tipo di film che si trovava al di là di un immaginario steccato rispetto a queste commedie canterine della cultura meridionale. Così pur di piacere a Marina, invaghita della cultura popolare prevalente, Ludovico non solo si finge meccanico, ma si lamenta di un’infanzia disagiata, fatta di genitori alcolizzati che lo trascuravano quando non lo picchiavano. Nel mettere in scena questa commedia nella commedia Ludovico arriva a citare espressamente quegli intellettuali di sinistra che, dalla mattina alla sera, si occupano di “umiliati e offesi” con toni melodrammatici laddove lo sguardo di Girolami sulla medesima realtà (rappresentata dagli spiantati attori di rivista, sempre pieni di debiti e a un passo dalla rovina finanziaria) possiede un carattere più umoristico e bonario, certamente esente dalla consueta tentazione faziosa, tipica della visione socialcomunista, di attribuire colpe e responsabilità di quelle miserie alle classi benestanti.
Gli incassi furono modesti.

Al contrario incassi più consistenti ottenne il successivo e mediocre Quanto sei bella Roma (dic. 1959; 90 min.) in cui la tematica amorosa e matrimoniale rimane preminente, sebbene trattata senza estro, ricorrendo ai soliti stereotipi.
Claudio Villa ed Enio Girolami sono fidanzati con le sorelle Lorella De Luca e Maruja Bustos ma corteggiano le straniere (tra cui “l’americana” Maria Fiore). Scoperti dalle fanciulle vengono immediatamente lasciati e faticano non poco a farsi riaccettare. Come storia secondaria c’è un appannato Raffaele Pisu che amoreggia con Maria Fiore. Quest’ultimo si trasferirà in America e risolverà i problemi economici della giovane coppia vendendo la sua stazione di benzina.
Il film è solare e positivo e nella sua semplicità doveva irritare non poco la critica militante filosovietica”. L’Italia appare un’oasi felice in cui giovani simpatici e capaci hanno mille possibilità: sposare due americane e andare a vivere in Oklahoma (dal disponibile “alleato americano”) o rimanere patriotticamente in Italia, nazione di cui i due giovani non smettono di cantare le lodi. Ovviamente sceglieranno la penisola e le fidanzate italiane.
Roma viene ritratta con buon senso paesaggistico attraverso le lunghe e spettacolari sequenze in cui Claudio Villa sfreccia su una bella vespa per le vie della capitale. Questa idea visiva influenzerà forse il Nanni Moretti di Caro diario (l’episodio della motocicletta, 1993). C’è però poco altro oltre i paesaggi romani e le belle canzoni intonate dal celebre cantante, in questo filmetto popolato di personaggi sbiaditi e di situazioni umoristiche poco riuscite. Rimane nella mente, tuttavia, la vitalità e la gioia che anima tutti i personaggi e che restituisce l’idea positiva di una Roma felice, in cui non servono cambiamenti sociopolitici (tanto meno di marca comunista...).

Roberto Savarese firma con Avventura in città - Paisanella (giu 1959, 85 min.) una piacevole commedia con accenni polizieschi, priva di qualunque pretesa.
Nick Pagano è un contrabbandiere che incrocia il proprio cammino con la studentessa Luisella Boni che lo scambia per un ingegnere posato e autorevole. Tra i due scoppia l’amore mentre lì’uomo è impegnato nel colpo della sua vita, con una banda di gangster che vivono nascosti nel retro di un night club. Non manca la soubrette fascinosa (Annie Alberti) che, stanca del suo boss, ha intrecciato un rapporto amoroso proprio con Nick. Savarese mischia con abilità i due colori - la commedia solare girata per le strade di Napoli e il melodramma nero (con citazioni addirittura da Giungla d’asfalto) ambientato in stradine e locali sporchi e polverosi. Il bene trionfa, Nick viene redento dalla innocente Boni che, tra l’altro, lo preferisce a un petulante corteggiatore che la circonda di attenzioni non richieste.
La freschezza della giovane e il suo complicato rapporto con l’enigmatico Nick tiene in piedi la narrazione che attraversa momenti di curiosa suspense se si tiene conto che lo zio della ragazza è proprio il commissario che indaga sulla banda latitante e nascosta nel tabarin. La famiglia rimane l’asse portante della società meridionale, l’obiettivo agognato di tutti i giovani, in questo caso capace di salvare uno di loro dalla tragedia incombente.
Gli incassi furono molto modesti.

Guido Malatesta, regista esperto in film spettacolari, si cimenta nella commedia vacanziera con il mediocre Agosto donne mie non vi conosco (ago 1959, 90 min.), pellicola incentrata su un terzetto di impiegati romani della Metro (tra cui Raffaele Pisu e Gabriele Tinti) che, pur avendo delle piacevoli fidanzate, partono alla volta della riviera ligure dove pensano di potere sedurre decine di belle ragazze. Ovviamente faranno cilecca su tutta la linea, combineranno guai di ogni tipo e finiranno perfino in un giro di trafficanti di cocaina. Faranno presto ritorno alle loro compagne romane.
La pellicola non riesce mai ad essere divertente anche per colpa della modesta presenza di Pisu. Le uniche sequenze brillanti sono affidate a Memmo Carotenuto, futuro suocero di Pisu che, invano, cerca di ostacolare il fidanzamento del giovane con sua figlia (Lorella De Luca). Anche da un punto di vista paesaggistico l’opera è scadente: larga parte delle scorribande liguri sono ambientate in studio, in interni piccoli e opprimenti e gli scenari all’aria aperta sono pochi e senza importanza.
Rimane la vecchia logica conservatrice ad animare questo film vecchiotto: il matrimonio è l’unico vero obiettivo femminile per il quale le fanciulle sono disposte a sopportare un po’ di tutto mentre i divertimenti balneari dei nostri eroi sono divagazioni irrilevanti, il cui unico scopo è il piacere sessuale, concesso a giovani fidanzati ancora in attesa di compiere il grande passo.
Gli incassi furono scarsi.

Giulio Petroni esordisce alla regia con il modesto film corale La 100 chilometri (set. 1959, 90 min.) pellicola il cui merito principale è quello di avere radunato un esteso cast di attori e caratteristi italiani.
Il racconto coincide con lo svilupparsi di una maratona situata tra Roma e i suoi immediati dintorni (Frascati, Marino). Ad essa partecipa una folla colorita in cui possiamo riconoscere una serie di stereotipi del nostro cinema di fine decennio. Ecco allora lo svogliato Riccardo Garrone che, pur essendo pesantemente indebitato, cerca di sottrarsi alla corsa (che offre un ricco premio al vincitore), fingendosi malato. Non solo dovrà poi parteciparvi ma, proprio durante quella giornata, la moglie Marisa Merlini partorisce cinque gemelli (!) che si aggiungono agli altri quattro figli... Ecco l’avvocato professionista Mario Carotenuto, inseguito dal cliente latitante Carlo Taranto, che deve correre avendo perso una scommessa. C’è l’immancabile coppia di giovani innamorati - Geronimo Meynier e Yvonne Monlaur - ostacolati dal fratello della giovane. C’è Massimo Girotti campione olimpionico acciaccato, avanti con gli anni, che cerca di non deludere il figlio; c’è Fred Buscaglione che inserisce un paio di simpatici numeri musicali ecc.
La pellicola, piacevole e vivace, condotta con ottimo senso del ritmo dal regista esordiente, è un’operina di mero intrattenimento da cui traspare, tuttavia, l’assoluta centralità della famiglia tradizionale nella società dell’epoca: quasi tutte le vicende di contorno (si veda anche il solito Tiberio Murgia tradito dalla fidanzata Valeria Fabrizi) sono riconducibili a questioni inerenti il nucleo familiare esistente o in via di formazione (gli innamorati).
Inoltre il film offre interessanti squarci paesaggistici di una Roma periferica (soprattutto il quartiere Eur) e di Frascati.
Gli incassi furono modesti.

Il secondo film di Lucio Fulci, I ragazzi del Juke Box (ago 1959, 90 min.), è uno dei primi musicarelli del cinema italiano. Completamente girato in interni il film si limita a offrire una lunga carrellata di esibizioni canore in cui si contrappongono le canzoni melodiche della tradizione italiana e le nuove composizioni vocali sincopate (spesso in inglese), esplicitamente ispirate al rock americano. La vicenda narrata è irrilevante e ripropone l’intramontabile schema di Romeo e Giulietta: Elke Sommer, figlia di Mario Carotenuto, ovvero il principale, orgoglioso produttore di canzoni tradizionali, è fidanzata con il gestore della Fogna, il locale in cui si ascolta solo musica rock italiana. Dopo le immancabili peripezie - c’è perfino un accennato strip-tease trasmesso involontariamente dalla Rai (che sospende all’istante la trasmissione...) - il vecchio produttore si converte alla nuova ondata musicale.
Il film possiede l’indubbio merito di documentare importanti figure della canzone italiana ai propri esordi ovvero Adriano Celentano, Fred Buscaglione e Betty Curtis; inoltre esso spiega che lo scenario musicale tradizionale della penisola sta per essere travolto dalle novità angloamericane. Per il resto il film, popolato da figurine stereotipate e noiosette, non possiede altre qualità.
La pellicola, come si è detto tra le prime del genere, ottenne un notevole successo commerciale.

Al suo secondo film Mauro Morassi si inserisce nel nuovo fortunato filone musicale con il modesto Juke Box - Urli d’amore (nov. 1959; 85 min.), girandola di storielle scontate che servono da cornice per alcune esibizioni canore relative al nuovo genere del rock italiano.
C’è Marisa Merlini, dirigente discografica, che vuol sposare a tutti i costi lo scapestrato Mario Carotenuto, appena uscito da Rebibbia dove è di casa in quanto truffatore seriale. Ci sono i simpatici Tiberio Murgia e Mara Berni, l’uno impiegato, l’altra donna di servizio, che coltivano una simpatica e appassionata storia amorosa scandita dal risonare di un preciso disco nel juke box del loro bar preferito e infine ci sono Aroldo Tieri, eterno amoroso sfortunato che corteggia una impiegata della Merlini che è già segretamente sposata con il suo collega Aldo Giuffré. In un piccolo ruolo c’è infine Mario Girotti. Le storielle dovrebbero essere umoristiche ma si dilungano senza divertire, sostenute solo dalla naturale simpatia dei loro interpreti, tutti in piena forma.
L’unico reale motivo di interesse della pellicola consiste nella strepitosa esibizione di una giovanissima Mina in Tintarella di luna.
Va infine segnalato il carattere conflittuale esistente tra musiche e personaggi: la nuova musica rock’n’roll, modernista e a suo modo segno dei tempi nuovi viene incastonata in storielle conservatrici in cui le giovani, belle fanciulle continuano a inseguire in modo ostinato e perentorio solo il progetto matrimoniale....
Scarsi gli incassi.

Dopo avere firmato un ultimo melodramma ultraconservatore come Malinconico autunno (1958; vedi), Matarazzo cede alle sirene moderniste e firma il simpatico Cerasella (dic. 1959, 95 min.), descrizione a tutto tondo di una ragazzetta capricciosa e immatura, interpretata da una giovanissima e perfetta Claudia Mori, che, nel suo irresponsabile dinamismo, molla per ben due volte alle soglie dell’altare un fidanzato insistente e ottuso.
La prima volta (sequenza d’apertura) lo abbandona perché comprende che non sa ancora cosa sia l’amore e quindi non vuole legarsi in maniera definitiva al primo che passa (dopo averlo lungamente illuso ed avere preparato in ogni dettaglio matrimonio e festa conviviale); la seconda volta, al contrario, perché, dopo avere scoperto l’amore ed esserne rimasta delusa, ci ripensa al’ultimo e concede al vero fidanzato (un Mario Girotti ventenne abbastanza impacciato in uno dei suoi primi ruoli da protagonista,) un’ultima occasione. In mezzo c’è la lunga e prevedbile narrazione dell’incontro fortuito della protagonista con il suo principe azzurro, ricco e tuttavia reso momentaneamente “povero” dal facoltoso padre (Mario Carotenuto) per permettere al giovane di aprire gli occhi su Nora, sua fidanzata (Alessandra Panaro), una finta innamorata che, insieme alla astuta madre (Lia Zoppelli), mirava essenzialmente al patrimonio di Bruno. La contesa tra le due ragazze - l’antiquata Nora e la ribelle Cerasella - non tralascia nessuno dei trucchi del repertorio femminile, compreso il tentativo di far rapire Cerasella per screditarne l’illibatezza. Le due arpie (madre e figlia) rappresentano il vecchio mondo fatto di matrimoni combinati mentre Cerasella rappresenta  l’ingenua e spensierata autenticità dei tempi nuovi, dove ogni vecchia convenzione è sacrificata sull’altare degli affetti sinceri e, ahinoi, spesso transitori e volubili. In ogni caso la favola funziona, Cerasella è simpatica soprattutto nella sua abilità nell’ingannare il povero fratello militare (Carlo Crocccolo) e oltre a lui numerosi ufficiali con i quali viene a contatto a causa di questi buffi matrimoni indetti e poi rimandati.
Ambientato a Vietri, il film valorizza i bellissimi panorami della cittadina campana affacciata sul mare e sottolinea il conflitto tra la morale meridionale ancora rigida e patriarcale e le trovate anarchiche dell’indomita Cerasella, volte a demolire la prevalenza maschile soprattutto nelle questioni matrimoniali. Di fatto i suoi due fidanzati sono entrambi troppo remissivi: il primo è addirittura un mezzo cretino che la vuol sposare a tutti i costi, nonostante la giovane si prenda gioco di lui. Il secondo, per quanto meno sciocco, è pur sempre il giovane che stava cadendo nella trappola di Nora, senza averne il minimo sentore.. Insomma Cerasella ha gioco facile con due simili allocchi.
Il film non ebbe successo.

testo scritto nel giu.2021